Whistleblower: l’Italia attende la garanzia di protezione per le “vedette civiche”

In questi giorni segue una grande mobilitazione per la calendarizzazione della proposta di legge alla Commissione Affari istituzionali al Senato sulla tutela dei whistleblower. Proteggiamo le #vocidigiustizia è la campagna di Riparte il futuro e di Transparency International Italia che sollecita ad una definitiva alternativa al silenzio. 

Il diritto dei cittadini di riportare illeciti si raffigura come un’estensione naturale del diritto alla libertà di espressione ed è legata ai principi della trasparenza ed integrità sanciti dalla Carta dei diritti fondamentali dell’UE. Il termine whistleblower, letteralmente tradotto “soffiatore di fischietto” e che si presta a varie traduzioni nazionali (in Italia “vedetta civica”), indica colui che segnala un illecito, una frode o un evidente rischio nel settore pubblico e/o privato che può arrecare danni all’azienda, all’ente, agli individui e alla società civile.

Tale soggetto in virtù della denuncia può rischiare una ritorsione a causa di una mancata ed efficace protezione.

In ambito internazionale, la protezione del whistleblower è prevista dall’art. 33 della Convenzione ONU contro la corruzione del 2003, dall’art. 9 della Convenzione civile del Consiglio d’Europa sulla corruzione, dalle raccomandazioni del GRECO (Groupe d’Etats contre la corruption), organo del Consiglio d’Europa incaricato al controllo della misure anti-corruzione degli Stati, dalle raccomandazioni del Working group on bribery, che monitora l’attuazione della convenzione OCSE del 1997 sulla lotta alla corruzione degli impiegati pubblici, e dalla formazione dei “Guiding principles for whistleblower protection legislation” dell’OCSE.

Transparency International, l’ONG internazionale per la lotta alla corruzione, sta lavorando da anni al fine di spingere i paesi dell’Unione europea all’adozione di una legislazione che li tuteli. Con lo scopo di analizzare i sistemi di tutela del whistleblowing nei Paesi dell’UE, nasce il progetto del 2009 “Blowing the Whistle Harder: Enhancing whistleblowing protection in the EU (Soffiare forte il fischietto: incentivare la protezione delle ‘vedette civiche’ in UE), finanziato dalla Commissione Europea, che vede coinvolta la partecipazione delle dieci cellule nazionali di Transparency International presenti in Bulgaria, Estonia, Irlanda, Italia, Lettonia, Lituania, Repubblica Ceca, Romania, Slovacchia, Ungheria, al fine di promuovere maggiore sensibilizzazione a livello nazionale e UE attraverso un elaborato lavoro di ricerca giuridica.

Il panorama legale appare alquanto deludente. Solo il Lussemburgo, la Romania, la Slovenia ed il Regno Unito hanno adottato una normativa efficiente ed “avanzata”, mentre sono sedici i paesi membri dell’UE che hanno delle disposizioni parziali in termini di tutela e spesso inefficienti, tra cui l’Italia, fino ad arrivare alla mancata disposizione dei restanti sette paesi membri.

I valori fondamentali dell’UE trovano scarsa applicazione in ciascuno Stato, in cui una serie di fattori sociali, giuridici e politici ne bloccano il progresso legislativo.

Tuttavia, assicurare una protezione legale non è dappertutto un’azione legislativa semplice da attuare: richiede volontà politica che non consiste solo nell’approvazione di una legge, ma soprattutto nel farla rispettare fornendo le risorse umane, finanziarie e tecniche dirette a tal fine. Si parla di un grande impegno di partecipazione attiva della società civile in un quadro di stretta collaborazione tra cittadini, istituzioni e organizzazioni.

Subito una legge in Italia per la Tutela dei whistleblower!”: la lunga attesa da parte del Senato.

Seppur in cronico ritardo contornato da dibattiti pubblici e politici, l’Italia adotta la prima disposizione in materia con la legge anti-corruzione 192/2012 introducendo l’art. 54-bis nel TU del pubblico impiego (D.Lgs 165 del 2001). Una previsione di legge molto ristrettache porta con sé tutta una serie di ostacoli a partire dalla mera applicazione al settore pubblico, al divieto di rivelazione del nome del whistleblower e alle scarse misure di tutela del dipendente a misure discriminatorie. Insomma, una normativa alquanto inefficace e di scarsa applicazione che testimonia come l’Italia non ha mai beneficiato di un consistente dibattito politico che garantisca una protezione legale dei whistleblower e che disincentivi il diritto del lavoratore ad esporsi a eventuali segnalazioni.

