8 maggio: la MARCIA dei pFIORI a Montecchio Maggiore (VI)

Organizzata da mamme e cittadini di Montecchio, Brendola, Sovizzo, Altavilla e altri Comuni coinvolti dai PFAS.

EMERGENZA PFAS 8 MAGGIO
Dopo varie consultazioni incrociate con diversi cittadini delle nostre valli, è stato decisa una data né troppo distante né troppo vicina per fare una grande manifestazione aperta A TUTTA LA CITTADINANZA, dai bambini delle scuole ai genitori, ai semplici cittadini, fino agli attivisti e politici di ogni ordine, grado, provenienza, agendo tutti insieme sopra le parti, senza simboli, per chiedere chiarezza e difesa del bene primario di ogni comunità, l’acqua, inquinata da anni, troppi anni, dai PFAS, inquinamento ora emerso all’opinione pubblica in modo drammatico.

Bisognerà muoversi da tutti i comuni inquinati, ma anche dalla Provincia e dalla Regione. La data fissata è per DOMENICA 8 MAGGIO. Luogo di ritrovo PIAZZA MARCONI a MONTECCHIO MAGGIORE, alle ore 9. Partenza ore 10. Raggiungeremo in corteo la MITENI percorrendo i 5 km della Strada Provinciale verso Valdagno, chiudendo il flusso ordinario, in BICICLETTA. In modo assolutamente pacifico e accessibile a tutti. Per chi ha difficoltà, potrà arrivare in loco con altri mezzi.

Davanti ai prati e ai cancelli della Miteni faremo un’azione simbolica: piantumeremo con delle piccole zappette centinaia di piantine di fiori che porteremo nelle ceste delle biciclette o negli zaini, chiedendo ai dirigenti dell’azienda di innaffiarle con l’acqua di scarico dei cicli dell’azienda. QUEI FIORI SONO I NOSTRI FIGLI. Allo stesso tempo forniremo dati e chiederemo spiegazioni cercando un eventuale incontro con i responsabili, a partire dalle autorità locali – amministratori sanitari e politici locali, dirigenti aziendali – che hanno sottostimato e/o insabbiato le evidenze degli attuali riscontri scientifici. Ritorno in bicicletta previsto per le ore 12.

Montecchio Maggiore, 25 aprile 2016
Comunicato scritto insieme con il primo gruppo
di Mamme di Montecchio, Sovizzo, Brendola e Altavilla.

>> File JPG da inviare via cell

File PDF per web o altri utilizzi

File PDF per stampe multipli A3/A4/A5

Info >> www.casadicultura.it

Ca’ Filissine, quali conseguenze per la salute? Richiesti i dati relativi ad alcune patologie all’Usl22

Un’indagine sanitaria sul comune di Pescantina e dintorni, con l’obiettivo di capire se e quanto ha influito la discarica di Ca’ Filissine sulla popolazione del territorio. Lo chiede Francesca Businarolo, deputata del Movimento 5 Stelle, che ha inoltrato all’Ulss 22, con sede a Bussolengo, una richiesta di accesso formale agli atti.

«L’area del comune di Pescantina – sottolinea Businarolo – è interessata dalla presenza di una discarica fin dal 1985, discarica che nel 2006 è stata sottoposta a sequestro, in quanto ha inquinato e continua ad inquinare la falda acquifera sottostante. Come si rivela dalle analisi dell’Arpav, l’agenzia regionale di protezione ambientale, inoltre, nell’area è presente un grandissima concentrazione di percolato e forti esalazioni di gas».

Con una lettera indirizzata alla direzione generale dell’Ulss 22, Businarolo chiede di prendere in esame con rilascio di copia semplice, il numero di esenzioni ticket per una seri di patologie, di possibile causa o concausa ambientale, comprese tra il 2000 e il 2015, in modo di avere una casistica precisa. Saranno dati anonimi e divisi per distretto sanitario, sesso età e comune di residenza.

La richiesta riguarda le seguenti patologie:

  • Diabete
  • Ipotiroidismo
  • Alzheimer
  • Ipertiroidismo
  • Malattia di Parkinson
  • Neonati Prematuri
  • Tumori
  • Tiroide di Hashimoto

«A Pescantina – aggiunge Samuele Baietta, consigliere comunale a Pescantina per il Movimento 5 Stelle – è mancata finora un’operazione del genere, nonostante l’inquinamento dovuto alla presenza della discarica sia accertato. Ora è più che mai opportuno, visto quanto sta emergendo in parte del Veneto a seguito dell’emergenza Pfas. Sono fenomeni da non sottovalutare».

Campania: l’inchiesta su camorra e appalti che travolge il Pd di Renzi

C’è l’ombra del clan dei Casalesi e della camorra nell’ennesima inchiesta che in queste ore sta travolgendo il PD campano e un pezzo forte del partito, il consigliere regionale e presidente del Pd in Campania Stefano Graziano, ex deputato e già consigliere del governo prima con Letta e poi con Renzi.

L’accusa che la Dda di Napoli ha formulato nei suoi confronti è pesantissima: secondo i magistrati l’esponente dem avrebbe chiesto e ottenuto l’appoggio della camorra alle ultime elezioni per il Consiglio regionale della Campania; le Fiamme Gialle hanno intercettato una conversazione in cui si parlava dell’appoggio elettorale che si doveva a Graziano che – secondo quanto scrivono gli inquirenti – sarebbe diventato “punto di riferimento politico ed amministrativo” del potente clan Zagaria.

L’inchiesta riguarda la vicenda di appalti pilotati e mazzette per cui a luglio scorso finì in carcere l’ex sindaco di Santa Maria Capua Vetere, Biagio di Muro (eletto con l’appoggio del centro-sinistra e del PD), e che nella sola giornata di oggi ha portato a 9 arresti per reati come corruzione, turbativa d’asta, falso ideologico con l’aggravante di aver agevolato per alcuni appalti proprio il clan camorristico dei Casalesi.

Se oggi possiamo venire a conoscenza di questo nuovo scandalo, così come è accaduto per Trivellopoli, è grazie al lavoro di quella magistratura quotidianamente attaccata e delegittimata dal Presidente del Consiglio Matteo Renzi, e grazie a quelle intercettazioni telefoniche che questo governo vuole limitare, affinchè gli italiani non sappiano del marciume che gira intorno al PD e che questo governo è succube degli interessi lobbistici di petrolieri e banchieri.

Giorno dopo giorno appare evidente anche il motivo per cui il governo vuole affossare la riforma della prescrizione: solo in questo modo il PD può tentare di salvare i propri esponenti corrotti.

