Cosa è successo davvero al Consiglio europeo e cosa ha ottenuto l’Italia

di Laura Ferrara, portavoce del MoVimento 5 Stelle in Parlamento Europeo

Ricapitoliamo:
PD et similia, quelli che hanno firmato il regolamento di Dublino (che prevede il principio del primo Paese di ingresso responsabile per le domande d’asilo) e che hanno negoziato e firmato l’operazione Triton (che prevede che l’Italia sia l’unico Paese ospitante per gli sbarchi da effettuare a seguito di operazioni di ricerca e salvataggio) oggi sentenziano sulle conclusioni del Consiglio europeo “grave sconfitta!” alternato a “resta tutto come prima!”.

Mi chiedo se, ad esempio, abbiano letto il punto 5 del testo, che per la prima volta prevede, scritto nero su bianco, che lo sbarco di chi viene salvato in operazioni di ricerca e salvataggio dovrà basarsi su azioni condivise o complementari tra gli Stati membri. E mi chiedo se abbiano colto, sempre nel punto 5 del testo, che per la prima volta si comincia a parlare di vie legali di accesso all’UE, cosa a mio avviso fondamentale e rivoluzionaria per tutelare chi fugge da guerre e persecuzioni e per combattere i trafficanti di esseri umani. È poco? Non mi sembra affatto.

Forza italia parla addirittura di “passo indietro”. Ma indietro rispetto a cosa? Ricordano il regolamento di Dublino, tuttora in vigore, che anche loro hanno firmato? Più indietro del testo che hanno firmato, non si può andare.

Allora anche in questo caso mi chiedo se ad esempio abbiano letto, oltre al punto 5, anche il punto 12 del testo, dov’è scritto a chiare lettere “È necessario trovare un consenso sul regolamento Dublino per riformarlo sulla base di un equilibrio tra responsabilità e solidarietà, tenendo conto delle persone sbarcate a seguito di operazioni di ricerca e soccorso”.
Per la prima volta, anche in questo caso, si evidenzia come la riforma di Dublino non possa essere affrontata senza tenere conto dei flussi migratori e delle loro rotte. E poi, non erano loro quelli del “aiutiamoli a casa loro!”? Chissà se avranno letto i punti 7 e 8 del testo, che mirano a impegnare l’Unione Europea nel garantire uno sviluppo dei Paesi africani, con particolare attenzione all’istruzione, alla salute, alle infrastrutture, all’innovazione, al buon governo e all’emancipazione femminile.

Di tutti i commenti e le dichiarazioni che ho letto, l’attenzione si è concentrata solo sul punto 6, ovvero sulla vittoria (di Pirro) di Macron. In puro stile politichese, hanno letto e commentato il ricollocamento dei migranti su base volontaria lì previsto, slegato dal contesto. Il contesto sono i centri da istituire negli Stati membri per individuare chi ha diritto alla protezione internazionale e chi questo diritto non lo ha. Ma attenzione: anche questi centri potranno essere creati su base volontaria!! Dunque? Un nulla di fatto. Già tutti i Paesi -noi compresi- si sono dichiarati non disponibili ad istituirli sul proprio territorio.

Cosa resta allora delle lunghe negoziazioni del Consiglio europeo?
Resta, tra l’altro, l’introduzione delle vie legali di accesso, il potenziamento del partenariato con l’Africa, operazioni di ricerca e salvataggio e relativi sbarchi da gestire in maniera condivisa e solidale e una riforma di Dublino ancora sul tavolo che dovrà tener conto degli sbarchi e dell’equilibrio tra responsabilità e solidarietà. Dunque, una partita tutt’altro che chiusa.

E se si pensa alle posizioni diametralmente opposte da cui si partiva, personalmente leggo in questo testo un buon risultato e un gran lavoro fatto dal nostro premier Giuseppe Conte.

L’ipocrisia sui migranti affonda l’Europa

Emergenza umanitaria, solidarietà, rispetto dei diritti. Quante belle parole, ma quanta ipocrisia si sta spargendo intorno al tema dei migranti. La domanda vera però è a chi giova questo atteggiamento?

Fin dal suo insediamento il Governo del Cambiamento ha posto il tema dell’immigrazione sui tavoli internazionali del G7, negli incontri bilaterali con Macron e Merkel e lo farà ancora al Consiglio europeo di fine mese. I fallimenti del passato sono sotto gli occhi di tutti, è il momento di agire.

È il momento di richiamare al rispetto delle regole i nostri partner europei e tutti i soggetti impegnati nella gestione e nell’accoglienza della moltitudine di disperati che si riversa in mare in cerca di un futuro in Europa.
Regole e principi nobilissimi che tutti hanno approvato e sottoscritto, ma che pochi, quasi nessuno, rispetta davvero. Anzi, richiamarsi a nobili ideali è diventato un modo per lanciare accuse ipocrite, o peggio ancora insulti.
In Italia soltanto tra il 2015 e il 2017 è entrato quasi mezzo milione di migranti (454.674, dati Fondazione Migrantes). Molti arrivano facendo richiesta di protezione, reclamando lo status di rifugiato, ma su un campione di 80mila domande esaminate, ben il 60% viene respinto.