Un passo in avanti, però, è stato fatto attraverso la proposta di una legge organica che introduce delle disposizioni omogenee alla tutela dei whistleblower (approvata alla Camera dei deputati nel gennaio 2016), che va al di là del carattere generale ed astratto della precedente disposizione, dando una legittimazione sociale a queste nuove figure. Grazie al consistente contributo di associazioni, enti pubblici, esperti che hanno collaborato e al lavoro delle commissioni Giustizia e Lavoro della Camera, si è richiamato a delle novità per la redazione di una legge dettagliata ed organica, tanto ostracizzata dagli “impauriti” di Forza Italia. Alcune novità sono la tutela estesa anche al settore privato, la clausola anti-calunnie successiva alla denuncia discriminatoria che segue la segnalazione, la segnalazione in buona fede successiva al formale accertamento dell’illecito.

Eppure la proposta di legge non va considerata come un punto d’arrivo, ma è un mero punto di partenza per una normativa più omogenea in materia.

Ne deriva che accanto alle progressive riforme emergano anche molti punti oscuri a partire dalla mancanza di accompagnamento ai segnalanti, casistica di condotte illecite o di abuso, garanzia di obbligatorietà nel settore pubblico, scarsa attenzione al coinvolgimento delle mafie.

Tuttavia, freme l’attesa di una decisione da parte della Commissione Affari Costituzionali del Senato che non ha ancora deciso quando mettere la proposta di legge in calendario per discuterla. È qui che entra in gioco la campagna/petizione #vocidigiustizia di Riparte il futuro e di Transparency International Italia diretta alla senatrice Anna Finocchiaro. Per arrivare ad una legge sul whistleblowing completa, la campagna introduce proposte di modifica e di integrazione rispetto ai buchi neri della disposizione.

Annalisa Salvati da LiberoPensiero

Corruzione, al via campagna #vocidigiustizia per tutelare chi denuncia malaffare nei luoghi di lavoro

di

Online una petizione per chiedere al Senato di calendarizzare al più presto il disegno di legge sulla protezione dei whistleblower approvato dalla Camera a gennaio. Un’iniziativa di Riparte il futuro e Transparency International Italia.

Tutelare chi denuncia corruzione e legalità sul posto di lavoro, ovvero i cosiddetti whistleblower. È il tema della campagna #vocidigiustizia lanciata oggi da Riparte il futuro e Transparency International Italiaper chiedere – con una petizione suChange.org – alla Commissione Affari Costituzionali del Senato di calendarizzare al più presto il disegno di legge sulla protezione dei whistleblower  approvato dalla Camera lo scorso gennaio.

“Nel 2015 – ricordano i promotori in un comunicato – l’Autorità nazionale anticorruzione (Anac) ha ricevuto 200 segnalazioni da persone che hanno avuto il coraggio di segnalare illeciti di cui sono state testimone sul posto di lavoro (whistleblower). Attualmente quei cittadini che si espongono in prima persona non godono di alcuna protezione adeguata oltre che di nessun riconoscimento di merito”.

Secondo i promotori, una legge adeguata dovrebbe prevedere anche questi elementi: Canali ben definiti di segnalazione (chi è testimone di un illecito deve sapere con estrema chiarezza a chi rivolgersi); garanzie di riservatezza per chi ha avuto il coraggio di uscire allo scoperto; un fondo per la tutela dei segnalanti che sostenga chi ha subito ritorsioni o deve affrontare ingenti spese legali; sanzioni verso i soggetti che attuano discriminazioni e ritorsioni, compresi i datori di lavoro sia pubblici che privati; utilizzo della normativa sia per il settore pubblico sia privato; la dimostrazione da parte del datore di lavoro che i provvedimenti disciplinari, il demansionamento o ogni altro provvedimento peggiorativo della posizione del segnalante sono stati attuati per ragioni diverse dalla denuncia di corruzione o ruberia.

La petizione

Giustizia: Vicenza il tribunale più lento nel Nord Italia, nonostante la bassa litigiosità

Businarolo (M5S): «Si paga la chiusura di Bassano e l’organico sottodimensionato»

businarolo

Il tribunale più lento del Nord Italia? È quello di Vicenza. La giustizia berica, in quanto a scarsa efficienza, è ultima in un lungo elenco che comprende tutti i tribunali di Piemonte, Valle d’Aosta, Lombardia, Trentino Alto Adige, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna e Toscana. Bisogna scendere fino a Macerata per vedere un dato peggiore dei 1320 giorni necessari a concludere una causa civile nel capoluogo veneto: nella cittadina delle Marche si arriva a 1375. Eppure Vicenza è una delle città meno litigiose d’italia, con sole 514 cause ogni 100mila abitanti.

