Garda, è allarme ludopatia, ma Bendinelli preferisce criticare il governo

Il Movimento 5 Stelle dopo le dichiarazioni del sindaco sul Decreto dignità, oggi in discussione: “Cifre da record giocate nel nostro comune: si rispetti la mozione per ridurre l’orario delle sale slot”.

I dati parlano chiaro: nel territorio del comune di Garda si spende una cifra spropositata in gioco d’azzardo: 2.345 euro pro capite all’anno, secondo l’indagine condotta, su tutto il territorio italiano dal gruppo editoriale Gedi e riferiti all’anno 2016. Si tratta di una cifra fuori scala, se confrontata con i comuni confinanti, sempre a vocazione turistica: 674 euro procapite a Bardolino, 540 a Torri del Benaco. Persino il capoluogo, Verona, nonostante l’alta presenza di sale slot nel suo territorio, conta una spesa inferiore alla metà: 1059 euro pro capite all’anno. Un’anomalia che dovrebbe far riflettere e che ha spinto il gruppo consiliare del Movimento 5 Stelle a presentare, lo scorso anno, una mozione per ridurre l’orario in cui è consentita l’attività di gioco d’azzardo. La mozione è stata approvata ad ottobre 2017 dal consiglio comunale, ma da parte del sindaco, Davide Bendinelli, non è mai arrivata un’ordinanza al riguardo. Ecco perché suonano inquietanti le parole che ha dichiarato di recente  sul decreto Dignità (oggi in discussione alla Camera), che impone, tra le altre cose, dei limiti alla pubblicità sull’azzardo. Bendinelli ha accusato il ministro dello Sviluppo economico, Luigi Di Maio, “di raccontare frottole sul tema della ludopatia”, dicendosi preoccupato della ricaduta della misura decisa dal governo sulle attività economiche.

“Il sindaco Bendinelli – affermano le consigliere comunal iAnna Forese e Irene Moretti  del Movimento 5 Stelle di Garda – dovrebbe vergognarsi e farsi un esame di coscienza. Non proferisce parola su quanto tale fenomeno sia preoccupante, tanto da costare allo Stato milioni di euro in cure di persone affette da  ludopatia, mentre si affligge per i mancati introiti pubblicitari. Pensi prima alla salute dei cittadini”.

“Mi auguro che il governo – aggiunge Francesca Businarolo, deputata del Movimento 5 Stelle – non faccia un passo indietro su questo tema. La dipendenza dal gioco è una grave piaga di questi anni, riduce in povertà molti nostri concittadini, in particolare nell’area dell’ex Ulss 22 di Bussolengo, a cui afferivano i comuni della sponda veronese del Garda. Le misure, severe, contro il fumo, hanno prodotto risultati, nonostante le iniziali critiche, anche grazie alla stretta sulla pubblicità”.

Il tempo indeterminato sta tornando di moda, con il Decreto Dignità

Stanno cercando di delegittimare il Decreto Dignità in tutti i modi. Adesso inizia a girare la voce che aumenterà la percentuale di contratti precari a disposizione di una singola impresa sul totale dei suoi dipendenti. È tutto falso e ve lo spieghiamo in maniera molto semplice: prima del decreto su 100 lavoratori l’impresa poteva assumerne 20 con contratti a termine, ma quanti ne voleva con contratti in somministrazione. Era un vincolo di fatto facilmente aggirabile per abusare del precariato. Non c’erano limiti al cosiddetto lavoro interinale.

Noi manteniamo il limite dei 20 contratti a termine e interveniamo con un emendamento di maggioranza per limitare anche il numero dei contratti in somministrazione, i quali non potranno superare il 30% del totale, e la gran parte delle volte saranno ancora inferiori, dato che una parte di quel 30% sarà già occupato dai contratti a termine. Ad esempio, se il 10% fosse occupato dai contratti a termine quello interninali non potrebbero superare il 20%. Questo significa che vengono incentivati i contratti a tempo indeterminato, i quali dovranno essere obbligatoriamente almeno il 70% per ogni azienda.