In base agli impegni assunti dall’Unione Europea fin dal 2015 circa 35mila richiedenti protezione presenti in Italia dovevano essere ridistribuiti in altri paesi. Chiacchiere! Secondo il Ministero dell’Interno al 18 giugno di quest’anno soltanto 640 persone sono state ricollocate in Francia, 235 in Spagna. Meglio va in Germania, dove ne hanno accolto 5.438, ma – secondo gli stessi accordi – dovevano farsi carico di oltre 10mila richieste.
Sappiamo benissimo che intanto la creazione dei centri Sprar e Cas è diventato un business, oggi in Italia ci sono circa 180mila persone in attesa di riconoscimento del loro status. Così come è un business vergognoso il traffico di esseri umani, alimentato da oscure organizzazioni di cui sappiamo ancora poco.
Alla continua produzione di regolamenti e accordi internazionali non corrisponde la reale volontà di attuarli, perché affrontare questi problemi ha un costo non solo economico, ma anche in termini di consenso per i governi che se ne fanno carico. La vicenda dell’Aquarius è solo l’ultimo evidente esempio di questo cinico modo di fare. A parole son tutti bravi a reclamare il rispetto dei diritti umani, ma quando si viene al dunque la storia la conosciamo bene…

Aprire o chiudere i porti è un finto problema. La questione vera è quale legge vige nel Mediterraneo, chi la fa rispettare e come? Ma soprattutto quali valori ispirano questa legge?

È il momento per l’Europa di ritrovarsi intorno ai principi che tutti predicano, ma che pochi praticano sinceramente. Non è in gioco soltanto la gestione del fenomeno epocale delle migrazioni. È in gioco il futuro dell’Europa come comunità politica e dei suoi valori.

Rilanciamo il lavoro e lo sviluppo per tornare grandi nel mondo!

In diretta da Roma il mio intervento all’assemblea nazionale UIL

Pubblicato da Luigi Di Maio su Venerdì 22 giugno 2018

di Luigi Di Maio, Ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico

Unire il mondo delle imprese con il mondo dei lavoratori è l’unico modo per far ripartire il nostro grande Paese. Questa sinergia è il collante delle piccole e medie imprese italiane che ci hanno reso grandi nel mondo, rendendo il Made in Italy un fiore all’occhiello a livello internazionale. Per questo ho voluto accogliere la sfida di mettere insieme due Ministeri, quello del Lavoro e dello Sviluppo Economico. È una sfida che possiamo vincere perché siamo in un momento storico in cui ci sediamo al tavolo sia con i rappresentanti sindacali, sia con quelli delle aziende. Con i lavoratori e la dirigenza di TIM, qualche settimana fa, abbiamo scongiurato la cassa integrazione, raggiungendo un accordo reso possibile grazie ai funzionari del Ministero del Lavoro e a questa unione d’intenti. Abbiamo attraversato la strada che ci portava dal Ministero del Lavoro a quello dello Sviluppo economico e abbiamo cominciato a parlare di un nuovo modello di sviluppo per le telecomunicazioni e per rilanciare il settore. È questo quello che sto e che dobbiamo cercare di fare nei prossimi anni.

Sono arrivato in Parlamento circa 6 anni fa, in questo tempo ho rappresentato le istanze di tante persone che venivano da me e mi portavano le loro sofferenze. Questo è un Paese che ha circa 2,7 milioni di persone che non hanno più cibo, circa 4,7 milioni di cittadini sono in povertà assoluta e 8,2 in povertà relativa. Ma la cosa che più mi sta a cuore e che devo affrontare ogni giorno è quel 12% di lavoratori italiani che lavora sotto la soglia di povertà relativa. C’è un problema di povertà, di lavoro, ma anche di quale lavoro può risolvere il problema della povertà.
Questa è la grande sfida che ci aspetta, se non la affrontiamo ci ritroveremo a non avere abbastanza contributi per arrivare ad una pensione sopra la soglia di povertà relativa. L’altra vera grande questione, che ho ribadito ieri quando sono intervenuto al Consiglio dell’UE, è quella della crescita demografica di questo Paese.
Siamo l’ultimo Paese che fa figli in Europa, un dato legato anche al tema del lavoro e della solidità del contratto con cui veniamo assunti. Voglio lavorare con tutti per riuscire ad arrivare a delle soluzioni soddisfacenti in entrambe le direzioni. Qual è la questione principale? È che si fa un grande sforzo per difendere il lavoro esistente, per non far scappare le aziende all’estero, per non farle demoralizzare (a volte in malafede), per non farle chiudere con un comunicato o con una lettera.