Ultima annotazione: con la riforma costituzionale di Renzi-Boschi-Verdini, Stefano Graziano, visto il ruolo ricoperto, dal Consiglio regionale della Campania sarebbe entrato dritto dritto in Senato e in quanto senatore avrebbe goduto anche dell’immunità parlamentare: un aspetto da non trascurare quando ad ottobre si andrà a votare al referendum costituzionale per confermare o cancellare questo obbrobrio che chiamano riforma. Dopo quanto emerso dall’inchiesta della Dda di Napoli, l’unica cosa che Graziano può fare è lasciare il Consiglio regionale e chiarire tutto davanti ai giudici.

Oggi mi sento di far parte di una nuova resistenza

di Fabiana Dadone

Il 25 aprile è un’ottima occasione non solo per celebrare la liberazione ma per riflettere sul presente e sul probabile futuro.
La storia a questo serve.

Oggi c’è bisogno di una nuova resistenza. Resistenza all’attacco democratico messo in atto da una classe politica eletta con una legge elettorale incostituzionale che vuole stracciare la Costituzione, che ripropone una legge elettorale identica a quella cassata dalla Consulta, che non si occupa di regolare il conflitto di interessi ma spalanca le porte alle lobbies (che rappresenta meglio dell’elettorato di cui si è dimanticata), che privatizza l’acqua pubblica (in barba al referendum popolare), che invita i cittadini ad astenersi dal voto al referendum sulle trivelle, che politicizza la RAI, che attacca la magistratura e difende i corrotti, che schiaccia il paese con le tasse ma non si riduce nemmeno di 1 euro lo stipendio, che “va col cappello in mano a chiedere favori ai mafiosi”.

Oggi mi sento di far parte di una nuova resistenza, quella incarnata da un movimento che la porta avanti, nonostante gli attacchi dell’informazione (scesa nella classifica della libertà di stampa a livello mondiale), dai poteri forti e di una vecchia politica marcia fino al midollo.

Obiettivi: pulizia nelle istituzione e onestà.

Ci vorrà del tempo ma raggiungeremo lo scopo e allora saremo liberi da chi sta attentando il paese.

Mozziconi di sigaretta, un problema che il M5S cerca di risolvere

(7-00975) « Terzoni, Businarolo, Spessotto, Crippa, Busto, Daga, De Rosa, Mannino, Micillo, Zolezzi, Vignaroli ».

businarolo

La VIII Commissione, premesso che: nella provincia di Brescia persiste da anni un’emergenza sanitaria ed ambientale dovuta ad un’elevata concentrazione di inquinanti; secondo l’Osservatorio epidemiologico dell’Asl di Brescia, nella provincia i tumori sono la prima causa di mortalità, pari al 34 per cento dei decessi complessivi;

su tutti i 12 distretti sanitari (esclusa la Valcamonica), lo studio mostra come, a livello provinciale, il distretto sanitario di Monte Orfano, che comprende una buona fetta di Franciacorta (da Adro ad Erbusco e da Palazzolo a Pontoglio) registra un più 4,7 per cento, per tutti i tumori, un eccesso del 4,5 per cento anche per i distretti di Brescia Ovest (da Castegnato a Castelmella, da Rodengo Saiano ad Ospitaletto) e per quello di Brescia città;

in provincia di Brescia si susseguono iniziative informative promosse dal tavolo di lavoro « Basta veleni » che vede l’adesione di innumerevoli associazioni, gruppi e comitati di tutta la provincia bresciana impegnati nella tutela dell’ambiente e della salute pubblica;

come anche riportato in diversi atti depositati dai parlamentari del M5S, la provincia di Brescia risulta essere la più inquinata d’Europa, tanto da essere passata alla cronaca come la terra dei fuochi del nord;

si rileva come questi inquinanti si collocano nei confini di una provincia in cui si trovano numerosi fattori di pregio ambientale tutelati anche dalla normativa nazionale come laghi, monti, ghiacciai e diverse zone di pregio, una tra tutte la Franciacorta;

a solo titolo esemplificativo si riportano alcuni dati relativi al territorio in questione, tratti da un documento inviato alle istituzioni dal sopracitato tavolo basta veleni;

in provincia di Brescia fino al 2005 si contavano tra discariche cessate (109) e discariche ancora attive (30);

sono stati interrati complessivamente circa 35 milioni di metri cubi di rifiuti speciali, pericolosi e non, e « inerti » (censimento provincia di Brescia aggiornato a fine 2005);

a questi vanno aggiunte le discariche « fantasma », quelle non censite perché gestite precedentemente alla normativa sui rifiuti speciali del 10 settembre 1982 che sulle base delle produzioni storiche del settore metallurgico e chimico, si possono stimare in almeno circa 5 milioni di metri cubi. Sono le discariche « abusive » che riemergono quando si costruisce ad esempio la BreBeMi o la Tav;

poi vi è l’enorme quantità di terreno inquinato da PCB e diossine del sito Caffaro, di fatto rifiuto speciale ad oggi da collocare in discarica, pari a circa 7 milioni e 900 mila metri cubi. Del caso Caffaro parleremo più precisamente in seguito;

infine, i rifiuti speciali collocati in discarica dal 2006 ad oggi, che, secondo dati dell’Ispra (aggiornati al 2013, da cui si può ricavare il trend anche per gli ultimi due anni) ammontano a circa 10 milioni e 900 mila metri cubi. Tirate le somme, ecco il cumulo immenso di rifiuti speciali che sono stati sversati sul territorio bresciano: 58.705.500 milioni di metri cubi;

nel biennio 2012-2013 (dati Ispra), la maggior parte dei rifiuti speciali della regione Lombardia sono stati interrati nella provincia di Brescia, 1.638.298 t/a su 2.251.413 t/a lombardi nel 2012 e 1.809.068 t/a su 2.500.226 t/a lombardi nel 2013, mediamente il 72,5 per cento; l’indice di pressione sempre per questi ultimi due anni, in termini di rifiuti speciali mediamente interrati per km quadrati, per la provincia di Brescia è stato pari a 363 tonnellate/anno per chilometro quadrato, circa 10 volte quello del resto della regione Lombardia (34 t/a) e quello dell’intero Paese (38 t/a). Ovviamente, ciò accade perché in provincia di Brescia si importano rifiuti speciali nell’ordine di milioni di tonnellate all’anno;

la provincia bresciana ospita i più importanti impianti e discariche;

tutto l’amianto della Lombardia, e non solo, sta arrivando a Brescia nell’unica grande discarica lombarda attiva;

