La Rai libera dalla politica: domani votazione online dei membri del CDA della RAI

Vogliamo mettere la parola fine alla lottizzazione della tv di Stato, considerata da sempre un territorio da occupare e subordinare agli interessi di parte, una sommatoria delle opinioni piuttosto che un luogo di rappresentazione della diversità sociale e culturale del nostro Paese. Vogliamo dire basta alla concezione distorta del pluralismo come spartizione di un feudo secondo canoni cencelliani. Solo un’informazione indipendente può renderci liberi e vogliamo giornalisti non asserviti al partito di turno. Vogliamo un’azienda che sia realmente un bene comune e faccia servizio pubblico, investendo nel proprio personale interno.

La Rai è la più grande azienda culturale del Paese e gli italiani sono i datori di lavoro dell‘azienda. La Rai che intendiamo consegnare ai cittadini rappresenterà il punto di equilibrio tra il patrimonio della nostra storia e la visione di un futuro multimediale già nelle mani delle giovani generazioni, contribuendo così a sviluppare il senso critico, civile ed etico della collettività. L’azienda Rai dovrà ridisegnare completamente, da qui a cinque anni, la propria offerta. La qualità del prodotto audiovisivo, la sua fruizione attraverso i diversi dispositivi, la possibilità di commercializzarlo all’estero, costituiranno le sfide più urgenti. Per tali ragioni riteniamo che ad amministrare la Rai non possano essere soltanto i manager con competenze economico-giuridiche, ma anche i soggetti che creano il prodotto televisivo, così come quelli in grado di sfruttare al meglio il processo di convergenza tecnologica tra i mezzi di comunicazione per diffondere i contenuti.

L’obiettivo è quello di far evolvere la Rai verso un modello di moderna media company che punti sul digitale e sull’innovazione e ne sappia cogliere le sfide, privilegiando prodotti multimediali di qualità e puntando a un’informazione in cui il rigore delle notizie prevalga sui contenitori di commento. Strategica sarà infine la componente industriale, attraverso la valorizzazione dei centri di produzione rispetto agli appalti esterni, delle risorse interne rispetto a quelle esterne.

La Rai che vogliamo sarà imparziale e indipendente a partire dalla governance e ci batteremo affinché questo corollario non venga derubricato solo a buona intenzione. La legge di riforma, approvata nel 2015, prevede un Consiglio di amministrazione ridimensionato da 9 a 7 componenti. Per la prima volta non toccherà alla Commissione di Vigilanza, ma saranno la Camera e il Senato a eleggere 2 componenti per parte. Altri 2 membri saranno scelti dal Consiglio dei Ministri, mentre un altro verrà designato dall’assemblea dei dipendenti dell’azienda. Il Parlamento sarà chiamato quindi a scegliere 4 nomi tra coloro che hanno inviato il proprio CV nell’ambito della procedura di selezione pubblica prevista dalla legge.

Il MoVimento domani sceglierà attraverso una votazione online su Rousseau i suoi candidati. E’ stata fatta una prima scrematura e sono stati individuati dei profili pronti ad impegnarsi nella realizzazione della nostra visione di tv pubblica facendo del merito il principale criterio di selezione. I profili più votati saranno quelli che il MoVimento esprimerà in Parlamento anche in relazione a dove si sono candidati (alcuni profili lo hanno fatto solo in uno dei due rami del parlamento) e tenendo conto della rappresentanza di genere. Ogni iscritto potrà esprimere una sola preferenza.