Stanno nascendo nuove categorie di lavoratori che a volte non conoscono il loro datore di lavoro, che non hanno un contratto e che oggi, in alcuni casi – soprattutto i più giovani – chiedono di lavorare pur senza stipendio. Solo per dire di avere un lavoro. Questo concetto sta distruggendo la cultura del lavoro in Italia, tanti ragazzi oggi chiedono di lavorare pur di non stare a casa e a volte ci rimettono pure dei soldi.
Questo tema è rappresentato da una categoria, non l’unica a vivere questa sofferenza, che ho deciso di accogliere subito al Ministero del lavoro, ancora prima d’incontrare i rappresentanti del settore metalmeccanico sulla questione ILVA. Sto parlando dei cosiddetti riders, simbolo di una generazione abbandonata, oggi in balia di app, piattaforme digitali, multinazionali che a volte utilizzano la loro forza-lavoro senza fargli nemmeno un contratto, senza dargli una minima tutela.
Secondo i nostri studi, entro il 2025-2030 il 50% dei lavori così come lo conosciamo si trasformerà in Italia. Molte di queste persone lavoreranno per delle piattaforme digitali, che devono iniziare a fornire delle tutele. Perché quando un ragazzo mi consegna del cibo a casa in bicicletta e viene messo in competizione con una macchina, quel ragazzo mi stringe la mano, mi sorride, mi fornisce il servizio con un valore aggiunto che va retribuito. Le capacità, il talento e l’umanità delle persone devono essere pagate, non le puoi mettere in competizione con una qualsivoglia tecnologia.

Ho detto a questi ragazzi una cosa molto semplice: voglio fare delle norme che vi tutelino e che facciano in modo che quello che fate sia lavoro e non sfruttamento. Le tutele per chi lavora con le piattaforme digitali le mettiamo in un testo e le facciamo diventare legge. Poi si sono fatte sentire le piattaforme digitali, le ho incontrate al Ministero del Lavoro e gli ho proposto un percorso: da una parte mettiamo le rappresentanze dei lavoratori e dall’altra le piattaforme digitali.
Se a quel tavolo si trova una soluzione per le tutele di questi ragazzi non c’è bisogno di null’altro, perché a quel punto avremmo trovato un accordo, un nuovo tipo di contratto per la cosiddetta gig economy che li possa tutelare. Ma se, invece, subiamo delle minacce come il trasferimento delle aziende all’estero, allora facciamo la legge. Questo è il mio modo di vedere le cose. Devo dire che c’è stata un’ampia disponibilità, settimana prossima ci sentiremo e cominceremo questo tavolo sui lavori della gig economy.
La questione dei giovani è molto importante: vanno coinvolti soprattutto sul concetto che vogliamo dare di lavoratore. Ieri, per poco, al Consiglio dell’UE non siamo riusciti ad inserire la definizione di lavoratore all’interno di una direttiva che stavamo discutendo, e si è demandato agli ordinamenti nazionali.

Questa direttiva, ovviamente l’ho presa in corsa perché faceva parte delle discussioni del vecchio governo, spero venga migliorata al Parlamento Europeo. C’è bisogno di stabilire chi è il lavoratore, che cos’è un lavoratore e con quali tutele e definizioni. Perché stiamo andando in una direzione che mi preoccupa molto, quella proprio di quei ragazzi – non per forza del Sud, ma anche delle periferie del Nord – che oggi accettano qualunque cosa pur di dire ai genitori di aver trovato un’occupazione, pur di dire agli amici che hanno trovato un lavoro.
Mi fa piacere si inizi a parlare della partecipazione dei lavoratori, per orientare le decisioni che un’organizzazione di rappresentanza. Questa partecipazione, che a noi sta molto a cuore, vede anche altri strumenti che noi abbiamo individuato nel contratto di Governo: mi riferisco all’abolizione del quorum nel referendum abrogativo. È un tema che chiama la mobilitazione, per anni i referendum li vinceva chi se ne stava a casa. È arrivato il momento di fare in modo che chi va a votare conta e chi se ne sta a casa si prende le sue responsabilità.