I dati sono stati pubblicati in questi giorni dal Sole 24 Ore.

«Sono cifre che gridano vendetta – commenta Francesca Businarolo, deputata del Movimento 5 Stelle – e che evidenziano una grande disservizio». Businarolo si era occupata direttamente della vicenda, con diverse segnalazioni in parlamento, prima contro la chiusura del tribunale di Bassano (il cui carico è finito tutto per gravare su Vicenza), poi sulla mancanza di magistrati in organico. «Un problema, quest’ultimo di tutto il Veneto, fanalino di coda, i Italia, per quanto riguarda il numero di magistrati e cancellieri in tribunale: si parla del 10% ne primo caso e di poco meno del 20% nel secondo. È inevitabile che la macchina della giustizia finisca per incepparsi».

Incontro fra M5S e i Comuni del Garda per un progetto del collettore del Lago di Garda sostenibile

Si è svolto ieri mattina a Gardone Riviera, presso la sede della Comunità del Garda, un incontro tra il Movimento 5 Stelle e alcuni rappresentati dei Comuni Gardesani, un primo confronto che ha avuto come obbiettivo comune la tutela del lago di Garda. Per il M5S erano presenti il consigliere comunale di Castelnuovo del Garda Marcello Giacomelli e il consigliere regionale Manuel Brusco.
Per il Movimento era essenziale porre dei limiti alla cementificazione, puntando alla ri-naturazione del lago: il principale tema trattato durante l’incontro è stato il progetto del collettore del Garda.
“Non approveremo mai un progetto a scatola chiusa – dicono i rappresentanti M5S – le proposte per il collettore del Garda sono solo alle fasi preliminari ed è proprio ora che è necessario studiare tutte le possibili alternative coinvolgendo a pieno i sindaci, i cittadini e le organizzazioni delle diverse categorie professionali per giungere alla migliore progettazione a lungo termine”.
Tra le criticità sollevate dal M5S le principali sono la presenza di un unico progetto senza una accurata valutazione comparata di costi e benefici e la localizzazione di un unico mega depuratore per la sponda bresciana, collocato a Visano.
“Il sindaco di Visano ed il comitato “Visano Respira” presenti all’incontro lamentano da tempo l’assoluta mancanza di coinvolgimento – sottolineano i consiglieri – i progetti alternativi ci sono e permettono un intervento immediato, più efficiente, meno costoso, senza attendere 15/20 anni per la realizzazione del nuovo collettore”.

«C’è “il parlamentare che ti serve”», i pentastellati declinano l’invito del sindaco Cadura

Businarolo: «Può venire lui da noi». A Pescantina undici deputati

«Serviremo a tavola tutti, anche il sindaco Luigi Cadura, se vorrà venire, ma non verremo noi da lui». Risponde così Francesca Businarolo all’invito pervenuto dalla segreteria del primo cittadino di Pescantina per la serata di venerdì. Un incontro in municipio per parlare della situazione della discarica di Ca’ Filissine, di cui il Movimento 5 Stelle chiede a gran voce la dismissione.

Peccato che in quella stessa data si terrà, sempre a Pescantina, una cena secondo il format «Un parlamentare che ti serve», al ristorante Settimo Cielo di via Bernardi. Si tratta di un evento organizzato indipendentemente dal M5S per raccogliere fondi che serviranno ad azioni legali contro il progetto di riapertura della discarica.

«Come Movimento – aggiunge il consigliere comunale di Pescantina Samuele Baietta, organizzatore della serata – noi siamo stati l’unica vera opposizione politica ad un progetto palesemente inadeguato e dannoso per tutta la comunità. Continueremo sulla nostra strada, insieme ai nostri parlamentari veronesi che non ci hanno mai fatto mancare il loro sostegno»

Tra i presenti ci saranno i parlamentari: 

– Sergio Battelli

– Francesca Businarolo

– Davide Crippa

– Fabiana Dadone

– Marco Da Villa

– Alessandro Di Battista

– Mattia Fantinati

– Riccardo Fraccaro

– Giorgio Sorial

– Arianna Spessotto

– Alberto Zolezzi

A loro si aggiungeranno i consiglieri regionali Manuel Brusco e Patrizia Bertelle. Saranno presenti, inoltre, i consiglieri comunali della provincia di Verona.