Di seguito trovate, in ordine alfabetico, i nomi dei candidati che saranno domani in votazione, cliccandoci sopra potrete vedere il curriculum di ognuno:
– Paolo Cellini
– Beatrice Coletti
– Paolo Favale
– Claudia Mazzola
– Enrico Ventrice

Funivia Monte Baldo: rinnovo dei vertici fermo da un anno. Scatta la segnalazione all’Anac

Il rinnovo del cda del consorzio Funivia Monte Baldo attende da oltre un anno e mezzo. Solo l’ultima di una lunga serie di anomalia che hanno caratterizzato la gestione di questa azienda partecipata dalla Provincia di Verona, dal Comune di Malcesine e dalla Camera di Commercio di Verona. La questione è arrivata sul tavolo dell’Anac, l’Autorità nazionale anticorruzione, tramite una segnalazione di Francesca Businarolo, deputata del Movimento 5 Stelle. Nella lettera si menziona il ricorso presentato lo scorso marzo presso il tribunale di Verona, presentato dal cda uscente, eletto nel 2014, contro il rinnovo dell’organo, bocciato dai giudici, così come i pareri legali richiesti dal comune di Malcesine, dal servizio avvocatura della Provincia, e quello del Ministero dell’Interno. Tutti sono orientati a ritenere infondate le pretese dell’attuale cda.

“È da tempo che il consorzio Funivia Monte Baldo si fa notare per il mancato rispetto delle regole – afferma Francesca Businarolo – per anni i componenti del cda hanno percepito illegalmente il compenso, essendoci una legge che prevede la partecipazione al consiglio d’amministrazione a titolo gratuito per i consorzi intercomunali non obbligatori. Adesso ci troviamo davanti a un ente partecipato da un comune il cui nuovo consiglio comunale si è insediato nel 2015, mentre il consiglio provinciale è stato rinnovato nel 2017. È tempo di agire nel rispetto delle normative, invece che mostrare un triste attaccamento alle poltrone”.

In allegato la lettera all’Anac sul rinnovo del cda di ATF

Per info: 3388671567

Chi inquina paga!

Intervento a casa Don Diana

Credetemi, credeteci! E se ci crediamo tutti, possiamo riuscirci. Io ci sto provando… Ad Maiora semper…#IoSonoAmbiente

Pubblicato da Sergio Costa su Sabato 7 luglio 2018

di Sergio Costa, Ministro dell’Ambiente (intervento a casa Don Diana)

Pensate veramente che chi inquina lo faccia per il gusto di inquinare? No, lo fa solo ed esclusivamente per un motivo: per il business. E allora chi inquina deve pagare, utilizzando delle norme dello Stato che già esistono e che si applicano ai mafiosi. Ecco: chi inquina è un mafioso, dal punto di vista morale. E noi dobbiamo andare a prenderci i beni di chi inquina.

Non vogliamo giornalisti amici, ma giornalisti liberi

Di seguito la risposta di Vito Crimi al direttore Calabresi pubblicata su Repubblica

Garantire il pluralismo dell’informazione e la libertà di espressione, non solo nei media tradizionali ma anche e sopratutto in rete, sono e saranno nostro obiettivo primario, ma questo non significa necessariamente inondare il mercato di soldi pubblici come é stato fatto finora.

Come si può vedere dalla tabella allegata solo di contributi indiretti negli ultimi sedici anni sono stati erogati quasi 3 miliardi e altrettanto di contributi diretti.


Gentile Direttore,
La ringrazio per le sollecitazioni da lei esposte che mi permettono di chiarire ulteriormente alcune questioni.

Innanzitutto lei stesso fa notare che il Movimento 5 Stelle fa dell’abolizione del finanziamento pubblico ai giornali un suo cavallo di battaglia. E lo fa da oltre 10 anni. Cosa si aspettava,Direttore, ora che siamo al governo? Che cambiassimo improvvisamente idea, come le banderuole alle quali la politica dei partiti degli ultimi decenni ci ha abituati? La nostra, Direttore, si chiama coerenza. E voglio sperare che non sia stata proprio la nostra coerenza a scandalizzarla.