Il miglioramento quindi è enorme: si passa da una situazione in cui un’azienda poteva assumere tutti i lavoratori con contratti precari ad una in cui il contratto stabile sarà quello maggiormente utilizzato. Basta falsità sul nostro decreto. La stabilità del posto di lavoro sta tornando di moda.

#MaiPiuAirForceRenzi

di Luigi Di Maio

L’epoca dei privilegi è finita. Dopo i vitalizi e in attesa delle pensioni d’oro, oggi, come annunciato dal Presidente Contepossiamo salutare anche l’Air Force Renzi, il costosissimo e inutile aereo che l’ex presidente del Consiglio si era preso e che poi non aveva neppure mai usato. Una vergogna senza precedenti: parliamo di un aereo non performante e fuori produzione da anni, preteso dall’ex premier dopo mesi di piagnistei, nonostante lo Stato italiano avesse già una decina di velivoli di Stato.

Uno spreco multimilionario: circa 150 milioni di euro buttati. Ci saranno i soliti che diranno che si tratta di briciole. Come sono briciole i 200 milioni di euro a legislatura che risparmieremo con i vitalizi. Diranno che sono briciole anche gli sprechi per le auto blu e le scorte, briciole quello che risparmieremo con l’abolizione delle pensioni d’oro, briciole il taglio dei nostri stipendi.

Tutte briciole forse, ma se le mettete tutte insieme fanno una bella pagnotta che si stanno pappando da anni i soliti noti. Non ci saranno mai più questi sprechi. #MaiPiùAirForceRenzi. Con i circa 150 milioni sprecati per questo delirietto di onnipotenza lo Stato avrebbe potuto fare ben altro uso. Avremmo potuto acquistare 600 scuolabus ogni anno fino al 2024. Secondo voi l’Italia aveva bisogno di più scuolabus o di un aereo per Renzi? Mai più Air Force Renzi e più scuolabus!

Con il governo del cambiamento le priorità sono le esigenze dei cittadini, non i capricci dei politicanti.

Appuntamento con la stampa alle ore 18, presso l’area “Cerimoniale di Stato” (subito dopo il Terminal T3) dell’aeroporto “Leonardo Da Vinci” di Fiumicino. Ci saremo io e Danilo Toninelli.

Castelvecchio “occupato” dal circolo ufficiali, M5S: “Il compendio deve andare al Comune”

A due anni dalla mozione, il caso approda sul tavolo del ministro della Difesa.

Businarolo: “La destinazione dev’essere pubblica, l’uso culturale”

Castelvecchio “spetta” al Comune. Lo dice una legge, la numero 22 del 2012 (relativa al “federalismo demaniale”), lo dice anche una mozione votata a maggioranza dal consiglio comunale il 17 marzo 2016, che ha chiesto allo Stato di cedere l’area occupata dal circolo ufficiali. Lo dice anche il buon senso: l’edificio scaligero, restaurato da Carlo Scarpa è uno dei simboli di Verona, nonché uno dei punti più visitati dai turisti che hanno, negli ultimi anni, apprezzato in modo crescente i tesori che custodisce il museo. Eppure, resta in quella sede il circolo riservato agli ufficiali (da poco unificato con il circolo sottufficiali) dell’esercito italiano: un’area privata che include sale di pregio, alcune delle quali con vista Adige. Il caso ora approda in parlamento, con un’interrogazione presentata al ministro della Difesa, Elisabetta Trenta, da Francesca Businarolo, deputata del Movimento 5 Stelle.  Vi si chiede di individuare “le soluzioni più idonee atte all’acquisizione della proprietà dell’intero compendio da parte del Comune di Verona e dirette ad individuare una valida alternativa per lo spostamento della sede del Circolo unificato”. Inoltre, al ministero si chiede anche di mettere in campo delle azioni per assicurare una destinazione culturale a quelle aree.