«È curioso – sottolinea Businarolo – che il sindaco organizzi un incontro aperto ai parlamentari del territorio, per le 18,30 dello stesso giorno. L’organizzazione dell’evento non permette di essere presenti. Inoltre, sappiamo benissimo quali sono le posizioni di Cadura sulla questione Ca’ Filissine, le ha ripetute in molte occasioni e sono posizioni molto divergenti dalle nostre. Se vuole ne potrà parlare alla cena, gli riserveremo volentieri il tempo dell’intervento».

Durante la serata, in cui i parlamentari faranno da camerieri ai tavoli, si parlerà anche del dossier Ecomafie, che ha visto tra i relatori Alberto Zolezzi: diverse pagine sono dedicate proprio al caso di Pescantina.

(Prezzo della serata 15 euro: pizza e bevanda inclusa).

sindaco

Mia risposta al Sindaco:

risposta

I soldi promessi per la ricerca vanno a sistemare i conti Expo

di Gianni Barbacetto

In mezzo al guado tra Expo e dopo Expo, ci sono 200 milioni di euro che passano da una mano all’altra come nel gioco delle tre carte: 80 milioni stanziati dal governo nel novembre 2015 per il polo tecnologico; 50 milioni messi a disposizione dalla Regione Lombardia per gli spettacoli di questi mesi sul sito dell’esposizione (progetto Fast Post Expo); 75 milioni pagati a Expo spa (ormai in liquidazione) da Arexpo spa (la società proprietaria dei terreni che è diventata lo sviluppatore immobiliare dell’operazione dopo Expo). Sono, in totale, 205 milioni di denaro pubblico che hanno l’effetto di mascherare il buco di Expo spa.

Soldi freschi che si aggiungono ai 2,2 miliardi di euro spesi per costruire e gestire l’esposizione universale, che ha infine avuto ricavi (biglietti, sponsorizzazioni, royalties) non superiori agli 800 milioni. Questo investimento pubblico miliardario non è bastato per chiudere l’operazione che – da mission aziendale – doveva essere completata da Expo spa anche con lo smantellamento dei padiglioni (40 milioni) e la chiusura della società (18 milioni). Ecco dunque che arriva il “soccorso rosso” di altro denaro pubblico, un po’ mascherato per non far fare brutta figura a Giuseppe Sala, il commissario diventato intanto sindaco di Milano, unica consolazione di Matteo Renzi alle ultime elezioni. Proprio per “ringraziarlo”, Renzi è venuto nei giorni scorsi a incontrarlo e annunciare un “patto per Milano” che schiera il governo a sostegno dell’amministrazione comunale.

Il caso più clamoroso di “investimenti mascherati” è quello degli 80 milioni per il polo tecnologico: a novembre sono stati spacciati come soldi per la ricerca, primo contributo per dare il via a Human Technopole (Ht), il centro scientifico su genoma e big data; ma saranno usati per sistemare le “stecche”, cioè i prefabbricati che durante l’esposizione universale ospitavano bar, ristoranti e servizi, e che in futuro potranno accogliere i laboratori di ricerca Ht. I 50 milioni della Regione sono invece gestiti da Arexpo per tenere aperta una parte dell’area Expo: ma sono una cifra spropositata per realizzare concerti e spettacoli estivi che oltretutto attirano, in qualche caso, un pubblico davvero piccolo. I 75 milioni che Arexpo ha promesso a Expo (50 per fine 2016, 25 per metà 2017) dovrebbero invece compensare le opere che hanno valorizzato le aree su cui è stata impiantata l’esposizione.

Intanto, il guado tra Expo e dopo Expo durerà almeno due anni. E il nodo centrale è Human Technopole. È il progetto che dovrà dare un senso agli enormi investimenti pubblici realizzati su quell’area che nessuno ha voluto ricomprare, quando è stata messa a gara per 314 milioni nel novembre 2014. Il “piano B” è stato Human Technopole. Affidato all’Istituto Italiano di Tecnologia (Iit) di Genova con una dote promessa di 1,5 miliardi in dieci anni. I primi 80, come abbiamo visto, non andranno in ricerca. Ma chi li gestirà? Dopo la sollevazione dei rettori delle università e di gran parte della scienza italiana, che chiedevano un ente terzo, autonomo e indipendente per gestire quei soldi, è stata annunciata la costituzione di una fondazione, che però nascerà solo entro un paio d’anni. Nel frattempo, funzionerà un Comitato degli 11, consultivo, composto da un rappresentante del ministero dell’Economia (Mef), da uno dell’Istruzione (Miur), dai tre rettori di Statale, Politecnico e Bicocca, dal presidente del Cnr, da un rappresentante dell’Istituto Superiore di Sanità, da uno di Iit e da tre scienziati scelti dai ministeri Mef e Miur.