Se è vero che il finanziamento pubblico diretto all’editoria si è ridotto all’osso, è altrettanto vero che nel tempo ha avuto modo di trasformarsi ed assumere varie forme indirette: iva agevolata, tariffe postali agevolate, credito d’imposta, sostegni ai prepensionamenti e alle ristrutturazioni aziendali, energia elettrica, carta, spese telefoniche e molto altro. Tutte forme di agevolazione di cui anche il suo giornale, direttore, ha fruito e fruisce ancora oggi. Incentivi che tuttavia non sostengono il sistema industriale dell’editoria, ma vanno a finire nelle attività private degli editori. Anziché rilanciare l’editoria sono serviti in taluni casi a risanare i bilanci e in altri hanno contribuito a dividendi milionari.

Dal 2001 sono stati stanziati finanziamenti indiretti all’editoria (di cui hanno fruito tutti i giornali) per un ammontare di oltre 3 miliardi di euro, senza contare l’iva agevolata al 4%.

Nei commenti e nelle interviste che ho rilasciato finora, ho sempre parlato di “efficacia” del finanziamento pubblico all’editoria. È indubbio che in questi anni ci sia stato un finanziamento diretto a pioggia, una pratica che non ha fatto bene. Per un periodo c’è stato il diritto soggettivo ad accedere ai finanziamenti: non c’era un tetto massimo e gli editori lavoravano in funzione del numero di copie e della tiratura, non dell’informazione da corrispondere ai lettori. Una chiara aberrazione nel sistema, che ha contribuito a “dopare” l’industria dell’editoria.

È vero: oggi il finanziamento diretto ai giornali è stato ridotto al minimo. Ma esiste ancora, ed esiste non solo per quegli innumerevoli periodici che rappresentano le loro comunità locali e che senza un sostegno pubblico vedrebbero le loro voci spegnersi, ma esiste anche per quei due/tre diretti concorrenti del suo giornale che drenano il 15% – 20% delle risorse complessive assegnate. Ecco, da lei mi sarei aspettato piuttosto un apprezzamento nei confronti di chi (come noi e tanti altri) sostiene il diritto del suo giornale di poter svolgere la propria attività alla pari dei suoi diretti concorrenti.

Sostenere il pluralismo dell’informazione non significa sostenere gli editori. Significa sostenere la libera circolazione e il libero accesso a contenuti, verità, fatti. Significa sostenere quel diritto, costituzionalmente garantito, di informare ed essere informati. Purtroppo, ed è innegabile, per decenni questo diritto è stato interpretato esclusivamente come sostegno per risanare i bilanci e curare i tornaconti di chi produce informazione con l’obiettivo del profitto ad ogni costo, e non come sostegno all’intero sistema che dovrebbe garantire ai cittadini il diritto ad una corretta, imparziale, libera informazione.

Caro direttore, non è certo responsabilità di questo governo o della mia persona, se l’informazione tradizionale su carta sta a poco a poco morendo per lasciare il posto ad un’informazione diretta, istantanea e in grado di diffondersi in rete o tramite strumenti tecnologici innovativi e senza filtri (indipendentemente dalle conseguenze positive o negative che ciò può determinare). Siamo dinnanzi ad un mutamento epocale, inesorabile e velocissimo, un fenomeno che accade e accadrà a prescindere dalla resistenza che qualcuno potrà opporgli. Un fenomeno dal quale non possiamo farci travolgere, ma che dobbiamo anzi governare: è in questo senso che vanno interpretate le mie parole, le idee e le proposte delle quali ci siamo fatti portavoce. Se il governo deve garantire il diritto all’informazione, la libertà ad informare ed informarsi, deve farlo accompagnando e sostenendo queste nuove tecnologie, e non mantenendo in vita un sistema di comunicazione obsoleto che è destinato a scomparire.

Quanto all’obbligo per le Pubbliche Amministrazioni di pubblicare gli avvisi di gara sui giornali, si tratta di una norma obsoleta e anacronistica. Un obbligo assurdo, se pensiamo che gli avvisi di gara sono già pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale Europea ed Italiana, e se guardiamo agli strumenti tecnologici disponibili oggi per imprese e professionisti, al tempo di internet, dei social network, dei servizi di messaggistica istantanea e di tantissimo altro. Eppure gli stessi editori hanno fatto di tutto perché l’obbligo di pubblicazione non venisse abolito quando si è tentato di sopprimerlo. E si tratta, va detto, di un finanziamento indiretto di cui usufruisce anche Repubblica.