Questo concetto, ovviamente, mi permette di introdurre un’altra cosa che riguarda anche le aziende. Come dicevo ho voluto unire Sviluppo Economico e Lavoro perché credo si possa fare un gioco di squadra tra la parte datoriale e la parte dipendente. Queste due parti, soprattutto nelle piccole e medie imprese italiane, hanno fatto il miracolo del Made in Italy nel mondo. Dev’esser chiara una cosa, non penso che tutti i problemi di questo Paese si possano risolvere con delle leggi.
Non voglio intervenire e non voglio che questo Governo intervenga continuamente con leggi in ogni dinamica economica, perché facendo così molto spesso si sono bloccati gli investimenti complicando troppo il codice degli appalti. Si sono anche bloccate le imprese riempiendole di burocrazia per oltre 30 miliardi di Euro all’anno di costi, si volevano perseguire gli evasori con degli strumenti che stanno perseguendo quelli che le tasse le hanno sempre pagate e alla fine il meccanismo generale che si è creato è una paura generalizzata di esser sempre fregato da una delle 187mila leggi esistenti nel Paese che prima o poi ti sfuggono.
Ho rivolto più volte un appello ai parlamentari: da domani cominciano a lavorare nelle commissioni che si sono formate oggi. Quindi, da lunedì, dal punto di vista lavorativo del Parlamento, ho chiesto di non bombardate i cittadini di troppe leggi, perché è arrivato il momento di semplificarne e abolirne un po’ di quelle che non servono.
Credo, invece, che l’Italia si possa cambiare con l’esempio delle istituzioni. Se nelle istituzioni ci sono persone che danno l’esempio, allora il Paese può cambiare molto più velocemente. Credo che questa sia finalmente la settimana buona per abolire i vitalizi agli ex parlamentari; è prima di tutto un messaggio che si vuole dare da questo punto di vista. È una questione di giustizia sociale. Dopo i vitalizi passeremo anche alle pensioni d’oro, sopra i 5mila Euro netti vanno tagliate se non hai versato i contributi.

Il lavoro si crea con gli investimenti in Italia. Su questo dobbiamo chiarire una cosa: nel nostro contratto di governo abbiamo inserito una clausola che individua uno studio costi-benefici sulle grandi opere italiane. Il vero problema in Italia è che in alcuni casi si facevano opere per spendere soldi e non si spendevano soldi per fare opere. Questo concetto è alla base di alcune questioni che noi abbiamo posto, come quella della TAV in Val di Susa.
Poi ci sono da spendere soldi per fare delle opere importanti, penso a Matera Capitale della Cultura che non ha ancora il treno. Ci sono ponti sul Po, nella ricca Lombardia che traina quasi un quarto del PIL italiano, che crollano per mancate manutenzioni. Ci sono investimenti da fare in strade e autostrade in alcune zone del nostro Paese.
Io penso che sulle infrastrutture ci sia molto da fare. Mi chiederete: ma dove prenderete tutti questi soldi? Dobbiamo sbloccare quelli che sono già negli enti locali e territoriali, che non si muovono. Il Ministero del Sud che abbiamo individuato lavorerà dalla mattina alla sera per sbloccare i fondi europei che sono già destinati e non si stanno spendendo. Soprattutto, dobbiamo semplificare il codice degli appalti, perché in alcuni enti locali e territoriali ormai c’è la paura di mettere una firma sotto una delibera per sbloccare un investimento.

Se riusciremo a sbloccare i miliardi di Euro che sono già allocati negli enti territoriali e locali, allora potremmo già rimettere in parte in moto l’economia. Come prima si citava l’ILVA è una delle questioni più importanti che abbiamo sul tavolo e giustamente mi si chiede non da voi, ma in generale, di risolvere in 15 giorni una questione rinviata per sei anni e trascurata per venti. Io ce la metterò tutta, stiamo studiando le carte nel modo più scrupoloso possibile: il piano industriale, il piano ambientale, il piano finanziario, cose che non erano note pubblicamente fino a qualche tempo fa. È chiaro, ci sono due interessi primari da tutelare: quelli di coloro che lavorano nell’ILVA e quello dei tarantini, che devono tornare a respirare e che hanno il diritto di respirare.

Il costo del lavoro in Italia è ben al di sopra delle medie europee. Un provvedimento in questo senso deve andare nella direzione dei lavori che stanno arrivando e che possono dare nuove occasioni lavorative ai cittadini italiani. Con i livelli di disoccupazione giovanile che abbiamo, noi possiamo agganciare una grande rivoluzione nelle nuove tecnologie, nel Made in Italy, nella cultura e nel turismo. Il tutto per sgravare prima di tutto quei settori dal costo del lavoro, in modo tale da poter incentivare assunzioni e poter far sviluppare un comparto che in altri paesi d’Europa è molto più avanti.
L’Italia ha messo poche centinaia di milioni di Euro sulle start-up innovative; Macron, in Francia, con il quale non corrono buonissimi rapporti da qualche giorno, ha investito 4 miliardi di Euro. Questo settore permette anche la digitalizzazione e l’innovazione d’industrie della vecchia economia, parliamo di ricerca, sviluppo, ma soprattutto di giovani.

Ovviamente tante persone che faranno parte di questo cambiamento del mondo del lavoro avranno un grande problema, che è quello della riqualificazione. Ci saranno realtà che andranno nella direzione non della chiusura, ma della riconversione. E avranno bisogno di nuovo personale. Ieri ho incontrato il Ministro del Lavoro tedesco, loro hanno un sistema di centri per l’impiego molto efficiente.
Come ministro del lavoro riunirò il prima possibile gli assessori al lavoro delle singole regioni, perché i centri per l’impiego e le politiche attive del lavoro fanno parte dell’impianto della legislazione concorrente, quindi delle regioni. Quel tema lo dobbiamo affrontare prima di qualunque altra cosa: oggi i centri per l’impiego – in molte parti del Paese – sono un’umiliazione e non un’opportunità.