Tramonta dunque la dittatura di Iit contro cui erano intervenuti molti scienziati tra cui Elena Cattaneo e l’ex presidente Giorgio Napolitano. Ma nell’immediato, chi gestirà i primi 80 milioni già stanziati? Iit, con una struttura però a contabilità separata e un direttore operativo esterno scelto con bando pubblico internazionale. Resta il problema della trasparenza: potranno sapere i cittadini come saranno spesi i loro soldi? Andranno davvero in ricerca o a mascherare i conti traballanti di Expo? Il rifiuto dei verbali Expo e Arexpo chiesti dalla consigliera regionale Cinquestelle Silvana Carcano non promette bene.

I soldi promessi per la ricerca vanno a sistemare i conti Expo

L’antimafia non prende gli stipendi? Interrogazione M5S

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Io e Riccardo Fraccaro abbiamo presentato un’interrogazione per chiarire le ragioni nei ritardi dei pagamenti degli stipendi ai dipendenti di Sirfin Srl, società che gestisce le interfacce e gli applicativi per accedere ai dati della Direzione Nazionale Antimafia e delle Direzioni Distrettuali Antimafia.
Al Ministro della giustizia . — Per sapere – premesso che:
la direzione nazionale antimafia (DNA) è composta dal procuratore nazionale antimafia e da 20 magistrati del pubblico ministero che sono i sostituti procuratori nazionali antimafia. Il procuratore della DNA esercita le funzioni di coordinamento delle indagini condotte dalle singole direzioni distrettuali antimafia (DDA) nei reati commessi dalla criminalità organizzata. Tale coordinamento è finalizzato, soprattutto, ad assicurare la conoscenza delle informazioni tra tutti gli uffici interessati e a collegare le DDA tra loro quando emergano fatti o circostanze rilevanti tra due o più di esse;
con legge 30 giugno 2009, n. 85, sono istituiti la banca dati nazionale del DNA e il laboratorio centrale per la banca dati nazionale del DNA. Al fine di facilitare l’identificazione degli autori dei delitti, presso il Ministero dell’interno, dipartimento della pubblica sicurezza, è istituita la banca dati nazionale del DNA. Presso il Ministero della giustizia, dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, è istituito il laboratorio centrale per la banca dati nazionale del DNA;
con la modifica introdotta dal comma 3 dell’articolo 9 del decreto-legge n. 7 del 2015 (cosiddetto decreto antiterrorismo), modificato in sede di conversione in legge, è stato integrato l’articolo 117 c.p.p., sostituendo il comma 2-bis con la previsione che «Il procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo, nell’ambito delle funzioni previste dall’articolo 371-bis, accede al registro delle notizie di reato, al registro di cui all’articolo 81 del decreto legislativo 6 settembre 2011, n. 159, nonché a tutti gli altri registri relativi al procedimento penale e al procedimento per l’applicazione delle misure di prevenzione. Il procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo accede, altresì, alle banche dati logiche, dedicate alle procure distrettuali e realizzate nell’ambito della banca dati condivisa della Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo»;
la possibilità di attingere alle banche dati delle indagini preliminari delle procure distrettuali prevista dal progetto denominato S.I.D.D.A./S.I.D.N.A. (sistema informativo direzione distrettuale antimafia/ sistema informativo direzione nazionale antimafia), come affermato dal sostituto procuratore nazionale antimafia Alberto Maritati nel documento «Coordinamento delle indagini nei procedimenti per delitti di criminalità organizzata. Il ruolo della DNA», è alla base di una moderna ed efficiente risposta repressiva dello Stato verso l’aggressione del crimine organizzato perché consente una rapida conoscenza complessiva del fenomeno e delle sue attuali manifestazioni;
