1000 suicidi per problemi economici: il Reddito di Cittadinanza è ossigeno puro

L’Osservatorio della Link Campus University ha presentato il risultato di 7 anni di studio sul fenomeno dei “suicidi per motivazioni economiche”. I dati sono drammatici: in Italia, dal 2012, sono ben 988 i casi di cittadini che hanno deciso di togliersi la vita per problemi economici mentre sale a 717 il numero dei tentati suicidi.

E davanti a tutto questo gli stessi partiti che hanno alimentato la crisi con le politiche di austerità ora si oppongono al Reddito di Cittadinanza, un argine contro i brutti pensieri spesso dovuti alla miseria economica e alla disoccupazione. Il Reddito introduce un principio molto semplice: se ti trovi in difficoltà lo Stato non ti lascia solo, ma ti offre un Patto per il Lavoro in cambio di un sostegno immediato al reddito che ti consente di arrivare a fine mese e mantenere i tuoi figli. Lo Stato si ritirerà solo quando troverai un lavoro, che nel frattempo abbiamo reso più conveniente per le imprese approvando diversi incentivi.

Il Reddito di Cittadinanza è una via d’uscita dal buio della solitudine, è la possibilità di mettere un pasto sulla propria tavola e di rientrare a far parte della società rimettendosi in gioco. Questa opposizione, che fa la guerra al reddito ed ai milioni di italiani che lo riceveranno, è imbarazzante, senza vergogna e assolutamente fuori dalla realtà!

Per mesi hanno raccontato fake news su come il Reddito di Cittadinanza fosse una misura utile solo al Sud: la prima regione per tasso di suicidi causati da problemi economici è il Veneto con il 15%, la terza la Lombardia. Il nord-est, infatti, occupa la cima di questa triste classifica con il 34% di suicidi. E non a caso il 47% dei beneficiari del Reddito di Cittadinanza saranno al nord. È una misura distribuita equamente sul territorio nazionale, perché la miseria e la povertà assoluta non sono un’esclusiva del Mezzogiorno.

Ma non solo il Reddito di Cittadinanza. Dal 2012 ad oggi gli imprenditori suicidi rappresentano il 41,8% del totale. È proprio a loro, ai piccoli imprenditori ed artigiani che hanno tenuto duro durante il periodo della crisi, che si rivolgono misure che per anni hanno richiesto invano: meno tasse ad 1 milione di piccole imprese e professionisti con un’aliquota piatta al 15%, taglio del 32% delle tariffe Inail, cedolare secca al 21% anche per gli immobili commerciali, raddoppio della deducibilità Imu sui capannoni, anticipazioni da Cassa Depositi e Prestiti per il pagamento più rapido dei fornitori da parte della Pubblica Amministrazione, fondo da un miliardo per le Start up innovative, doppio bonus nel Meridione (decontribuzione Inps totale per le imprese che assumono stabilmente lavoratori e mensilità del Reddito di Cittadinanza per l’impresa se i nuovi lavoratori assunti erano beneficiari del nostro sostegno al reddito).

Crescono anche i suicidi tra i giovani: complessivamente i suicidi tra i 35-44enni rappresentano il 20% del totale, tra gli under 34 il 10%. Ragazzi completamente usciti dai radar dello Stato, abbandonati dai precedenti governi sul divano e spesso costretti a fuggire dall’Italia.

Noi lavoriamo tutti i giorni per fare fronte alla catastrofe sociale che abbiamo ereditato. A Pd e Forza Italia non resta altro che fare le passerelle sulle navi, parlare soltanto di immigrazione perché non possono presentarsi davanti ai lavoratori dopo aver votato il Job’s act, non possono presentarsi davanti ai pensionati dopo aver votato la legge Fornero, non possono presentarsi davanti agli imprenditori dopo averli massacrati con le loro politiche scellerate.

Andiamo avanti con il Reddito di Cittadinanza, un’esigenza per un Paese civile che, grazie al MoVimento 5 Stelle, è diventata finalmente legge dello Stato.