Ce la metterò tutta su quel fronte, tanti ragazzi stanno diventando NEET, stanno perdendo le speranze in qualsiasi cosa. Sia che si tratti di studiare o di cercare un lavoro. Stanno diventando NEET anche perché sbattono contro un centro per l’impiego che si prende il loro curriculum e gli dice: “Vi faremo sapere” e poi sparisce.
Questa è la premessa per un’altra questione, noi siamo stati mandati in Parlamento come forza politica dal 32% del Paese per realizzare una misura che si chiama reddito di cittadinanza: questo strumento crea tante giuste obiezioni, perché non lo conosciamo e devo dire che c’erano obiezioni anche nell’altra forza politica con cui condividiamo questo governo. Poi gliel’ho spiegato: l’obiettivo non è quello di dare soldi a qualcuno per starsene sul divano.
Tu hai perso il tuo lavoro perché quel settore è finito oppure si è trasformato? Ora ti è richiesto un percorso per formarti, qualificarti ed essere reinserito nei nuovi settori su cui stiamo facendo degli investimenti. Ma siccome hai dei figli, mentre ti formi e mentre lo Stato investe su di te, ti do un reddito. In cambio dai al tuo sindaco, ogni settimana, otto ore gratuite per lavori di pubblica utilità.
Sul reddito di cittadinanza noi non arretreremo e ci metteremo insieme come forze politiche, e se vorrete anche come parti sociali. Perché la vera grande questione è la riconversione di chi oggi ha bisogno di essere riqualificato e reinserito; una questione che passa dai centri per l’impiego, ma anche da un reddito.

Settimana prossima, in Consiglio dei Ministri, porterò già una prima norma stringente sulle delocalizzazioni, perché le aziende non possono lasciare i lavoratori in mezzo ad una strada dopo che hanno preso i soldi dalle loro tasse. Per andarsene a delocalizzare in giro per il mondo.
Lasciatemi dire un’ultima cosa sull’Unione Europea. In questi anni è stata quella che abbiamo conosciuto ogni volta che si toccavano argomenti come le pensioni: ce lo chiede l’Europa e si è fatta la legge Fornero, poi si sono fatte le delocalizzazioni perché c’era una norma europea che lo consentiva, poi si sono licenziati i lavoratori perché c’erano una serie di questioni che riguardavano alcune quote di mercato che non ci permettevano più di sviluppare un settore, poi abbiamo visto l’agricoltura arretrare perché ci si apriva a dei mercati che producevano alla metà del costo del lavoro e senza norme di sicurezza. Abbiamo conosciuto un’Europa che, dal punto di vista dei pensionati, dei lavoratori e dei disoccupati è sempre stata purtroppo una matrigna più che, invece, una realtà che doveva accompagnarci nei diritti e nella solidarietà.

L’Europa serve se lavora sul pilastro sociale. Se continua a prostrarsi alle banche e alla finanza i cittadini non ha seguiranno. Ieri ho detto alla Commissaria Thyssen, che è la commissaria di riferimento per il mio Ministero, che sosteniamo tutti gli interventi di politiche sociali che vorrà fare l’Unione Europea con il Fondo Sociale Europeo e con il fondo sulla Globalizzazione. Ma a due condizioni: prima di tutto ci deve essere un semplice accesso a questi fondi, perché a volte anche le più grandi entità dello Stato non riescono ad accedervi per problemi di burocrazia europea. L’altra è che non si possono destinare questi fondi a parti dell’Italia solo in base al PIL di quella zona del Paese, dobbiamo cominciare a destinarli in base agli indici di disoccupazione.
È vero che il PIL è un indicatore della ricchezza, ma è anche vero che il PIL dell’Italia cresce e allo stesso tempo i livelli di povertà continuano ad essere notevoli e a non arretrare. Voglio infine comunicare una cosa: sono consapevole che da soli non si va da nessuna parte, se si riesce a lavorare tutti insieme si trovano le soluzioni migliori ed è questo quello che voglio fare come Ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico.

I corrotti devono andare in carcere

I CORROTTI DEVONO ANDARE IN CARCERE!