Brescia, inoltre, è gravata da ben 4 discariche di rifiuti radioattivi, di cui una sola messa in sicurezza; praticamente il bresciano è il capolinea di quasi tutti i rifiuti speciali lombardi e dunque di gran parte di quelli nazionali. Possiamo dire che Brescia è la grande discarica nazionale;

gravemente compromessa risulta in particolare la fascia dell’alta pianura che va dalla Franciacorta, passa per Brescia e giunge a Montichiari;

va anche detto che il resto del territorio bresciano non è certamente un paradiso ed è attraversato da diverse emergenze ambientali, sia a nord (abbandono della montagna, dissesto idrogeologico, criticità dei laghi prealpini, ex Selca di Forno d’Allione, centrali a biomasse), che a sud (agricoltura intensiva e dipendente dalla chimica, stoccaggi e trivellazioni per gli idrocarburi in un sottosuolo a rischio sismico). Ciò che preme evidenziare è che in questo quadrilatero pedemontano l’indice di pressione ambientale ha superato la capacità di carico, anche perché si dovrebbe considerare il cumularsi di tanti altri fattori;

oltre ai rifiuti di cui si è già detto, innanzitutto il groviglio di infrastrutture: autostrade A4 Milano-Venezia e A35 BreBeMi; tangenziali Brescia sud-ovest e « corda molle »;

superstrade Concesio-Iseo, Brescia-Desenzano, Brescia-Salò; ferrovia Milano-Venezia, cui si sta affiancando un’inutile Tav, che determinerà consumo di suoli agricoli pregiati, l’apertura di nuove cave e di nuove discariche;

aeroporto militare di Ghedi e aeroporto civile di Montichiari praticamente inutilizzato per i passeggeri;

devastante il consumo di suolo a causa di una cementificazione che, su quest’asse ovest-est, rappresenta un importante segmento della megalopoli padana, con edificazioni senza soluzione di continuità sviluppatesi soprattutto negli ultimi decenni, prima della crisi edilizia;

il sito inquinato di interesse nazionale « Brescia-Caffaro », con livelli di diossine e PCB nei terreni per milioni di metri quadrati senza riscontri in altre parti d’Italia, che coinvolge circa 25.000 abitanti di Brescia e che attende da 14 anni un piano generale di bonifica;

infine, la concentrazione di numerosissime cave che rende quest’area una delle più « generose » a livello nazionale (Ispra 2015), per cui, il piano, scaduto ma prorogato, per il decennio dal 25 gennaio 2005 al 25 gennaio 2015, prevede l’escavazione di ben 70 milioni di metri cubi di ghiaia, di cui utilizzati « soli » circa 30 milioni, a causa delle crisi edilizia;

al centro, l’area è attraversata da nord a sud da uno dei fiumi più inquinati d’Europa, il Mella, che in questo tratto di norma presenta una qualità dell’acqua classificata da Arpa « pessima » e che attende da decenni di essere risanato, dismettendo l’attuale sua funzione di grande collettore fognario degli scarichi civili e industriali della ricca Val Trompia, tutt’ora priva di un depuratore;

sempre in zona centrale, l’Arpa ha recentemente pubblicato i dati sul pesantissimo inquinamento della falda, da cromo esavalente, solventi clorurati (tetracloruro di carbonio, tricolorometano, di-tri-tetracloroetilene…), e persino mercurio e PCB, tutte sostanze altamente tossiche e cancerogene, presenti in concentrazione anche di migliaia di volte oltre i limiti;

l’Ispra ha certificato anche un inquinamento delle acque superficiali e di falda da pesticidi;

infine, periodicamente si ripropone in alcune aree agricole intensive il problema di un eccesso di nitrati in falda, per cui l’acqua, per essere potabile, deve essere trattata;

è ormai acclarato da studi internazionali, nazionali e locali che Brescia soffre di « mal d’aria », ma lo è ancora di più dalla nostra percezione, poiché l’aria è quell’elemento con cui siamo a contatto in modo costante e continuativo, respirando ogni pochi secondi. L’aria è quell’elemento che ci dà la vita oppure ce la toglie, ed il respiro rappresenta simbolicamente la vita stessa;

Brescia è immersa in quel catino di aria sporca che è la Lombardia, dove l’aria non circola e tutto vi ristagna dentro. Il nostro territorio è armato di bocche di fuoco potentissime che sparano in aria milioni di metri cubi all’ora di sostanze nocive. Considerando solo i tre più grandi siti nel perimetro della città, le due acciaierie ed il più grande inceneritore d’Europa, si registra che dai loro camini possono uscire fino 3,5 milioni di metri cubi di fumi in un’ora;

a questo si devono aggiungere i camini della storica fabbrica metalmeccanica e di tante altre fonderie di medie e piccole dimensioni;

basti pensare che in tutta la provincia vi sono circa 200 autorizzazioni integrate ambientali per forni fusori, e che le 10 acciaierie attive con una media di circa 1 milione di metri cubi/h, possono immettere in aria circa 240 milioni di metri cubi al giorno, che generano continui accumuli nei terreni e risollevamenti di polveri;

a ridosso della città (nei comuni di Rezzato e Mazzano) insiste un cementificio di grande portata ultimamente potenziato;

nel panorama della provincia si contano grandi aziende metallurgiche da rottami a Chiari, Ospitaletto, Rodengo, Castel Mella, Maclodio, Brescia, Montirone, Lonato, Calvisano, Travagliato, Torbole Casaglia;

il traffico veicolare con le grandi arterie autostradali e le tangenziali incrementa di molto le emissioni (51 per cento di NOx – Inemar 2012) e, nonostante ciò, ancora si vuol costruirne un’altra in Val Trompia, anziché puntare sulla ferrovia;

com’è evidente in quest’area del Bresciano è stato già abbondantemente superato il limite di carico ambientale (come dichiarato dall’Asl bresciana in una relazione relativa alla mancata autorizzazione della discarica « Bosco Stella » di Categnato e altre), e la vera opera di cui necessiterebbe questo territorio è una profonda azione di bonifica e di recupero ambientale, non certo nuove discariche e nuove emissioni inquinanti;

l’Asl di Brescia (ora Ats) ha relazionato quanto segue: in riferimento alla discarica Castella: « L’impatto complessivo determinato dalle attività in essere impone di evitare effetti negativi aggiuntivi sulla salute della popolazione residente. Quindi […] si ritiene che l’impatto cumulativo degli impianti esistenti non consenta ulteriori aggravi, anche se modesti, di inquinamento ambientale con pregiudizio sulla salute » (Bosco Stella);