“Castelvecchio è un gioiello che va valorizzato – afferma Businarolo –. Finora il circolo ufficiali ha potuto contare su una location di pregio che, sono certa, ha mantenuto al meglio. Ma non è più accettabile che un monumento del genere sia riservata a un club, per quanto afferente a un’istituzione meritoria come l’esercito, che conta a Verona poche decine di associati. Lo spazio ora occupato dal circolo potrà essere destinato a convegni e a conferenze, nonché ad altre iniziative di stampo culturale aperte al pubblico, oltre a consentire ai visitatori del monumento di accedere ai camminamenti, ora bloccati: sarebbe un’ulteriore occasione di rilancio per un luogo che, come pochi altri, sa raccontare la storia della città. Per questo chiedo al governo di rispondere e di sbloccare la situazione”.

“Da parte del consiglio comunale c’è un’indicazione chiara – afferma Alessandro Gennari, consigliere del Movimento 5 Stelle a Palazzo Barbieri – con sollecitazioni arrivate da diversi gruppi politici. Poi qualcosa, a livello ministeriale, si è inceppato, già con il precedente esecutivo. E Verona sta perdendo un’opportunità: pensiamo solo al fatto di mettere a disposizione dei visitatori le sale dove si svolse il processo a Mussolini, ora off limits perché parte del circolo ufficiali. Il circolo di Castelvecchio ospita un ristorante vista Adige, che potrebbe essere messo a disposizione di un’utenza internazionale, offrendo un servizio che ora manca. Allo stesso modo si disporrebbe di servizi igienici suppletivi: chi lavora a Castelvecchio sa quali sono i problemi che si creano nelle giornate molto affollate. Inoltre, l’ala del circolo ufficiali, allo stato attuale, non ha ricevuto quelle attenzioni, a livello di manutenzione, del resto del monumento. Una gestione pubblica al cento per cento risolverebbe queste disparità”.

Qui l’interrogazione a risposta in commissione su compendio Castelvecchio

Sagre ed eventi pubblici, pubblicata la nuova direttiva

Businarolo (M5S): “Il Veneto si è fatto sentire con un grande lavoro di squadra”

Garantire la pubblica sicurezza, senza mettere a rischio le sagre. È questo quanto si propone la nuova direttiva del ministero dell’Interno che supera in questo modo la circolare Gabrielli. “È il frutto di un grande lavoro di squadra – afferma Francesca Businarolo, deputata del Movimento 5 Stelle – che ha visto coinvolti diversi attori, tra cui i sottosegretari al ministero, Carlo Sibilia e Nicola Molteni.

Importanti le proposte che, in questo senso, sono arrivate dal territorio veneto, soprattutto nell’ambito delle Pro Loco, che mi hanno segnalato le criticità avute quest’anno nell’organizzazione di alcuni eventi storici, nel corso di un convegno che si è tenuto lo scorso giugno a Quarto D’Altino. Si trattava di trovare il punto d’equilibrio tra due diverse esigenze: quella di svolgere iniziative che richiamano molte persone e quella di disporre il tutto in modo da non mettere a repentaglio la sicurezza dei partecipanti.

Ora le regole sono molto più chiare e possono essere messe in pratica anche da associazioni di volontari. Da questo punto di vista si tratta di un piccolo, ma importante risultato”.

La Rai libera dalla politica: domani votazione online dei membri del CDA della RAI

Vogliamo mettere la parola fine alla lottizzazione della tv di Stato, considerata da sempre un territorio da occupare e subordinare agli interessi di parte, una sommatoria delle opinioni piuttosto che un luogo di rappresentazione della diversità sociale e culturale del nostro Paese. Vogliamo dire basta alla concezione distorta del pluralismo come spartizione di un feudo secondo canoni cencelliani. Solo un’informazione indipendente può renderci liberi e vogliamo giornalisti non asserviti al partito di turno. Vogliamo un’azienda che sia realmente un bene comune e faccia servizio pubblico, investendo nel proprio personale interno.

La Rai è la più grande azienda culturale del Paese e gli italiani sono i datori di lavoro dell‘azienda. La Rai che intendiamo consegnare ai cittadini rappresenterà il punto di equilibrio tra il patrimonio della nostra storia e la visione di un futuro multimediale già nelle mani delle giovani generazioni, contribuendo così a sviluppare il senso critico, civile ed etico della collettività. L’azienda Rai dovrà ridisegnare completamente, da qui a cinque anni, la propria offerta. La qualità del prodotto audiovisivo, la sua fruizione attraverso i diversi dispositivi, la possibilità di commercializzarlo all’estero, costituiranno le sfide più urgenti. Per tali ragioni riteniamo che ad amministrare la Rai non possano essere soltanto i manager con competenze economico-giuridiche, ma anche i soggetti che creano il prodotto televisivo, così come quelli in grado di sfruttare al meglio il processo di convergenza tecnologica tra i mezzi di comunicazione per diffondere i contenuti.