I CORROTTI DEVONO ANDARE IN CARCERE!VI RIPROPONGO UN ESTRATTO DEL MIO INTERVENTO DI IERI.Voglio chiarire che la certezza della pena non è incompatibile con la finalità rieducativa della pena stessa. Sono due principi che necessariamente e fisiologicamente convivono, ma il principio della certezza della pena, va ribadito e va tenuto presente per dare una risposta di credibilità ai cittadini e non a una presunta opinione pubblica, perché i cittadini quella risposta oggi ce la chiedono e da quella risposta passa la fiducia che i cittadini hanno nei confronti dello Stato italiano nella sua capacità di dare una risposta di giustizia effettiva e sostanziale.Inoltre faccio un esempio che per me è molto importante: i cittadini oggi si aspettano una risposta molto chiara e precisa nella lotta alla corruzione. Proprio ieri ho avuto il piacere di partecipare alla presentazione della relazione annuale dell’ANAC. La prevenzione ed il contrasto alla corruzione è uno dei punti qualificanti del programma di governo e, come Ministro della Giustizia, intendo mettere in campo le misure più risolute per stroncare questo fenomeno. Ben conscio che nessuna lotta al malaffare potrà dirsi credibile se alla condanna per i reati contro la P.A. dei c.d ‘colletti bianchi’, non seguirà un’adeguata o alcuna pena detentiva. Ricordo che attualmente – il dato è aggiornato al 31 dicembre 2017 – il numero di questi detenuti è oggi di 370, lo 0,6% del totale.Il mio impegno sarà quindi quello di creare condizioni di piena dignità della detenzione, rispondenti alle prescrizioni europee ed internazionali, sia in termini di aumento della capienza dei posti disponibili sia in termini di razionalizzazione complessiva delle strutture carcerarie. Un ambiente il più possibile favorevole per i detenuti e per tutti coloro che, a cominciare dalla Polizia penitenziaria, lavorano a stretto contatto con detenuti ed internati e, non li elenco tutti perché non voglio dimenticarne nessuno ma davvero ringrazio tutti coloro che lavorano all’interno delle carceri.Altro dato richiamato dal Presidente Palma, è quello – drammatico – dei suicidi. 23 nelle prime 24 settimane dell’anno, che fa facilmente prevedere che alla fine del 2018 il tragico bilancio non sarà lontano da quello del 2017 in cui 50 sono stati i detenuti che si sono tolti la vita. Esiste un Piano nazionale per la prevenzione delle condotte suicidiarie che dovrà essere potenziato. In uno Stato di diritto non è accettabile che un detenuto preferisca la morte alla detenzione.

Pubblicato da Alfonso Bonafede su sabato 16 giugno 2018

di Alfonso Bonafede, ministro della Giustizia

La certezza della pena non è incompatibile con la finalità rieducativa della pena stessa. Sono due principi che necessariamente e fisiologicamente convivono, ma il principio della certezza della pena, va ribadito e va tenuto presente per dare una risposta di credibilità ai cittadini e non a una presunta opinione pubblica, perché i cittadini quella risposta oggi ce la chiedono e da quella risposta passa la fiducia che i cittadini hanno nei confronti dello Stato italiano nella sua capacità di dare una risposta di giustizia effettiva e sostanziale.

Inoltre faccio un esempio che per me è molto importante: i cittadini oggi si aspettano una risposta molto chiara e precisa nella lotta alla corruzione. La prevenzione ed il contrasto alla corruzione è uno dei punti qualificanti del programma di governo e, come Ministro della Giustizia, intendo mettere in campo le misure più risolute per stroncare questo fenomeno. Ben conscio che nessuna lotta al malaffare potrà dirsi credibile se alla condanna per i reati contro la P.A. dei c.d ‘colletti bianchi’, non seguirà un’adeguata o alcuna pena detentiva. Ricordo che attualmente – il dato è aggiornato al 31 dicembre 2017 – il numero di questi detenuti è oggi di 370, lo 0,6% del totale.

Il mio impegno sarà quindi quello di creare condizioni di piena dignità della detenzione, rispondenti alle prescrizioni europee ed internazionali, sia in termini di aumento della capienza dei posti disponibili sia in termini di razionalizzazione complessiva delle strutture carcerarie. Un ambiente il più possibile favorevole per i detenuti e per tutti coloro che, a cominciare dalla Polizia penitenziaria, lavorano a stretto contatto con detenuti ed internati e, non li elenco tutti perché non voglio dimenticarne nessuno ma davvero ringrazio tutti coloro che lavorano all’interno delle carceri.

Altro dato richiamato dal Presidente Palma, è quello – drammatico – dei suicidi. 23 nelle prime 24 settimane dell’anno, che fa facilmente prevedere che alla fine del 2018 il tragico bilancio non sarà lontano da quello del 2017 in cui 50 sono stati i detenuti che si sono tolti la vita. Esiste un Piano nazionale per la prevenzione delle condotte suicidiarie che dovrà essere potenziato. In uno Stato di diritto non è accettabile che un detenuto preferisca la morte alla detenzione

Stop ai tempi biblici per le liste d’attesa: la mossa del ministro della Salute Giulia Grillo

Basta con la vergogna di ottenere una mammografia dopo 13 mesi, di aspettare fino a un anno una colonscopia, una visita oncologica o neurologica. Salvo pagare di tasca propria, impoverirsi sempre di più e far fare gli affari ai privati. Lo abbiamo promesso nel contratto di Governo e adesso cerchiamo di passare dalle parole ai fatti.