« al contrario rappresenta una criticità che, per la diffusione che la caratterizza, abbisogna dell’assunzione di provvedimenti e di scelte di programmazione territoriale che concorrano alla riduzione degli impatti ambientali aventi ricadute immediate sulla salute umana […] »;

l’impatto complessivo determinato dalle attività in essere impone di evitare effetti negativi aggiuntivi sulla salute della popolazione residente. I dati di morbilità per malattie respiratorie non tumorali, non consentono un ulteriore aggravio dell’inquinamento ambientale, che deriverebbe dall’aggiunta di un ulteriore impianto a quelli esistenti, con un peggioramento dell’impatto cumulativo e pregiudizio sulla salute »;

in riferimento alla discarica, Padana Greeen è stato affermato: « la pressione ambientale esercitata da diversi fattori che coesistono nell’area rappresenta motivo di pregiudizio per la qualità della vita degli abitanti, interferendo sul legittimo diritto di uso degli spazi aperti e condizionando lo stato di benessere psicofisico. La realizzazione del progetto comporterebbe un aggravio ulteriore della pressione ambientale, non sostenibile per la salute pubblica »;

dunque siamo in una situazione di gravissima emergenza che richiede misure straordinarie, come e più di quanto si sta facendo nella Terra dei fuochi, dove il presidio anche militare del territorio sembra sia riuscito a bloccare ogni ulteriore sversamento di rifiuti e dove le istituzioni, sollecitate dalla rivolta popolare del novembre 2013, stanno operando, finalmente, con adeguate risorse economiche per monitorare il territorio e predisporre le necessarie opere di messa in sicurezza e di bonifica;

il « Tavolo basta veleni » avanza pertanto le seguenti proposte: le istituzioni siano chiamate a mettere in campo strumenti adeguati ad affrontare una simile situazione che non tollera ulteriori compromissioni del territorio. Questi provvedimenti straordinari di emergenza si traducano in una generale moratoria di ogni nuova autorizzazione per l’avvio di attività di discariche e smaltimento di rifiuti e non si rilasci alcuna ulteriore autorizzazione per impianti che generino nuove emissioni (gassificatori, centraline a « biogas » o « biomasse, inceneritori…), mirando al ridimensionamento finalizzato alla chiusura delle fonti emissive troppo impattanti per il territorio in cui sono collocate;

è necessaria una seria politica di diminuzione delle emissioni complessive a partire dal censimento di quanto autorizzato ora e dal blocco di nuove autorizzazioni e introducendo norme (indice di pressione aria) in grado di programmarne una sempre maggiore riduzione;

si ritiene indispensabile, infatti, introdurre, oltre ai limiti delle concentrazioni di inquinanti per metri cubi, una soglia massima ai flussi di massa in uscita dai camini per un dato territorio. Tali limiti dovranno essere nel tempo soggetti a costanti riduzioni, attraverso norme stringenti e monitorati dal piano di risanamento della qualità dell’aria (Pria);

con la deliberazione della giunta regionale della Lombardia n. X/1990 del 20 giugno 2014, è stato approvato il programma regionale di gestione dei rifiuti, che ha introdotto e regolamentato il « fattore di pressione per le discariche » e ne ha disciplinato il relativo regime transitorio articolo 14-bis delle Norme tecniche di attuazione, con relativi richiami);

il fattore di pressione delle discariche è finalizzato ad impedire la realizzazione di impianti di rifiuti nelle aree in cui questi risultano già presenti, con elevata concentrazione e che quindi determinano un rilevante impatto negativo sull’ambiente circostante;

pertanto, al ricorrere di un determinato indice-stabilito transitoriamente in 160.000 mc/Kmq, ovvero non più di 160.000 metri cubi di rifiuti già collocati in discarica per ogni chilometro quadrato (paragrafo 14.6.3 dell’appendice 1 alle Norme tecniche di attuazione) – non è possibile autorizzare la realizzazione di nuovi impianti, l’aumento di quelli già esistenti e la modifica ad una tipologia di discarica di categoria superiore (paragrafo 14.6.3 dell’appendice 1 alle, Norme tecniche di attuazione);

nella sentenza sopra richiamata n. 00108/2016 del tribunale amministrativo regionale della Lombardia, depositata in data 15 gennaio 2016, che accoglie il ricorso per motivi aggiunti con cui veniva impugnato l’atto del dirigente del settore ambiente – ufficio rifiuti della provincia di Brescia n. 6848 del 12 novembre 2014, si legge: « L’articolo 195, comma 1, lettera p), del citato decreto legislativo n. 152 stabilisce che « spetta allo Stato (…) l’indicazione dei criteri generali relativi alle caratteristiche delle aree non idonee alla localizzazione degli impianti di smaltimento dei rifiuti ». (…) La normativa in precedenza richiamata attribuisce esplicitamente allo Stato la potestà, esclusiva, di individuare i criteri generali relativi alle caratteristiche delle aree non idonee alla localizzazione degli impianti di smaltimento dei rifiuti;

soltanto all’esito di una tale fase preliminare, le regioni possono definire a loro volta i criteri per l’individuazione, da parte delle province, delle aree non idonee alla localizzazione dei predetti impianti;

Siffatta conclusione, avallata dal chiaro tenore letterale della normativa statale già citata, trova il suo fondamento nella competenza statale, esclusiva, in materia di tutela dall’ambiente e, concorrente, in materia di governo del territorio, come stabilito dall’articolo 117, secondo e terzo comma, della Costituzione. Ciò trova conferma nella giurisprudenza costituzionale, secondo la quale: « a) i rifiuti rientrano nella competenza esclusiva dello Stato in materia di tutela dell’ambiente (da ultimo sentenza n. 10 del 2009;

vedi, anche, sentenze nn. 277 e 62 del 2008) e, conseguentemente, non può riconoscersi una competenza regionale in materia di tutela dell’ambiente (vedi sentenze nn. 10 del 2009, 149 del 2008 e 378 del 2007) »;

ed inoltre è affermato che da ciò discende che soltanto lo Stato può e deve individuare gli standard di tutela in maniera omogenea su tutto il territorio nazionale e nemmeno in attesa dell’intervento statale può ammettersi un potere regionale sostitutivo – seppure di tipo cedevole e finalizzato a garantire una maggiore tutela per l’ambiente – che stabilisca dei criteri che vanno a modificare quanto disposto fino a quel momento dalla normativa statale vigente. (…) Attualmente, non si rinviene nella normativa statale la presenza di un criterio che consenta alle regioni di introdurre un limite di localizzazione delle discariche, legato alla saturazione del territorio, come il Fattore di Pressione;