E ancora, le sembra corretto che una Pubblica Amministrazione addebiti all’aggiudicatario di un bando di gara, impresa o professionista che sia, la spesa per la pubblicazione, che l’impresa non è in grado di conoscere prima di partecipare al bando? E che l’impresa ancor prima di vedere l’ombra di un quattrino debba già rimborsare quella spesa?

Quando parlo di trasparenza in materia di inserzioni pubblicitarie, intendo la necessità di rendere facilmente accessibili (e senza un intenso lavoro di ricerca) i dati relativi agli investimenti che gli inserzionisti destinano ai giornali. In passato abbiamo assistito, nostro malgrado, a intimidazioni da parte di alcune grandi aziende che hanno ridotto fino ad annullare le proprie inserzioni su una specifica testata giornalistica perché questa non parlava bene della stessa azienda. Questo non fa bene al giornalismo. Anche questa è intimidazione, forse perfino di tipo “mafioso”, ed avviene ogni giorno, con maggiore frequenza rispetto alle intimidazioni provenienti dalla criminalità organizzata.

Qui non né mai stata in discussione la libertà d’informazione. Il Movimento 5 Stelle la ritiene da sempre un diritto e un valore sacrosanto. Ancora prima che parole scritte in Costituzione, dovrebbe essere un sentimento comune, presente e vivo in ognuno di noi. Il Movimento al quale appartengo non dovrà avere alcun potere sui giornali e sui giornalisti, così come non deve averne il governo di cui fa parte o i governi che verranno. Liberare l’informazione dal finanziamento pubblico, significa liberare l’informazione dal potere esecutivo temporaneo. Se vogliamo davvero che oggi l’informazione sia libera, allora dovremo lavorare per garantire il libero accesso ai nuovi strumenti che oggi consentono di fare informazione.

Concludo ribadendo quanto ho detto nei giorni scorsi, che non si è ricordato di citare nel suo editoriale: “Non vogliamo giornalisti amici, ma giornalisti liberi”.

Roma capitale mondiale della democrazia diretta

di Riccardo Fraccaro, ministro per i rapporti con il Parlamento e la democrazia diretta

Il mio intervento in diretta alla conferenza stampa di presentazione del "GLOBAL FORUM ON MODERN DIRECT DEMOCRACY 2018" a Roma.

Pubblicato da Riccardo Fraccaro su Mercoledì 4 luglio 2018

L’Italia diventa protagonista mondiale della democrazia diretta. Roma ospiterà l’edizione 2018 del Global Forum on modern direct Democracy, un evento internazionale con 350 delegati da 6 continenti dedicato allo sviluppo e alla promozione degli strumenti di partecipazione diretta. Nelle scorse edizioni sono stato ospite del forum in qualità di parlamentare, a settembre potrò partecipare come Ministro con la delega alla democrazia diretta. Il cambiamento del M5S al Governo è nei fatti, abbiamo messo in cima all’agenda politica il nostro storico impegno per la partecipazione attiva ai meccanismi decisionali. Ora possiamo inaugure la Terza Repubblica.

Abbiamo degli obiettivi di ampio respiro, questa sarà una legislatura costituente che avrà come obiettivo di favorire la partecipazione come mai prima d’ora nella storia del Paese secondo lo spirito della nostra Carta fondamentale. L’impegno in questo senso si svilupperà lungo 3 direttrici: referendum propositivo, abolizione del quorum e leggi popolari a data certa.