L’obiettivo è quello di far evolvere la Rai verso un modello di moderna media company che punti sul digitale e sull’innovazione e ne sappia cogliere le sfide, privilegiando prodotti multimediali di qualità e puntando a un’informazione in cui il rigore delle notizie prevalga sui contenitori di commento. Strategica sarà infine la componente industriale, attraverso la valorizzazione dei centri di produzione rispetto agli appalti esterni, delle risorse interne rispetto a quelle esterne.

La Rai che vogliamo sarà imparziale e indipendente a partire dalla governance e ci batteremo affinché questo corollario non venga derubricato solo a buona intenzione. La legge di riforma, approvata nel 2015, prevede un Consiglio di amministrazione ridimensionato da 9 a 7 componenti. Per la prima volta non toccherà alla Commissione di Vigilanza, ma saranno la Camera e il Senato a eleggere 2 componenti per parte. Altri 2 membri saranno scelti dal Consiglio dei Ministri, mentre un altro verrà designato dall’assemblea dei dipendenti dell’azienda. Il Parlamento sarà chiamato quindi a scegliere 4 nomi tra coloro che hanno inviato il proprio CV nell’ambito della procedura di selezione pubblica prevista dalla legge.

Il MoVimento domani sceglierà attraverso una votazione online su Rousseau i suoi candidati. E’ stata fatta una prima scrematura e sono stati individuati dei profili pronti ad impegnarsi nella realizzazione della nostra visione di tv pubblica facendo del merito il principale criterio di selezione. I profili più votati saranno quelli che il MoVimento esprimerà in Parlamento anche in relazione a dove si sono candidati (alcuni profili lo hanno fatto solo in uno dei due rami del parlamento) e tenendo conto della rappresentanza di genere. Ogni iscritto potrà esprimere una sola preferenza.

Di seguito trovate, in ordine alfabetico, i nomi dei candidati che saranno domani in votazione, cliccandoci sopra potrete vedere il curriculum di ognuno:
– Paolo Cellini
– Beatrice Coletti
– Paolo Favale
– Claudia Mazzola
– Enrico Ventrice

Funivia Monte Baldo: rinnovo dei vertici fermo da un anno. Scatta la segnalazione all’Anac

Il rinnovo del cda del consorzio Funivia Monte Baldo attende da oltre un anno e mezzo. Solo l’ultima di una lunga serie di anomalia che hanno caratterizzato la gestione di questa azienda partecipata dalla Provincia di Verona, dal Comune di Malcesine e dalla Camera di Commercio di Verona. La questione è arrivata sul tavolo dell’Anac, l’Autorità nazionale anticorruzione, tramite una segnalazione di Francesca Businarolo, deputata del Movimento 5 Stelle. Nella lettera si menziona il ricorso presentato lo scorso marzo presso il tribunale di Verona, presentato dal cda uscente, eletto nel 2014, contro il rinnovo dell’organo, bocciato dai giudici, così come i pareri legali richiesti dal comune di Malcesine, dal servizio avvocatura della Provincia, e quello del Ministero dell’Interno. Tutti sono orientati a ritenere infondate le pretese dell’attuale cda.

“È da tempo che il consorzio Funivia Monte Baldo si fa notare per il mancato rispetto delle regole – afferma Francesca Businarolo – per anni i componenti del cda hanno percepito illegalmente il compenso, essendoci una legge che prevede la partecipazione al consiglio d’amministrazione a titolo gratuito per i consorzi intercomunali non obbligatori. Adesso ci troviamo davanti a un ente partecipato da un comune il cui nuovo consiglio comunale si è insediato nel 2015, mentre il consiglio provinciale è stato rinnovato nel 2017. È tempo di agire nel rispetto delle normative, invece che mostrare un triste attaccamento alle poltrone”.