Oggi ho inviato una circolare alle Regioni in cui chiedo informazioni puntuali dettagliate di ogni singola struttura sanitaria, sia pubblica che privata accreditata, per fare il punto della situazione e di qui partire per la prossima messa a punto del Piano nazionale per il governo delle liste d’attesa. Informazioni che dovranno arrivare entro quindici giorni compilando apposite schede ed eventuali note di accompagmamento. Partiremo da qui, sapendo se e quante prestazioni sanitarie siano state erogate tramite il Cup (centro unico di prenotazione), se sono garantite – e quando e come – i tempi massimi d’attesa previsti in sede locale, se i volumi di attività svolti dai medici in libera professione dentro il Ssn siano fuori regola e rispettino il principio della libera scelta dei cittadini. Sapremo anche se agli assistiti vengano chiesti balzelli extra. Cercheremo di saperlo presto e di adottare un’adeguata strategia di cambiamento per debellare un fenomeno odioso, che mina l’equità, l’uniformità di trattamento sanitario in tutta Italia, che fa carta straccia della trasparenza, dell’informazione ai cittadini e che in sostanza mina alla radice l’universalità del Servizio sanitario pubblico.

Metterò il massimo impegno e mi aspetto una grande collaborazione da parte delle Regioni in favore dei cittadini per abbattere lunghi e impossibili tempi d’attesa e per avere un giusto e democratico accesso ai servizi e alle informazioni. Cercherò di andare incontro a tutte le esigenze delle Regioni e ai loro eventuali problemi organizzativi, ma seguirò con grande determinazione nel corso del mio mandato questo obiettivo come uno dei capisaldi del Servizio sanitario pubblico e della tutela dei diritti della salute.

In Italia c’è un nuovo governo, e niente sarà più come prima

di Luigi Di Maio, Ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico

Francia e Spagna hanno chiuso i loro porti da tempo. La Spagna ha praticato addirittura i respingimenti a caldo che sono stati anche condannati dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. La Francia respinge quotidianamente i migranti a Ventimiglia e tutti ci ricordiamo cosa è successoqualche mese fa a Bardonecchia.

È imbarazzante che oggi i rappresentanti di questi Paesi vengano a farci la morale soltanto perché chiediamo a tutti i nostri partner europei di condividere con l’Italia diritti, doveri e solidarietà. Anziché sprecare fiato bisogna adoperarsi subito per distribuire i migranti che arriveranno durante l’estate in tutta Europa e modificare il prima possibile il Regolamento di Dublino. In Italia c’è un nuovo governo e niente sarà più come prima.

Davide continua a vincere contro Golia #ElezioniComunali2018

di Luigi Di Maio

Il MoVimento 5 Stelle anche a questa tornata elettorale si è presentato da solo in tutti i comuni contro coalizioni di decine di liste. Ogni volta è un’impresa titanica. La nostra squadra di 20 – 30 candidati se la deve vedere in campo aperto contro corazzate che schierano centinaia di candidati e contro la logica clientelare che ancora resiste in molte zone d’Italia.

Nonostante ciò, nei comuni che già amministravamo (Assemini con Sabrina Licheri, Pomezia con Adriano Zuccalà, Ragusa con Antonio Tringali) siamo nuovamente al ballottaggio, a conferma delle capacità di governo che abbiamo dimostrato nel territorio. Oltre a Ragusa, nei capoluoghi siamo al ballottaggio in tre città dove potremmo conseguire dei risultati storici: ad Avellino con Vincenzo Ciampi, a Terni con Thomas De Luca e a Imola con Manuela Sangiorgi. Affronteremo il secondo turno anche ad Acireale. Vi annuncio fin da ora che nei prossimi giorni andrò a dare una mano ai nostri candidati perchè è importantissimo rispondere a queste esigenze di cambiamento. Al primo turno i nostri candidati hanno vinto a Crispiano in Puglia, a Ripacandida in Basilicata, a Pantelleria in Sicilia, a Castel Di Lama nelle Marche.

Ogni volta che ci sono delle elezioni amministrative i media raccontano sempre la solita solfa, che siamo in affanno, che rispetto alle politiche è andata male e che quindi siamo prossimi alla scomparsa. E’ una lettura che continuano a riproporre da 5 anni a questa parte, che si è sempre rivelata falsa e che si rivelerà tale anche questa volta. Rispetto al 2013 abbiamo la possibilità di triplicare i nostri sindaci e questo è il nostro obbiettivo per i ballottaggi del prossimo 24 giugno.

Ringrazio tutti i candidati e tutti gli attivisti che grazie al loro impegno ogni giorno sul territorio hanno ottenuto questi importanti risultati e hanno dimostrato che Davide continua a vincere contro Golia.

La liquidazione da parlamentare di Alessandro Di Battista

https://web.facebook.com/dibattista.alessandro/videos/1547694532009272/

di Alessandro Di Battista

Non è mica semplice essere un “populista”. Breve video familiare girato in una casa in California. È a disposizione degli esponenti dei partiti politici morti! Tra l’altro ho calcolato che se tutti i deputati e senatori “trombati” del PD o di quel che resta della sinistra (quelli per intenderci che parlano della povera gente o della redistribuzione della ricchezza) facessero altrettanto beh ci sarebbero oltre 12 milioni di euro freschi freschi per le piccole e medie imprese italiane. Posti di lavoro insomma!