difatti anche le previsioni contenute nel decreto legislativo n. 36 del 2003, e in particolare nell’Allegato 1, punti 1.1 e 2.1 (…) non individuano nessun criterio assimilabile, anzi, nelle stesse, si chiarisce che « nell’individuazione dei siti di ubicazione [delle discariche] sono da privilegiare le aree degradate da risanare e/o da ripristinare sotto il profilo paesaggistico »;

secondo il rapporto « Sentieri » dell’Istituto superiore di sanità e dell’Airtum (Associazione italiana registro tumori), vi sarebbe una correlazione diretta tra PCB, diossine, i veleni dell’industria chimica « Caffaro » che hanno devastato il territorio e l’aumento delle neoplasie nella città di Brescia;

sempre, nello stesso articolo l’epidemiologo Paolo Ricci, responsabile dell’osservatorio, dopo aver firmato insieme ad altri ricercatori il terzo rapporto dello studio Sentieri ha chiesto le dimissioni dei vertici Asl di Brescia per aver negato le conseguenze sanitarie dell’inquinamento da diossine;

l’Istituto superiore di sanità precisa che lo stabilimento « Caffaro » di Brescia, nel quale sono stati prodotti policlorobifenili (PCB) dalla fine degli anni trenta al 1984, ha riversato per decenni i rifiuti della lavorazione in un corso d’acqua comunicante con la rete delle rogge, che ha a sua volta contaminato suoli agricoli e catena alimentare: i gruppi di popolazione caratterizzati dai più elevati livelli ematici di PCB sono stati riscontrati fra gli ex lavoratori della « Caffaro » e fra i consumatori di alimenti contaminati;

l’esposizione professionale a PCB nelle aziende metallurgiche di Brescia e della provincia contribuisce all’innalzamento dei livelli ematici di PCB, in particolare dei fonditori, degli addetti alle colate e dei manutentori;

è recente la pubblicazione, da parte di un gruppo di lavoro della IARC-International Agency for Research on Cancer, sulla valutazione della cancerogenicità dei PCB, in base alla quale questi agenti sono allocati alla categoria « cancerogeni per l’uomo », e si individua un nesso causale con i melanomi cutanei (evidenza sufficiente), i linfomi non Hodgkin e il tumore della mammella (evidenza limitata);

nel contesto di Brescia, come mostrato dai risultati dello studio Sentieri, sviluppato dall’Istituto superiore di sanità, si rileva che:

a) per il melanoma, si osservano eccessi nella popolazione maschile (incidenza e ricoveri ospedalieri) e femminile (incidenza e ricoveri ospedalieri); la mortalità è compatibile con l’attesa;

b) per il tumore della mammella, si osservano eccessi di incidenza e ricoveri ospedalieri e mortalità compatibile con l’attesa;

c) per i linfomi non Hodgkin, si osservano eccessi di incidenza (in particolare nelle donne) e di ricoveri ospedalieri; mortalità compatibile con l’attesa; la coerenza di fondo tra le indicazioni fornite dai dati di incidenza e di ospedalizzazione e, in misura minore, dai dati di mortalità, corrobora l’ipotesi di un contributo dell’esposizione a PCB all’eziologia di queste patologie nella popolazione di Brescia;

a questo proposito, una recente rassegna della letteratura scientifica ha mostrato come i livelli ematici di tossicità equivalente, relativi a diossine e altri composti diossino-simili, tra cui i PCB, riscontrati nella popolazione generale residente a Brescia, siano fra i più elevati osservati a livello internazionale;

questi elementi giustificano sia il perseguimento di un insieme di obiettivi attinenti al risanamento ambientale, in corso di attuazione, sia il potenziamento dei programmi di sorveglianza epidemiologica e di monitoraggio, anche biologico, che vedono già impegnate le aziende sanitarie locali territorialmente competenti e il registro tumori, in collaborazione con l’Istituto superiore di sanità;

questo insieme di studi appare appropriato anche in relazione alla messa a punto di un piano di comunicazione a beneficio della popolazione interessata;

verso la fine del 2013, l’Asl pubblica una guida al cittadino sul « caso Caffaro », riportante macroscopiche lacune, denunciate dai comitati ambientalisti locali e da Medicina Democratica nazionale. La più grave è, per i firmatari del presente atto di indirizzo, la totale ignoranza dell’inquinamento dei suoli e della contaminazione umana da diossine, che si registra nel « caso Caffaro » a livelli senza riscontri nella letteratura scientifica internazionale, e che appare chiaramente più grave dell’inquinamento da PCB;

la guida del 2015 si occupa, come la precedente, solo di PCB, anche se non può occultare ciò che risulta evidente dalle mappe dell’inquinamento pubblicate a pagina 24 per i PCB e a pagina 26 per le diossine: il superamento dei limiti per queste ultime risulta di gran lunga più importante che per i PCB. Ciononostante, non si dice nulla sulla tossicità e cancerogenicità delle diossine e non vengono riportati i dati sulla contaminazione da diossine del sangue dei bresciani;

a Brescia, nella vasta zona della città inquinata dalla Caffaro, circa 7-9 milioni di metri quadrati, vigeva dal 2002 un’ordinanza emergenziale, rinnovata ogni sei mesi, che interdiva qualsivoglia uso di detti terreni (agricolo, ricreativo e altro). Una ordinanza del 2013, modificando sostanzialmente la precedente, introduceva una nuova classe di parchi « con livelli di inquinamento medio », inventando una classe di inquinamento non prevista da alcuna normativa per siti ad uso verde pubblico, mantenendo l’interdizione a qualsiasi uso solo per i parchi in cui gli inquinanti superassero le concentrazioni di soglia di contaminazione per i siti ad uso industriale. Questo livello di inquinamento medio (da 10 a 80 volte superiore alla concentrazioni di soglia di contaminazione) era ritenuto accettabile se i parchi « ad uso verde pubblico e privato » fossero « inerbiti »;

il Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare con lettera pervenuta al protocollo del comune di Brescia in data 27 novembre 2013, evidenziava quanto già sottolineato dal gruppo m5s in consiglio comunale e da numerosi comitati ambientalisti, in merito all’improprio utilizzo della Tabella B), allegato 5, al Titolo V del decreto legislativo n. 156 del 2006 che fa riferimento ai limiti di concentrazione di soglia di contaminazione (CSC) delle zone industriali, invece che la tabella A) del citato decreto legislativo che concerne i siti ad uso verde pubblico, privato e residenziale;