In allegato la lettera all’Anac sul rinnovo del cda di ATF

Chi inquina paga!

Intervento a casa Don Diana

Credetemi, credeteci! E se ci crediamo tutti, possiamo riuscirci. Io ci sto provando… Ad Maiora semper…#IoSonoAmbiente

Pubblicato da Sergio Costa su Sabato 7 luglio 2018

di Sergio Costa, Ministro dell’Ambiente (intervento a casa Don Diana)

Pensate veramente che chi inquina lo faccia per il gusto di inquinare? No, lo fa solo ed esclusivamente per un motivo: per il business. E allora chi inquina deve pagare, utilizzando delle norme dello Stato che già esistono e che si applicano ai mafiosi. Ecco: chi inquina è un mafioso, dal punto di vista morale. E noi dobbiamo andare a prenderci i beni di chi inquina.

Non vogliamo giornalisti amici, ma giornalisti liberi

Di seguito la risposta di Vito Crimi al direttore Calabresi pubblicata su Repubblica

Garantire il pluralismo dell’informazione e la libertà di espressione, non solo nei media tradizionali ma anche e sopratutto in rete, sono e saranno nostro obiettivo primario, ma questo non significa necessariamente inondare il mercato di soldi pubblici come é stato fatto finora.

Come si può vedere dalla tabella allegata solo di contributi indiretti negli ultimi sedici anni sono stati erogati quasi 3 miliardi e altrettanto di contributi diretti.


Gentile Direttore,
La ringrazio per le sollecitazioni da lei esposte che mi permettono di chiarire ulteriormente alcune questioni.

Innanzitutto lei stesso fa notare che il Movimento 5 Stelle fa dell’abolizione del finanziamento pubblico ai giornali un suo cavallo di battaglia. E lo fa da oltre 10 anni. Cosa si aspettava,Direttore, ora che siamo al governo? Che cambiassimo improvvisamente idea, come le banderuole alle quali la politica dei partiti degli ultimi decenni ci ha abituati? La nostra, Direttore, si chiama coerenza. E voglio sperare che non sia stata proprio la nostra coerenza a scandalizzarla.

Se è vero che il finanziamento pubblico diretto all’editoria si è ridotto all’osso, è altrettanto vero che nel tempo ha avuto modo di trasformarsi ed assumere varie forme indirette: iva agevolata, tariffe postali agevolate, credito d’imposta, sostegni ai prepensionamenti e alle ristrutturazioni aziendali, energia elettrica, carta, spese telefoniche e molto altro. Tutte forme di agevolazione di cui anche il suo giornale, direttore, ha fruito e fruisce ancora oggi. Incentivi che tuttavia non sostengono il sistema industriale dell’editoria, ma vanno a finire nelle attività private degli editori. Anziché rilanciare l’editoria sono serviti in taluni casi a risanare i bilanci e in altri hanno contribuito a dividendi milionari.

Dal 2001 sono stati stanziati finanziamenti indiretti all’editoria (di cui hanno fruito tutti i giornali) per un ammontare di oltre 3 miliardi di euro, senza contare l’iva agevolata al 4%.

Nei commenti e nelle interviste che ho rilasciato finora, ho sempre parlato di “efficacia” del finanziamento pubblico all’editoria. È indubbio che in questi anni ci sia stato un finanziamento diretto a pioggia, una pratica che non ha fatto bene. Per un periodo c’è stato il diritto soggettivo ad accedere ai finanziamenti: non c’era un tetto massimo e gli editori lavoravano in funzione del numero di copie e della tiratura, non dell’informazione da corrispondere ai lettori. Una chiara aberrazione nel sistema, che ha contribuito a “dopare” l’industria dell’editoria.

È vero: oggi il finanziamento diretto ai giornali è stato ridotto al minimo. Ma esiste ancora, ed esiste non solo per quegli innumerevoli periodici che rappresentano le loro comunità locali e che senza un sostegno pubblico vedrebbero le loro voci spegnersi, ma esiste anche per quei due/tre diretti concorrenti del suo giornale che drenano il 15% – 20% delle risorse complessive assegnate. Ecco, da lei mi sarei aspettato piuttosto un apprezzamento nei confronti di chi (come noi e tanti altri) sostiene il diritto del suo giornale di poter svolgere la propria attività alla pari dei suoi diretti concorrenti.