L’introduzione del referendum propositivo, che partirà già da quest’anno con il dibattito parlamentare, consentirà ai cittadini di veder rispettata la volontà popolare traducendola direttamente in legge. È uno strumento di partecipazione e di responsabilizzazione, perché restituisce agli italiani le chiavi del loro futuro. Non è mai successo che un Governo, anziché limitarsi a chiedere la fiducia agli italiani, si preoccupi di concederla restituendo la sovranità al suo legittimo proprietario: il popolo.

Il secondo punto in tema di democrazia diretta è rendere effettivo ed efficace il referendum abrogativo abolendo il quorum, che scoraggia la partecipazione. Non ci sarà più un politico che inviterà gli italiani ad andare al mare, invece di votare, o che tiferà per il mancato raggiungimento del quorum. Nella prassi internazionale, penso ad esempio al Codice di buona condotta del Consiglio d’Europa, decide chi partecipa, non chi sta a casa. Il M5S è sempre stato una forza propositiva ed è nato con la raccolta firme per le proposte di legge di iniziativa popolare, che però venivano lasciate ad impolverarsi negli archivi. Questo non deve più accadere: se c’è una richiesta dal basso di discutere una proposta di legge il Parlamento sarà tenuto ad esaminarla, restituendo dignità all’impegno civile dei cittadini.

Particolare attenzione rivestirà, anche a livello di enti locali, la semplificazione delle procedure per l’attivazione degli strumenti di democrazia diretta, perché c’è anche una burocrazia della partecipazione che va affrontata. La democrazia diretta è responsabilizzazione collettiva, tutti siamo chiamati a fare la nostra parte per la crescita della comunità. Ci tenevo particolarmente che fosse scelta Roma come sede dell’edizione di quest’anno per aprire un dibattito pubblico nazionale sulla democrazia diretta, dobbiamo discutere delle migliori pratiche adottate all’estero perché la partecipazione non è solo un esercizio di sovranità ma ha anche effetti concreti sul piano del benessere economico e sociale.

L’appuntamento di settembre è un punto di partenza. Vogliamo che nelle prossime edizioni del Global Forum l’Italia venga indicata come Paese delle best practices, come esempio internazionale di partecipazione dei cittadini alla vita politica.

Buona democrazia diretta a tutti.

Conte al Consiglio Europeo. Davvero è stato un flop? Per la stampa estera no

fonte: Il Cappello Pensatore

I giornali italiani quasi all’unisono sostengono che il Presidente del Consiglio italiano Giuseppe Conte al Consiglio europeo non avrebbe ottenuto nulla. Che i “vincitori” sono Macron e Merkel. Ma è una narrazione falsa.

La stampa italiana “controtendenza”

Il Süddeutsche Zeitung: Giuseppe Conte viene alla luce all’improvviso.

Le Figaro intervista Jean-Thomas Lesueur (delegato generale dell’istituto di studi internazionali Thomas More): Italia e Austria i nuovi leader d’Europa?

Per Bloomberg «Il novizio Giuseppe Conte è emerso dal suo primo vertice dell’Unione europea con un pacchetto di misure per arginare il flusso di migranti e condividere il peso della gestione di coloro che arrivano».

Le Monde: «L’Italia ha ottenuto la sepoltura di fatto del Regolamento di Dublino».

Ancora Bloomberg: «La strategia dei populisti italiani: come scuotere l’establishment europeo».

Perfino la stampa giapponese. The Japan Times scrive: «Il primo ministro italiano Giuseppe Conte, da un mese a capo di un governo anti-immigrazione, aveva posto il veto alle conclusioni comuni dell’intero ordine del giorno del vertice di Bruxelles fino a quando le sue richieste sono state finalmente soddisfatte prima dell’alba».

In Italia abbiamo, invece, un coro unanime costituito da PD, Forza Italia e giornali, giornalini e giornaloni che dichiarano il fallimento di Giuseppe Conte al Consiglio europeo. E pure con una certa soddisfazione autolesionista.

Evvabbè!

Il successo più evidente
Per prima cosa occorre sottolineare il successo enorme.

Solo dopo anni abbiamo scoperto che Renzi aveva fatto un accordo per far arrivare tutti i migranti in Italia.