Lo Stato dalla parte dei cittadini: Sergio Bramini consulente del Mise

In diretta da Marina di Ragusa per Antonio Tringali Sindaco 5 stelle!

Pubblicato da Luigi Di Maio su domenica 3 giugno 2018

di Giampiero Rossi per il Corriere della Sera

Non posso girarmi dall’altra parte, devo occuparmi dei tanti che come me si sono visti cacciare ingiustamente dalla propria casa“. Sergio Bramini, 71 anni, è l’imprenditore monzese “fallito per colpa dello Stato” che, nonostante il credito di 4 milioni di euro accumulato dalla sua società, si è visto portare via la villa ipotecata per scongiurare il fallimento e salvare la società e i suoi 32 dipendenti. È già a Roma, dove sarà “consulente” del ministro Di Maio.

Che effetto fa lavorare per lo Stato che finora le è stato «nemico»?
«Chi è al governo adesso ha tutt’altra sensibilità. Ricordo bene di aver chiesto aiuto quando c’era il governo precedente, ma mi sono sentito rispondere che non poteva essere creato un precedente, che era troppo tardi. Ma lo Stato non può comportarsi così…».

Luigi Di Maio e Matteo Salvini sono venuti invece a trovarla proprio nella villa che stava per perdere. 
«Sì, hanno risposto al mio appello disperato. E credo che la politica debba fare questo, scendere tra la gente, ascoltare i problemi e far sentire vicinanza».

Ma lei per chi votava prima?
«Forza Italia. Poi ho smesso di credere in Dio e anche di votare».

E adesso cosa farà al governo?
«Studierò, ascolterò le associazioni che rappresentano chi vive esperienze come la mia, ho intenzione di radunarle tutte sotto un’unica sigla e proporrò un pacchetto di norme che mi hanno detto che si chiamerà legge Bramini».

Ma in questa campagna elettorale non si è mai sentito usato?
«Certo. Sono stato usato da tutti, anche dalla stampa. Ma a questo devo la notorietà che mi ha reso meno solo di fronte ai 60 agenti in tenuta antisommossa che mi hanno strappato fuori dalla mia casa. Ingiustamente. Non lo auguro a nessuno. Pensi che pochi giorni fa è morto il mio cane: non ha retto l’ennesimo cambiamento di ambiente».

Adesso occupiamoci dei diritti economici e sociali

di Alessandro Di Battista

Il nuovo governo non ha ancora iniziato a lavorare ma i soliti intellettuali “falce e cachemire” già sono partiti all’attacco: “governo pseudo-fascista“; “vogliono cancellare l’aborto e le unioni civili“; “dobbiamo aver paura di questo governo“. Dov’erano quando l’ex-Presidente Boldrini, tra un “bella ciao” e un altro, applicava la ghigliottina in Parlamento azzittendo l’opposizione e favorendo un regalo miliardario di denaro pubblico alle banche private? Dov’erano quando il loro cocco bello da Rignano provava ad abolire non il Senato ma il voto dei cittadini? Dov’erano quando due governi di centro-sinistra (Renzi e Gentiloni) posero la fiducia a due leggi elettorali (Italicum e Rosatellum) esattamente come fece Mussolini nel 1923? Ieri, come oggi del resto, costoro stavano dalla parte sbagliata della storia.

Sì, provo soddisfazione nel vederli gonfi di livore, perché non si sono mai davvero indignati per le sofferenze dei cittadini. Sì, mi compiaccio nel vederli persi, alla ricerca di un punto di riferimento di potere che non c’è più, perché quando hanno avuto la possibilità di schierarsi l’hanno fatto con chi procurava ingiustizie, non con chi le pativa. Sì, esulto nel vederli attaccare in modo scomposto questo governo continuando con le loro menzogne, quelle stesse menzogne che hanno lanciato la nostra ascesa e determinato il loro fracasso. Mi rallegro nel vedere deputati del PD scendere in piazza a difesa della Costituzione, loro che con leggi indegne hanno distrutto i diritti sociali degli italiani. E soprattutto godo guardando Pd e Forza Italia. Hanno fatto una legge elettorale oscena per stare ancora una volta dalla stessa parte e dalla stessa parte in effetti ci stanno. Ma non al governo, stanno insieme all’opposizione. Che goduria!

Ma il tempo dell’esultanza finisce qui. Lasciamoli nell’oblio mentre mangiano i pop-corn (sperando che non si strozzino). Ora è tempo di realizzare concretamente i punti del programma. Non toccando i diritti civili conquistati ma occupandoci adesso di quelli economici e sociali smantellati. Si può fare tanto, possiamo partire immediatamente dal salario minimo orario tanto caro a Luigi. In alto i cuori!