la lettera citata, dopo avere evidenziato che « le limitazioni d’uso individuate nella predetta ordinanza riguardano giardini pubblici e privati » e non zone industriali, « invita » il comune « a rivalutarne i contenuti ai sensi della normativa vigente »;

nonostante queste raccomandazioni il comune di Brescia non ha provveduto alla revisione dell’ordinanza;

con decreto del 24 febbraio 2003, il Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare ha provveduto alla perimetrazione del sito di interesse nazionale di Brescia Caffaro, individuando le aree da sottoporre ad interventi di caratterizzazione, di messa in sicurezza d’emergenza, bonifica, ripristino ambientale e attività di monitoraggio, precisando che tale perimetrazione non esclude l’obbligo di bonifica rispetto ad eventuali, ulteriori aree che dovessero risultare inquinate o che attualmente, sulla base delle indicazioni degli enti locali, non sono state individuate con lo stesso decreto;

il decreto ministeriale precisa inoltre che la perimetrazione potrà essere modificata con decreto del Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare nel caso in cui dovessero emergere altre aree con una possibile situazione di inquinamento, tale da rendete necessari ulteriori accertamenti analitici e/o interventi di bonifica;

è notizia delle scorse settimane che, dopo un tentativo del 2014 non andato a buon fine, il comune di Brescia avrebbe chiesto alla regione Lombardia, la promozione di iniziative finalizzate a riperimetrare il SIN Caffaro, limitandolo ad un’area pari a 20 ha declassificandolo a sito di interesse regionale (SIR), nonostante gli approfondimenti scientifici condotti in questi anni abbiano a più riprese evidenziato la necessità di estendere le aree da sottoporre a bonifica in quanto le aree ormai coinvolte si estendono per almeno 700 ha;

la legge di stabilità 2014 (legge 27 dicembre 2013 n. 147), rispetto al processo di programmazione dei fondi 2014- 2020, ha determinato la dotazione aggiuntiva del fondo per lo sviluppo e la coesione (FSC) che sarà destinato, in quota parte, al « finanziamento degli interventi di messa in sicurezza del territorio, di bonifica di siti di interesse nazionale e di altri interventi in materia di politiche ambientali ». In attuazione di detta previsione normativa, il Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare ha provveduto ad elaborare, in raccordo con le regioni interessate, un quadro programmatico puntuale degli interventi e dei relativi fabbisogni finanziari per i settori di propria competenza, tra i quali la tematica delle bonifiche in area Sin;

per quanto attiene al Sin di « Brescia Caffaro », la regione Lombardia, nel corso dell’anno 2014, ha segnalato un fabbisogno di 50 milioni di euro, poi rideterminato nel 2015 dalla medesima in 40 milioni di euro, da destinare alla prosecuzione degli interventi, di messa in sicurezza delle rogge, peraltro in corso di realizzazione e già disciplinato nell’accordo di programma del 29 settembre 2009. Limitatamente a questo intervento, il Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare ha chiesto ai competenti uffici della Presidenza del Consiglio dei ministri l’assegnazione delle risorse occorrenti per l’ultimazione della bonifica e attualmente è in corso l’istruttoria;

come è noto, al fine di coordinare, accelerare e promuovere la progettazione degli interventi di caratterizzazione, messa in sicurezza e bonifica nel sito contaminato di interesse nazionale « Brescia-Caffaro », è stata prevista la nomina di apposito Commissario straordinario delegato ai sensi dell’articolo 4-ter, comma 2, del decreto-legge n. 145 del 2013 (convertito dalla legge n. 9 del 2014), e dell’articolo 20 del decreto-legge n. 185 del 2008 (convertito dalla legge n. 2 del 2009);

per il Sin di Brescia è stato nominato il 17 giugno 2016 il dottor Roberto Moreni e allo stesso sono stati attributi i poteri necessari per la cura delle fasi progettuali, la predisposizione dei bandi di gara, l’aggiudicazione dei servizi e dei lavori, le procedure per la realizzazione degli interventi, la direzione dei lavori, la relativa contabilità e il collaudo, nonché la promozione delle opportune intese tra i soggetti pubblici e privati interessati;

per il Sin Taranto e la Terra dei fuochi sono recentemente stati stanziati rispettivamente 800 e 300 milioni di euro di finanziamenti dallo Stato per la bonifica, a differenza del SIN Caffaro che ha ricevuto solo 13 milioni di euro a fronte di un disastro ambientale decisamente superiore come sopra descritto;

ad oggi, i fondi previsti risultano secondo i firmatari del presente atto pertanto insufficienti e la figura individuata per svolgere il ruolo commissariale, inadeguata e inefficace;

il decreto legislativo n. 152 del 2006 ha modificato un unico parametro delle CSC degli inquinanti dei siti da bonificare, i PCB totali, alzandolo di ben 60 volte. Originariamente pari a 0,001 mg/kg, le CSC dei PCB sono attualmente fissate a mg/kg 0,060;

è utile ribadire che la Iarc dell’Oms nel 2013 ha rivalutato la cancerogenicità dei PCB dalla classe 2A, « probabilmente cancerogeni per l’uomo», alla classe 1, « cancerogeni certi per l’uomo » e pertanto è necessario elevare le CSC per i PCB, riportandole al limite ante decreto legislativo n. 152 del 2006, impegna il Governo:

ad assumere iniziative per istituire una moratoria per quanto riguarda l’autorizzazione di discariche e fonti emissive in acqua, suolo ed aria in particolare, in territori con un elevato fattore di pressione ambientale come quello della provincia di Brescia;

a promuovere ogni iniziativa di competenza utile, anche d’intesa con la regione Lombardia, al fine di individuare apposite risorse finanziare da destinare alla bonifica dei siti inquinati di interesse nazionale per sensibilizzare la collettività rispetto ai problemi ambientali e sanitari e, in particolare, rispetto alle problematiche connesse all’inquinamento e al consumo del suolo;

ad assumere, nel breve termine, ogni iniziativa normativa necessaria al fine di individuare un criterio che consenta di introdurre un limite di localizzazione delle discariche e fonti emissive in acqua, suolo ed aria in particolare, legato alla saturazione del territorio, come il fattore di pressione ambientale, oltre a una soglia massima dei flussi di massa in uscita dai camini per un dato territorio, in modo da limitare gli impatti ambientali dei progetti e dei rischi cumulativi, sulle risorse agricole, ambientali, sugli ecosistemi e sulla salute dei cittadini residenti, garantendo le esigenze di protezione di tali valori;

ad assumere iniziative per modificare ed estendere la perimetrazione del Sin Brescia Caffaro, comprendendo le altre aree per le quali sia stata riscontrata una possibile situazione di inquinamento tale da rendere necessari ulteriori accertamenti analitici e/o interventi di bonifica;