Del Consiglio europeo di giovedì e venerdì invece ne parlano tutti. Tutti sanno di cosa si tratta e chiunque ne conosce o può conoscerne i contenuti.

In Italia sta accadendo un fatto inedito: La gente sta tornando a interessarsi alla politica. Comincia a sentirla più vicina, più sua.

È stata stravolta una liturgia che durava da decenni.

Francia e Germania preparavano i documenti finali degli incontri giorni prima degli incontri stessi. Conclusioni che avvantaggiavano solo Francia e Germania, ma che l’Italia firmava senza fiatare “per non rimanere isolata”. Una sorta di “Sindrome di Stoccolma“.

Un masochismo autoflagellante che portava i Governi italiani a sottoscrivere accordi assolutamente contrari all’interesse dell’Italia e del suo Popolo.

E così il fatto che per la prima volta l’Italia abbia assunto un ruolo protagonista crea nella stampa, nel PD e in Berlusconi un senso di disorientamento. Dissonante con il convincimento dell’ineluttabile subalternità all’asse Franco-Tedesco.

I Fatti

Il pre-vertice. L’antefatto
Lo scorso 24 giugno si è tenuto un “pre-vertice” in cui era già stato tutto scritto (come al solito) da Macron e dalla Merkel.

Fondamentalmente i punti sull’immigrazione erano due:

Centri di riconoscimento nei Paesi di primo approdo, quindi Malta, Italia, Spagna e Grecia. Voluto da Macron serviva a destabilizzare l’Italia per avere campo libero in Libia ed Egitto. Ne ho già accennato in “Macron: psicopatico in crisi di nervi. Il piano coloniale gli scoppia in mano“
Tutti i migranti che si trovano in Europa sarebbero dovuti ritornare nei Paesi di primo approdo. Quindi Italia e Grecia. Voluto dalla Merkel per tenere in piedi il suo Governo messo in pericolo dal suo Ministro dell’Interno Horst Seehofer.
Il Presidente del Consiglio Conte fa sapere che non andrà a incontri in cui le conclusioni siano già scritte.

Un fatto inedito. Le conclusioni dei vertici erano sempre state scritte dalla Francia e dallla Germania prima dei vertici. I Paesi europei, ridotti al ruolo di comparse, dovevano solo fare lo sforzo di prendere una penna e firmare.

Il Pre-vertice: la telefonata di Angela Merkel
Angela Merkel chiama Giuseppe Conte e comunica che c’è un malinteso e non esistono conclusioni già scritte. È il primo schiaffo a Emmanuel Macron.

Conte, altro fatto inedito, rende pubblica la telefonata con un post Facebook

Angela Merkel si adombra. Secondo lei, la telefonata doveva rimanere privata. Mai accaduto che il Presidente del Consiglio di un Paese “al traino” abbia dimostrato una simile trasparenza.

È sempre stata lei a gestire i Governi italiani come fossero marionette. È emblematico l’atteggiamento tenuto con Gentiloni lo scorso 7 febbraio.

Un incontro già programmato viene annullato all’ultimo momento.

Quando Gentiloni era già arrivato in Germania, Angela Merkel fa sapere che è impegnata nelle trattative di Governo e non può riceverlo.

Ovviamente, venuto a conoscenza della telefonata della Merkel a Conte, anche Macron si adombra. È rimasto con il cerino in mano e, psicopatico com’è, da di matto.

Il pre-vertice
Al pre-vertice, Giuseppe Conte arriva con una proposta italiana. Ottiene anche di parlare per primo e quindi orienta l’intera discussione.

Altro fatto inedito.

Ecco la proposta

La proposta italiana va incontro il “Gruppo di Visegrad”, perché consente che l’accoglienza dei migranti economici non sia obbligatoria.

Nel contempo consente alla Merkel di salvare il suo Governo, perché offre una soluzione al problema dei movimenti secondari.