la banca dati distrettuale, con il sistema S.I.D.D.A., è costituita da un archivio dei testi integrali e da una base dei dati relazionale, tra loro integrati. All’interno dell’archivio dei testi integrali è possibile effettuare una prima e semplice ricerca dei dati e delle informazioni utili, come ad esempio è possibile ricercare nomi di persone o di società, un numero di targa di autoveicolo o di utenza telefonica, un soprannome e simili. La base dati relazionale è stata organizzata e strutturata secondo uno schema concettuale definito entità-relazione. La categoria delle entità è costituita da ogni possibile oggetto dell’informazione, come ad esempio i soggetti, il fatto reato, il bene, il mezzo di offesa, lo stupefacente, l’utenza telefonica e altro, la relazione è data dal legame che si può stabilire tra due o più entità, come tra i soggetti che appartengono allo stesso sodalizio criminale, tra il soggetto ed un bene, un’arma, una località e così via. Le entità e le relazioni presenti in banca dati sono state definite in base agli oggetti di informazione che ricorrono maggiormente nelle attività di indagine e che rivestono maggiore importanza sul piano investigativo per la singola indagine, ma anche per soddisfare le esigenze di una conoscenza complessiva dei fenomeni criminali di tipo mafioso;
la centralità strategica del progetto del progetto S.I.D.D.A./S.I.D.N.A è stata rimarcata anche nella relazione annuale sulle attività svolte dal procuratore nazionale e dalla direzione nazionale antimafia e antiterrorismo, in riferimento al periodo 1o luglio 2014-30 giugno 2015, pubblicata nel febbraio 2016. Come si legge nel documento «Occorreva quindi creare un’unica banca dati centralizzata, che sapesse fondere gli elementi informativi, i più vari, proprio per rispondere alla multifattorialità delle dinamiche criminali;
che sapesse, parimenti, garantire riservatezza e confidenzialità, delle informazioni e la loro assoluta ed esclusiva gestione in capo ai Procuratori distrettuali che ne sono titolari. Rendendo partecipi le Procure distrettuali della diretta realizzazione di un unico patrimonio informativo condiviso presso la DNA, dal quale derivare le 26 viste logiche riservate e dedicate alle singole DDA, si determina un’architettura non solo più efficiente ed efficace ma anche più sicura ed economica. Elemento fondamentale, che pone tale logica di accentramento strutturale coerente anche sotto il profilo giuridico in termini di riservatezza delle informazioni, è la disposizione per cui in ogni caso nessun dato custodito nella banca dati della Procura distrettuale può essere sottratto all’esigenza conoscitiva del procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo per coordinare e dare impulso alle indagini, rendendo nella sostanza in ogni istante la banca dati fisica oggi presente nelle Procure distrettuali perfettamente speculare alla sua equivalente presso la DNA»;
le attività di assistenza applicativa, gestione sistemistica, asset inventory, politiche di backup e di sw distribution di patch sw, gestione delle reti e altro riguardanti i sistemi e gli utenti (magistrati, segreterie, ufficiali di polizia giudiziaria) che operano sul Sistema informativo SIDNA/SIDDA sulle 26 direzioni distrettuali e sulla direzione nazionale antimafia sono state assegnate con gara d’appalto al raggruppamento temporaneo di impresa (RTI) costituito da Telecom Italia, Selex ES, Top-Network, Sirfin Spa e Progesi Sel. Le attività sono dettagliate nel piano generale di lavoro del contratto e nel piano di lavoro obiettivo (PLO) predisposto dal predetto RTI e in conformità con quanto previsto dal contratto esecutivo numero SIA.54.02.03.08.GM.G.19/12 «Contratto per la fornitura dei servizi di Gestione Sistemi e Assistenza Applicativa del Sistema Informativo del Ministero della giustizia e degli Uffici Giudiziari» del 21 settembre 2012, aumentato del quinto contrattuale per le sedi della DNA/DDA (rif lettera Prot. m dg DOG07.27/03/2013.0007844.U), così come sottoscritto con il Ministero della giustizia direzione generale dei sistemi informativi automatizzati;