a completare il piano generale delle bonifiche e ad assumere iniziative per stanziare il prima possibile i fondi necessari per la bonifica di tutto il Sin Brescia Caffaro;

assumere iniziative per promuovere, in tempi brevi, la progettazione degli interventi di caratterizzazione, messa in sicurezza e bonifica, a tal fine riconsiderando l’opportunità della nomina di un nuovo commissario, prevedendo criteri di nomina di quest’ultimo che comportino una procedura di scelta il più possibile partecipata con la popolazione dell’area interessata dal SIN, segnatamente con associazioni, comitati o altri enti portatori di interessi alla qualità e tutela delle risorse naturali;

ad assumere iniziative per rivedere i limiti delle concentrazioni soglia di contaminazione (Csc) fissate dal decreto legislativo n. 152 del 2006 recante norme in materia ambientale relativamente al parametro PCB, considerando le più recenti evidenze di cancerogeneità degli stessi.

Violenza donne: da 12 anni Italia rimanda creazione fondo garanzia vittime

“Nonostante l’obbligo previsto nella direttiva 2004/80/CE del Consiglio d’Europa, ancora oggi il nostro Paese non ha istituito il fondo a garanzia delle donne italiane vittime di violenza. Chiediamo al governo di intervenire immediatamente attraverso atti normativi per colmare questo vuoto, anche allo scopo di evitare che su questo tema l’Italia vada incontro a condanne da parte della Corte di giustizia dell’Unione europea”.

Lo affermano i deputati del M5S in commissione Affari Sociali,commentando l’interrogazione a prima firma Giulia Di Vita ricolta ai ministeri della Giustizia e al Dipartimento delle pari opportunità presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri.

Ricordiamo che la direttiva dell’Ue stabilisce che tutti gli stati membri prevedano l’esistenza di un sistema di indennizzo delle vittime di reati intenzionali violenti commessi nei rispettivi territori, che garantisca un indennizzo equo e adeguato delle vittime, qualora il fatto sia avvenuto in uno Stato membro diverso da quello di residenza e non siano riuscite ad ottenere un risarcimento dall’autore del reato, perché non in possesso delle risorse necessarie o perché il soggetto non può essere identificato o perseguito.

Già nel novembre 2007, la Corte di giustizia dell’Unione ha accertato la mancata adozione di misure per l’attuazione della direttiva da parte dello Stato italiano entro i termini dalla stessa previsti. A tutt’oggi, a distanza di quasi dieci anni da quella prima sentenza , l ‘inadempimento dell’Italia ai propri obblighi continua ad essere oggetto di controversie dinnanzi alla Corte di giustizia e ai tribunali nazionali.

Sono passati dodici anni dall’approvazione di quella direttiva: questa situazione incivile e intollerabile di mancata presa in carico di soggetti che dovrebbero essere pienamente tutelati dallo Stato deve avere fine.

DEF: tra lobby e UE, il governo sul filo degli zerovirgola. Ecco le proposte M5S

Taglio dell’Ires alle imprese. Anzi no, meglio tagliare prima le tasse alle famiglie. Gli 80 euro alle pensioni minime? Certamente, è facile prometterlo via web. Peccato che poi la misura sparisca dalle pagine del Def, il Documento di economia e finanza.
Il Bomba è in confusione totale. I consumi languono e il governo non sa che pesci pigliare. Nel frattempo la trattativa con la Ue sui margini per fare più deficit e sui decimali dei saldi è serratissima. E politicamente importante.

Nel Documento presentato circa una settimana fa tutto gira attorno alla revisione della stima sul Pil 2016, che passa dall’1,6% all’1,2%. Una valutazione al ribasso che inevitabilmente dovrebbe ripercuotersi sul rapporto deficit-Pil, su cui l’esecutivo ha chiesto flessibilità alla Commissione europea.

L’indebitamento netto viene fissato dal documento al 2,3% quest’anno. Mentre l’anno prossimo Palazzo Chigi lo prevede all’1,8%, contro l’1,1% chiesto da Bruxelles.
In pratica Roma si prende altri 11 miliardi di flessibilità da utilizzare per azzerare le clausole di salvaguardia (aumenti Iva e accise per oltre 15 miliardi) e per provare a impostare una prima riduzione dell’Irpef (l’Ires è già incorporata nei saldi). Naturalmente su questo si gioca una partita con la commissione Ue che sarà durissima.

Dopo l’azzardo della manovra dell’anno scorso, ora Palazzo Chigi si trova di fronte a un altro dilemma in vista dell’autunno. Forzare la mano e prendersi più margine di quello che la Commissione Ue concederà? Facendo così saltare il tavolo e mandando eventualmente segnali di tensione anche ai mercati e ai compratori del nostro debito pubblico? Oppure Renzi, come c’è da attendersi, piegherà in qualche modo la testa e dovrà imporre nuove tasse o nuovi tagli agli italiani?
In ogni caso, i fatti e la realtà sono testardi e alla fine la spuntano sempre sulle menzogne e la propaganda. I numeri del Def dimostrano la sfiducia nelle proprie ricette da parte di un Governo che sa di non poter fare nulla di buono e aspetta solo di essere mandato a casa dai cittadini.
Il Pil è un parametro che vale poco e nulla, ma comunque dimostra che il Paese è e resta fermo. Gli investimenti ripartono solo a parole, la deflazione imperversa e la disoccupazione è inchiodata su livelli altissimi.
I dati stanno trivellando Renzi che deve prenderne atto e andare a casa. Non è elargendo favori alle lobby di banche e petrolio che si fa ripartire il Paese. Lo dimostrano gli scandali in Basilicata e le turbolenze del settore creditizio, anche in Borsa.

Il M5S vuole ridare fiato alla domanda rovesciando il paradigma. Più potere di spesa ai normali cittadini, meno tasse alle piccole imprese e fondi pubblici a i comparti del futuro. Per far bene il Def serve un esecutivo con le mani pulite e non con interessi ben delineati dagli scandali di questi mesi. Chi governa per fare gli interessi di lobby, funzionari e poteri forti, non può scrivere un Documento calzato sui cittadini.

Il M5S pensa invece al Paese, mettendo in campo idee e proposte innovative che si possono realizzare subito:
– Una vera riduzione fiscale che dia respiro alle Pmi, ad esempio, compensata da una maggiore tassazione sui consumi che hanno impatti negativi sul Paese.
– Un piano energetico radicalmente diverso da quello di Palazzo Chigi.
– Un piano di difesa dell’ambiente e dal dissesto idrogeologico.
– E naturalmente un programma di rilancio della formazione e dell’occupazione che parte dal Reddito di cittadinanza.