L’unico “ingrugnato” resta Macron.

Come ho già scritto, Macron vorrebbe estendere il colonialismo francese1 alla Libia e stringere accordi con l’Egitto.

Macron vorrebbe

“conquistare” la Libia
cacciare l’ENI
riempire l’Italia di “migranti” generati dal colonialismo francese
Da qui l’accordo che aveva stretto con la Merkel per rispedire in Italia e in Grecia tutti i migranti che si trovino in un qualsiasi Paese Europeo.

Il vertice. L’antefatto
Con questi presupposti, Francia e Germania si sono affrettati a sostenere che il vertice del 28 e 29 giugno non sarebbe giunto ad alcuna conclusione in tema di immigrazione.

Tutti i giornali hanno rilanciato questa notizia.

Nessuna dichiarazione dal Governo italiano, ma abituati come sono al fatto che siano Merkel e Macron a comandare in Europa, si sono tutti adagiati su questo: Il Consiglio Europeo non giungerà ad alcun accordo sull’immigrazione.

Nessuno che abbia poi chiesto scusa per essersi clamorosamente sbagliato (ancora una volta)!

Il veto anticipato da Conte al Consiglio europeo
Ancora non arresi al fatto che non comandano più l’Europa, Merke e Macron (sopratutto) avevano tentato l’ultima carta: stralciare la questione delle immigrazioni dall’ordine del giorno del Consiglio Europeo.

Inoltre, sempre nel convincimento che nessuno avrebbe osato sollevare la testa, giovedì 28 giugno era già stata convocata la conferenza stampa che anticipava le conclusioni del vertice stesso.

Ma ecco l’imprevisto. L’annuncio di Conte al Consiglio europeo che voterà solo il documento conclusivo al termine del vertice. Preannuncia, inoltre, che non firmerà il documento finale se non si dovesse parlare di immigrazione.

Quella sganciata da Conte al Consiglio europeo è una vera e propria bomba.

Succede il caos e la Conferenza stampa viene annullata.

I veri interessi di Macron
Prima del vertice ci sono stati gli incontri bilaterali.

Il Presidente Conte ha incontrato in privato Angela Merkel.

Emmanuel Macron aveva chiesto un incontro bilaterale con Giuseppe Conte, ma “purtroppo” la fitta agenda di Conte non ha consentito l’incontro.

Come ho già scritto più volte (e, probabilmente, ci tornerò in altro post) il problema dell’immigrazione è stato creato dalla Francia con la destabilizzazione della Libia.

Nell’assoluta inconcludenza dei Governi italiani, Macron si era pure posto quale mediatore fra il Governo di accordo nazionale (Gna) di Fayez al-Sarraj e il Generale Khalifa Haftar.

In realtà sostenendo quest’ultimo che controlla – illegittimamente – i pozzi petroliferi del sud della Libia (e che, per questo motivo, rifiuta ogni possibile “hotspot” controllato dall’Unione Europea nei confini meridionali della Libia).

Il problema è che l’unico gasdotto libico è di proprietà di ENI e sbocca nel porto di Mellitah.

Khalifa Haftar può solo contare sull’esportazione del petrolio illegale. Se il Mediterraneo cessa di essere “terra di nessuno”, se al Governo di al-Sarraji venisse consentito di controllare seriamente le coste libiche, Haftar sarebbe finito e con lui la Francia di Macron.

Il doppio gioco dello psicopatico Macron
Mentre era in corso il vertice, Macron ha mandato il suo Ministro degli Esteri Jean-Yves Le Drien a incontrare il Presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi. La discussione è sulla stabilizzazione della Libia. La Francia – attore principale della destabilizzazione della Libia – vorrebbe completare l’opera con un altro disastro politico, militare e diplomatico.

Occorre anche comprendere Macron.

Nelle acque egiziane è stato trovato il più grande giacimento di gas mai scoperto nel Mediterraneo. È all’interno della concessione di Shorouk, nel nord del Sinai, ed è ENI il titolare della concessione.