nell’ambito delle menzionate attività, di assistenza e gestione, Sirfin spa, con sede legale a Cosenza in via Isonzo 2/M, attraverso la sua controllata Sirfin PA srl, con sede legale a Cosenza in via Isonzo 2/M, ha in carico la gestione e il coordinamento dei seguenti servizi:
a) servizio gestione sistemi e reti SIDDA/SIDNA, il cui compito è di recepire le richieste dell’amministrazione che ha sottoscritto il PLO, analizzarle con i responsabili per il RTI dei CS (Centro servizi), razionalizzarle in accordo con i referenti territoriali CISIA (Coordinamento interdistrettuale sistemi informativi automatizzati), al fine di ottenere una visione integrata delle attività specifiche del servizio sul territorio nazionale;
b) servizio assistenza applicativa SIDDA/SIDNA, il cui compito è di recepire le richieste dell’amministrazione, analizzarle con i responsabili per il RTI dei CS, razionalizzarle in accordo con i referenti territoriali CISIA, al fine di ottenere una visione integrata delle attività specifiche del servizio sul territorio nazionale;
c) servizio supporto specialistico, il cui compito è di recepire le richieste dell’amministrazione, analizzarle con i responsabili per il RTI dei CS, razionalizzarle in accordo con i referenti territoriali CISIA, al fine di ottenere una visione integrata delle attività specifiche del servizio sul territorio nazionale;
come illustrato dalla relazione annuale della DNA, per quanto attiene l’assistenza sistemistica/applicativa nelle DDA, anche l’attività di supporto sul sistema Siris/ARES è affidata alla società Sirfin spa. Nella fattispecie l’applicativo Siris/ARES integra le funzionalità di base per accedere alla banca dati del S.I.D.D.A./S.I.D.N.A., non più come applicazioni separate, permettendo di richiamare qualsiasi contesto applicativo ove sia presente un soggetto fisico e/o giuridico. Oltre ad includere le funzionalità esistenti, l’applicativo aggiungerà contestualmente nuove funzionalità per migliorarne l’integrazione e le performance, tramite nuovi sistemi di personalizzazione delle richieste (scelta dei capitoli), la rivisitazione delle query (per adeguarle alla nuova banca dati nazionale centralizza) e nuovi servizi di elaborazione delle richieste, che utilizzano la nuova architettura di ARES come l’esecuzione asincrona delle richieste provenienti da più utenti;
risulta infine all’interrogante che la Sirfin PA srl (84 dipendenti al 31 dicembre 2013 e 92 dipendenti al 31 dicembre 2014) negli ultimi 18 mesi abbia sistematicamente ritardato il versamento dei pagamenti degli stipendi ai propri dipendenti provvedendo a bonificare il saldo delle mensilità, della corresponsione dei buoni pasto e dei rimborsi spese in forma rateizzata determinando così un inevitabile disagio nei confronti del personale incaricato di svolgere funzioni strategiche all’interno dell’amministrazione della giustizia;
nelle comunicazioni al personale Sirfin PA srl, la quale nel febbraio del 2016 ha sottoscritto un contratto di affitto di ramo d’azienda con la Sirfin spa, imputa i continui inconvenienti nella corresponsione degli emolumenti riconosciuti al personale: a) ai ritardi nei pagamenti da parte del Ministero della giustizia all’impresa mandataria, la quale provvede alla ridistribuzione delle somme alle imprese mandanti; b) all’iter di approvazione e autorizzazione nella predisposizione dei pagamenti da parte della società mandataria –:
se il Governo sia a conoscenza dei fatti descritti in premessa e quali iniziative di competenza intenda promuovere per assicurare la regolare e puntuale corresponsione degli stipendi ai dipendenti delle aziende che operano nell’ambito delle attività di pertinenza della direzione nazionale antimafia e terrorismo e delle direzioni distrettuali antimafia;
quali siano le iniziative in essere per monitorare il rispetto degli impegni sottoscritti tra il Ministero della giustizia e il menzionato raggruppamento temporaneo di imprese. (4-13797)