Il tempo della svolta è maturo. Il M5S è pronto.

LIRICA: M5S, LAVORATORI PAGHERANNO MALA GESTIONE TOSI

franceschini

È difficile dirsi soddisfatti della scelta del nuovo commissario per la Fondazione Arena, Carlo Fuortes. Si tratta della stessa persona che si è distinta per i licenziamenti al Teatro dell’Opera di Roma e che si è dimostrata assai poco trasparente proprio su questioni di bilanci e di spese della fondazione. È il mio parere sul commissionamento dell’ente lirico da parte del ministro Franceschini.

Il lato positivo è che almeno sono state sconfessate le soluzioni improvvisate del sindaco Flavio Tosi, che ha ipotizzato una liquidazione della Fondazione e una stagione estiva organizzata con contratti a chiamata. Una cosa che non può stare in piedi e, soprattutto, che si sarebbe rivelata un pessimo esempio per gli altri enti che si trovano in situazioni analoghe: in questo momento tutta Italia guarda a Verona e le risposte che arrivano dall’amministrazione cittadina sono poco più che boutade.

I parlamentari del M5S componenti della commissione Cultura di Camera e Senato hanno espresso la loro posizione sulla vicenda con un comunicato congiunto.

«Alla fine è accaduto esattamente ciò che avevamo previsto – affermano – a causa di una gestione fallimentare, la scure del commissariamento si è abbattuta anche sulla Fondazione Arena di Verona, uno dei maggiori enti lirici al mondo e fiore all’occhiello della lirica italiana e a pagarne le spese saranno sempre e soltanto i lavoratori. Il commissariamento dovrà servire a ripagare i debiti fatti dal duo Tosi-Girondini e coperti dal governo che pure sapeva a cosa si stava andando incontro, un governo che usa la parola ‘cultura’ solo per fare propaganda ma che non è stato in grado di risolvere la situazione, anzi ha preferito nascondere le condizioni drammatiche in cui versava la Fondazione».

E’ difficile vincere contro chi non si arrende mai

La settimana del 12 aprile è stata la più triste per il M5S, quella in cui il nostro fondatore Gianroberto Casaleggio ci ha lasciato all’improvviso.

Ma non ci ha lasciato smarriti e senza bussola, il suo sogno, il suo messaggio sono scolpiti profondamente nella nostra memoria e nei nostri intenti: “E’ difficile vincere contro chi non si arrende mai”.

Orlando è stata affrontata l’attuale situazione del comparto giustizia in Veneto?

No Bavaglio

BUSINAROLO e PESCO. — Al Ministro della giustizia . — Per sapere – premesso che:

nel corso di un incontro, avvenuto pochi giorni fa, tra il Ministro della giustizia Orlando e i vertici del settore della giustizia veneta (il presidente della corte d’appello, il procuratore capo, sette procuratori, i presidenti dei tribunali e rappresentanti dell’Ordine degli avvocati) è stata affrontata in particolare l’attuale situazione del comparto giustizia in Veneto;

i dati relativi al settore giustizia veneto sono allarmanti: 40 magistrati in meno dei 415 previsti e 345 cancellieri mancanti sui 1.803 teorici, a fronte del rapporto tra un magistrato ogni 13.105 abitanti (rispetto, ad esempio, ad uno ogni 8.678 trentini o 1 a 5.136 molisani);

in occasione del tavolo di confronto il Ministro ha fatto riferimento ad un eventuale piano di studio che prevederebbe lo spostamento dei magistrati dal Sud al Nord e l’avvio di procedure di mobilità che porteranno entro maggio altri 1500 amministrativi nelle sedi che hanno meno del 25 per cento di scopertura, come appunto quelle venete;

tale situazione risulta ancora più preoccupante all’indomani del ciclone giudiziario che ha investito alcuni istituti di credito veneti (Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca), analogamente allo scandalo legato, ad altre banche italiane (Banca popolare dell’Etruria e del Lazio, Banca Marche, Cassa di risparmio di Ferrara e CariChieti), per cui centinaia di migliaia di cittadini italiani, azionisti e piccoli risparmiatori, vittime della scelleratezza del management delle banche, hanno visto andare in fumo i propri risparmi, frutti di tanti sacrifici;

le difficoltà legate alla lentezza della giustizia nella regione Veneto sono state evidenziate anche nel corso di un recente, incontro tra la delegazione della Associazione soci delle banche popolari venete ed il procuratore Cappelleri, il quale ha garantito il massimo impegno per giungere, in tempi ragionevoli, probabilmente nella primavera del 2017, alla conclusione delle indagini che hanno riguardato gli istituti di credito sopra citati, sottolineando come ci siano forti elementi per procedere in giudizio per i reati di aggiotaggio e di ostacolo alla vigilanza, mentre risulta più difficile provare il reato di truffa;

lo stesso Cappelleri, dopo aver evidenziato la grave carenza di organico, alla base della lentezza dell’attività di inchiesta, poiché ad oggi sono soltanto due i sostituti che si occupano del caso Banca Popolare di Vicenza, a fronte di una ingente mole di documenti da classificare ed esaminare da parte della polizia giudiziaria di Vicenza e del nucleo di polizia valutaria di Roma, ha dichiarato che è previsto, a livello di organico, soltanto un rinforzo e di soli sei mesi per il tribunale berico, diversamente da quanto dichiarato dal Ministro Orlando;

tale situazione penalizzerebbe gravemente tutti quei cittadini che, dopo aver presentato denunce ed esposti, attendono l’esito delle indagini e i relativi processi, ma che rischiano di rimanere senza risposte, perché c’è il grave rischio che il tutto si prescriva prima della conclusione dell’iter processuale, cioè prima di arrivare in Corte di Cassazione –:

se, alla luce dei fatti esposti in premessa, siano allo studio del Ministro soluzioni efficaci e tempestive dirette a sanare, per quanto di competenza, la grave carenza di organico e mezzi a disposizione del tribunale di Vicenza e, più in generale, del settore giustizia in Veneto, anche al fine di garantire la celerità dell’iter processuale relativo alle vicende sopra descritte e alla salvaguardia dei diritti dei cittadini, piccoli risparmiatori e azionisti, che hanno deciso di investire i propri risparmi negli istituti di credito summenzionati e che, nella maggior parte dei casi, rappresentano elementi fondamentali del tessuto socio-economico e produttivo dell’intera regione. (5-08383)