Sostenere il pluralismo dell’informazione non significa sostenere gli editori. Significa sostenere la libera circolazione e il libero accesso a contenuti, verità, fatti. Significa sostenere quel diritto, costituzionalmente garantito, di informare ed essere informati. Purtroppo, ed è innegabile, per decenni questo diritto è stato interpretato esclusivamente come sostegno per risanare i bilanci e curare i tornaconti di chi produce informazione con l’obiettivo del profitto ad ogni costo, e non come sostegno all’intero sistema che dovrebbe garantire ai cittadini il diritto ad una corretta, imparziale, libera informazione.

Caro direttore, non è certo responsabilità di questo governo o della mia persona, se l’informazione tradizionale su carta sta a poco a poco morendo per lasciare il posto ad un’informazione diretta, istantanea e in grado di diffondersi in rete o tramite strumenti tecnologici innovativi e senza filtri (indipendentemente dalle conseguenze positive o negative che ciò può determinare). Siamo dinnanzi ad un mutamento epocale, inesorabile e velocissimo, un fenomeno che accade e accadrà a prescindere dalla resistenza che qualcuno potrà opporgli. Un fenomeno dal quale non possiamo farci travolgere, ma che dobbiamo anzi governare: è in questo senso che vanno interpretate le mie parole, le idee e le proposte delle quali ci siamo fatti portavoce. Se il governo deve garantire il diritto all’informazione, la libertà ad informare ed informarsi, deve farlo accompagnando e sostenendo queste nuove tecnologie, e non mantenendo in vita un sistema di comunicazione obsoleto che è destinato a scomparire.

Quanto all’obbligo per le Pubbliche Amministrazioni di pubblicare gli avvisi di gara sui giornali, si tratta di una norma obsoleta e anacronistica. Un obbligo assurdo, se pensiamo che gli avvisi di gara sono già pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale Europea ed Italiana, e se guardiamo agli strumenti tecnologici disponibili oggi per imprese e professionisti, al tempo di internet, dei social network, dei servizi di messaggistica istantanea e di tantissimo altro. Eppure gli stessi editori hanno fatto di tutto perché l’obbligo di pubblicazione non venisse abolito quando si è tentato di sopprimerlo. E si tratta, va detto, di un finanziamento indiretto di cui usufruisce anche Repubblica.

E ancora, le sembra corretto che una Pubblica Amministrazione addebiti all’aggiudicatario di un bando di gara, impresa o professionista che sia, la spesa per la pubblicazione, che l’impresa non è in grado di conoscere prima di partecipare al bando? E che l’impresa ancor prima di vedere l’ombra di un quattrino debba già rimborsare quella spesa?

Quando parlo di trasparenza in materia di inserzioni pubblicitarie, intendo la necessità di rendere facilmente accessibili (e senza un intenso lavoro di ricerca) i dati relativi agli investimenti che gli inserzionisti destinano ai giornali. In passato abbiamo assistito, nostro malgrado, a intimidazioni da parte di alcune grandi aziende che hanno ridotto fino ad annullare le proprie inserzioni su una specifica testata giornalistica perché questa non parlava bene della stessa azienda. Questo non fa bene al giornalismo. Anche questa è intimidazione, forse perfino di tipo “mafioso”, ed avviene ogni giorno, con maggiore frequenza rispetto alle intimidazioni provenienti dalla criminalità organizzata.

Qui non né mai stata in discussione la libertà d’informazione. Il Movimento 5 Stelle la ritiene da sempre un diritto e un valore sacrosanto. Ancora prima che parole scritte in Costituzione, dovrebbe essere un sentimento comune, presente e vivo in ognuno di noi. Il Movimento al quale appartengo non dovrà avere alcun potere sui giornali e sui giornalisti, così come non deve averne il governo di cui fa parte o i governi che verranno. Liberare l’informazione dal finanziamento pubblico, significa liberare l’informazione dal potere esecutivo temporaneo. Se vogliamo davvero che oggi l’informazione sia libera, allora dovremo lavorare per garantire il libero accesso ai nuovi strumenti che oggi consentono di fare informazione.