Verona, servono sessanta vigili del fuoco

L’interrogazione di Businarolo (M5S): «Organico sottodimensionato»

Sessanta vigili del fuoco in più per la provincia di Verona. È quanto chiede la deputata del Movimento 5 Stelle, Francesca Businarolo, in un’interrogazione rivolta al ministero dell’Interno. L’intervento parlamentare, arriva dopo l’allarme lanciato dai sindacati del comando provinciale.

La situazione. La  provincia di Verona possiede soltanto tre distaccamenti permanenti dei vigili del fuoco, più o meno la metà di quanti ne hanno le altre province venete (5 a Padova, 6 a Treviso e a Vicenza e 11 a Venezia). La copertura del territorio vede una sede di servizio ogni 1.032 chilometri quadrati, mentre la media regionale è di una sede ogni 472 chilometri quadrati una sede di servizio ogni 307.888 abitanti, contro una media regionale di una sede ogni 126.348 abitanti. Infine la presenza di agili del fuoco operativi sul territorio risulta essere pari ad una unità ogni 4.016 abitanti, contro una media regionale di una unità ogni 2.548 abitanti.

Nell’interrogazione si chiede al ministero di intervenire al fine di provvedere al potenziamento e all’ammodernamento del soccorso tecnico urgente a Verona e provincia, con l’apertura di due nuovi distaccamenti, destinandovi almeno 60 nuovi vigili del fuoco, che potranno essere disponibili anche grazie al piano di mille assunzioni previste.

«Troppo spesso – sostiene Businarolo – si fa affidamento sul lavoro delle persone senza pensare che qualcosa possa andare storto. È il caso di corpi benemeriti come quello dei vigili del fuoco, dove spesso il senso del dovere colma le lacune dovute alla cattiva gestione della politica. È giusto che i pompieri veronesi possano essere messi in condizione di operare serenamente in quella che è una provincia impegnativa per territorio e particolarità geografiche».

L’Italia è il secondo Paese più corrotto d’Europa

L’Italia è, dopo la Bulgaria, il Paese più corrotto d’Europa. A livello mondiale si posiziona al 61esimo posto. Bisogna fare presto con provvedimenti più incisivi, perché gli scandali Mafia Capitale e Trivellopoli, purtroppo, non sono isolati. Il Movimento 5 Stelle ha un piano per il contrasto della corruzione in Italia e in Europa. I corrotti riciclano mazzette e tangenti all’estero, così come fa la criminalità organizzata. Abbiamo intervistato Sergio Valentini di Transparency International, l’associazione che ogni anno stila la classifica sulla corruzione.

Che cosa è Transparency International?
Transparency International è la più importante organizzazione per il contrasto alla corruzione nel mondo. In Italia è attiva dal 1993 e stila la classifica di percezione della corruzione, ma anche quelle di chi paga le tangenti e l’effettivo livello di corruzione. Il nostro obiettivo è quello di avere una idea di come i Paesi si muovono nel contrasto della corruzione da un anno all’altro. Vogliamo dare consigli e provocare dei miglioramenti.

Come si calcola il livello di corruzione in ogni Paese?
Bisogna distinguere fra l’indice di percezione della corruzione e l’indice di effettivo del pagamento della corruzione stessa. Questa è calcolato per metà sulla base di interviste e commenti di opinion makers, persone che lavorano nel campo amministrativo, per l’altra metà sulla base di analisi che vengono fatte con un metodologia identica in tutto il mondo. Queste due classifiche in Italia non coincidono, ma quello che è peggio in Europa non sono le stesse. Quattro Paesi europei che sono fra i migliori dieci Paesi con il più basso indice di percezione percepita, sono fra i primi 10 posti dei Paesi che pagano più tangenti al mondo. La corruzione è una tassa sulla povertà. Chi paga la mazzetta ha più soldi di chi la riceve. Facciamo dei nomi: Svizzera, Olanda, Germania e Gran Bretagna sono fra i primi posti assoluti per pagamenti di tangenti.

Come si posiziona l’Italia in questa classifica?
Male. È il penultimo Paese dell’Unione europea. È pressoché stabile come posizionamento negli ultimi anni, prima però peggiorava, dunque ci sono segnali di miglioramento. Va sottolineato che, da un punto di vista legislativo, l’Italia è nel contrasto alla corruzione molto avanti. Bisogna fare una differenza fra l’obbligo di legge e quella che è la percezione della corruzione in Italia e dell’Italia nel mondo.

All’Italia serve un piano speciale contro la corruzione?
Probabilmente all’Italia serve una applicazione rigorosa delle leggi esistenti. Che poi ci sia una sottovalutazione della criminalità in tutta Europa è un dato di fatto visto che ogni Paese la misura e la verifica in modo diverso. E devo ammettere che l’iniziativa del Movimento 5 Stelle porta all’attenzione la transazionalità delle filiere criminali.

Cosa bisogna fare?
Quello che manca oggi è un serio sistema di reporting che tuteli chi lancia l’allarme, che in inglese si chiama whisteblowing, i cosiddetti lanciatori di allerta. Chi ha il coraggio di parlare, anche se in passato ha avuto dei problemi, deve essere protetto dalle ritorsioni. Questo oggi in Italia non è credibile.

Come deve essere protetto il whisteblower?
Con l’anonimato assoluto. Con la possibilità di fornire dati oggettivi e inoppugnabili e consentendo di avere un sistema di doppio controllo – il sistema di check and balance britannico – perché a volte chi riceve la segnalazione è implicato. Di norma chi ẻ più in alto conosce meglio le dinamiche corruttive di chi è in basso.

ECCO LE PROPOSTE DEL M5S PER COMBATTERE LA CORRUZIONE E LA CRIMINALITÀ ORGANIZZATA.