Di tutto questo ad Angela Merkel non può fregar di meno. Non ha interessi in Libia e deve garantire la tenuta del suo Governo dagli attacchi di Horst Seehofer.

Quindi ordina a Macron di trovare una soluzione, foss’anche la totale sottomissione a Conte.

Macron e Conte al Consiglio europeo lavorano fino all’alba
Macron, quindi, è costretto a trovare una soluzione con Conte che, pure, l’aveva snobbato al pre-vertice.

È costretto a sottoscrivere, anzi, a compartecipare alla soluzione proposta da Conte al Consiglio europeo.

Il “nuovo Napoleone” trova la sua Waterlooo in Giuseppe Conte.

Il documento finale trova l’accordo dei 28 Paesi, ma è esattamente la proposta italiana al pre-vertice.

Macron è costretto a sparare sciocchezze in Francia, ma la realtà è diversa. Ha capitolato in una resa senza condizioni.

Il documento finale è questo

Nessuno poteva aspettarsi che il Trattato di Dublino potesse essere modificato in questo Consiglio europeo. Non era nelle competenze e non era all’ordine del giorno.

Conte al Consiglio europeo doveva porre le precondizioni, i principi per la riforma del Trattato. Questo ha fatto.

Ha, inoltre, ottenuto che alcuni principi siano di immediata applicazione.

Con buona pace di Macron e dei giornalucoli nostrani non esiste già più il principio del Paese di primo approdo. Basta leggere il documento finale per rendersene conto.

Conte al Consiglio europeo ha ottenuto che le ONG debbano sottostare alle regole internazionali.

Basta ingaggiare lotte con la Guardia Costiera libica per sottrarre i “migranti” e poi rappresentare la questione come se la Guardia Costiera libica avesse minacciato le ONG per “impedire” di portare in salvo i migranti!

Le ONG hanno sovvertito il diritto internazionale. “Salvano” migranti in acque SAR libiche e accusano la Guardia Costiera libica di aver tentato di impedire la tratta degli schiavi verso l’Italia.

Confrontiamo la proposta italiana con il documento finale dell’EUCO

Questa è la proposta italiana

e questo è il documento finale

Per i giornalisti ciechi, ecco le corrispondenze dei punti:

1 della proposta è rinvenibile al punto 3 del documento finale
2 ai punti 5, 7 e 8
3 ai punti 1, 9 e 10
4 al punto 12
5 ai punti 5 e 6
6 al punto 6
7 ai punti 3 e 5
8 al punto 6
9 al punto 11
10 ai punti 4 e 6
Macron ha perso la faccia, la battaglia e la guerra
I giornalucoli nostrani continuano a riportare le dichiarazioni finali di Macron e di Conte al Consiglio europeo.

Mettendole in contrasto e tifando per la versione Macron.

Ma nel documento finale non si parla affatto di hotspot nei Paesi di primo approdo.

Il giornalucolo per eccellenza, il Sole 24 Ore, titola: «Migranti, gelo tra Conte e Merkel-Macron sui centri di accoglienza».

Ma leggiamo il testo e le dichiarazioni di Angela Merkel:

Merkel: da Italia nessun impegno sui centri
«L’Italia non ha preso nessun obbligo per mettere in piedi questi centri controllati» e «non vede assolutamente nessuna possibilità» ha confermato la cancelliera Angela Merkel al termine del vertice Ue. Inoltre «non c’è nessun accordo concreto» bilaterale tra Italia e Germania sui movimenti secondari, perché «per l’Italia è un problema cruciale la migrazione primaria» e «per ora è una posizione che rispetto»..

Dove starebbe il “gelo” della Merkel verso l’Italia? È l’Italia ad averle salvato il Governo.

E non solo. Merkel smentisce Macron e conferma le dichiarazioni di Conte al Consiglio europeo.

Per questo, stranamente, il nostro mainstream non riporta le dichiarazioni di Angela Merkel.