Concludo ribadendo quanto ho detto nei giorni scorsi, che non si è ricordato di citare nel suo editoriale: “Non vogliamo giornalisti amici, ma giornalisti liberi”.

Roma capitale mondiale della democrazia diretta

di Riccardo Fraccaro, ministro per i rapporti con il Parlamento e la democrazia diretta

Il mio intervento in diretta alla conferenza stampa di presentazione del "GLOBAL FORUM ON MODERN DIRECT DEMOCRACY 2018" a Roma.

Pubblicato da Riccardo Fraccaro su Mercoledì 4 luglio 2018

L’Italia diventa protagonista mondiale della democrazia diretta. Roma ospiterà l’edizione 2018 del Global Forum on modern direct Democracy, un evento internazionale con 350 delegati da 6 continenti dedicato allo sviluppo e alla promozione degli strumenti di partecipazione diretta. Nelle scorse edizioni sono stato ospite del forum in qualità di parlamentare, a settembre potrò partecipare come Ministro con la delega alla democrazia diretta. Il cambiamento del M5S al Governo è nei fatti, abbiamo messo in cima all’agenda politica il nostro storico impegno per la partecipazione attiva ai meccanismi decisionali. Ora possiamo inaugure la Terza Repubblica.

Abbiamo degli obiettivi di ampio respiro, questa sarà una legislatura costituente che avrà come obiettivo di favorire la partecipazione come mai prima d’ora nella storia del Paese secondo lo spirito della nostra Carta fondamentale. L’impegno in questo senso si svilupperà lungo 3 direttrici: referendum propositivo, abolizione del quorum e leggi popolari a data certa.

L’introduzione del referendum propositivo, che partirà già da quest’anno con il dibattito parlamentare, consentirà ai cittadini di veder rispettata la volontà popolare traducendola direttamente in legge. È uno strumento di partecipazione e di responsabilizzazione, perché restituisce agli italiani le chiavi del loro futuro. Non è mai successo che un Governo, anziché limitarsi a chiedere la fiducia agli italiani, si preoccupi di concederla restituendo la sovranità al suo legittimo proprietario: il popolo.

Il secondo punto in tema di democrazia diretta è rendere effettivo ed efficace il referendum abrogativo abolendo il quorum, che scoraggia la partecipazione. Non ci sarà più un politico che inviterà gli italiani ad andare al mare, invece di votare, o che tiferà per il mancato raggiungimento del quorum. Nella prassi internazionale, penso ad esempio al Codice di buona condotta del Consiglio d’Europa, decide chi partecipa, non chi sta a casa. Il M5S è sempre stato una forza propositiva ed è nato con la raccolta firme per le proposte di legge di iniziativa popolare, che però venivano lasciate ad impolverarsi negli archivi. Questo non deve più accadere: se c’è una richiesta dal basso di discutere una proposta di legge il Parlamento sarà tenuto ad esaminarla, restituendo dignità all’impegno civile dei cittadini.

Particolare attenzione rivestirà, anche a livello di enti locali, la semplificazione delle procedure per l’attivazione degli strumenti di democrazia diretta, perché c’è anche una burocrazia della partecipazione che va affrontata. La democrazia diretta è responsabilizzazione collettiva, tutti siamo chiamati a fare la nostra parte per la crescita della comunità. Ci tenevo particolarmente che fosse scelta Roma come sede dell’edizione di quest’anno per aprire un dibattito pubblico nazionale sulla democrazia diretta, dobbiamo discutere delle migliori pratiche adottate all’estero perché la partecipazione non è solo un esercizio di sovranità ma ha anche effetti concreti sul piano del benessere economico e sociale.

L’appuntamento di settembre è un punto di partenza. Vogliamo che nelle prossime edizioni del Global Forum l’Italia venga indicata come Paese delle best practices, come esempio internazionale di partecipazione dei cittadini alla vita politica.

Buona democrazia diretta a tutti.