Il Reddito di cittadinanza: un programma di contrasto alla povertà e di attivazione nel mercato del lavoro

di Pasquale Tridico

Quando finalmente finirà la polemica sterile contro il Reddito di cittadinanza, quella che tira fuori solo problemi inerenti l’elusione, i furbi, gli scansafatiche, fino ad arrivare al “divano”, e alle “vacanze” dei poveri, e quando si comincerà a leggere e conoscere nella sua interezza il provvedimento che introduce il Reddito di cittadinanza, come misura di reddito minimo in Italia, di contrasto alla povertà e di riattivazione verso il mercato del lavoro, allora, penso, necessariamente si apprezzerà l’intero provvedimento, la finalità degli obiettivi, i mezzi attraverso i quali agisce e le risorse che mobilita.
L’esigenza di uno strumento di reddito minimo in Italia, come il Reddito di cittadinanza, trova una pluralità di giustificazioni teoriche, economiche, giuridiche e morali. Dall’inizio del secolo scorso economisti come James Meade, Oskar Lange, ma anche Karl Polanyi e più recentemente Amartya Sen, solo per citarne alcuni, sostengono la necessità economica e sociale di uno strumento di sostegno al reddito universale, nelle diverse varietà di sussidio sociale, di reddito garantito, di dividendo sociale, di reddito minimo o di reddito universale. Anche economisti considerati in qualche modo conservatori come von Hayek o Milton Friedman sostengono tale necessità.

Non è tutto: la costituzione Italiana, almeno in 2 articoli fondamentali, l’articolo 3 e l’articolo 38, ritiene necessario l’intervento dello Stato nel rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano la libertà e l’uguaglianza dei cittadini (art 3), e stabiliscono il diritto al mantenimento e all’assistenza sociale dei poveri, degli indigenti e dei disoccupati (art 38).
E ancora, il più recente Pilastro Sociale dell’UE, all’art 14, stabilisce chiaramente il diritto al reddito minimo per garantire una vita dignitosa e allo stesso tempo ritiene utile combinare tale reddito minimo con incentivi alla integrazione nel mercato del lavoro. Due obiettivi ed uno strumento, appunto, come il Reddito di cittadinanza.
Ci sono infine diversi leader religiosi nel mondo come Papa Francesco, che considerano tali strumenti, e il welfare in generale, un mezzo per lo sviluppo umano, e non un costo.
Ma se tutto questo non convince ancora i più scettici, allora c’è l’evidenza empirica, che evidenzia come in periodi di crisi, come quella che ha colpito gran parte d’Europa dal 2009 in poi, strumenti come il reddito minimo non solo sono utili per evitare l’esplosione della povertà, come avvenuto in Italia, ma sono necessari per stabilizzare, o almeno compensare in modo quasi automatico, il ciclo negativo, sostenere i consumi, la domanda aggregata e quindi l’economia, evitando così una spirale recessiva o quantomeno attutendola.

Quando la critica al reddito di cittadinanza diventa meno aggressiva, si tirano fuori argomenti del tipo: “si poteva rinforzare il Rei”. Anche in questo caso la critica non trova fondamento, poiché non solo si è “rinforzato” il Rei in modo oggettivo ed evidente in termini di beneficiari, platee e risorse, passando da un contributo individuale massimo di 187 a 780 euro e da una platea potenziale di 1 milione ad una di quasi 5 milioni di persone, e da un fondo di poco più di 2 miliardi complessivi a poco più di 8 miliardi complessivi. Ma si è anche “rinforzato” il Rei nella parte che riguarda il “cuore” di quel provvedimento, ovvero il contrasto alla povertà, la rete dei servizi sociali attraverso i comuni e l’inclusione sociale. Infatti, per questo obiettivo le risorse aumentano notevolmente, di circa 130 milioni nel 2019 passando a circa 347 milioni, raggiungono 587 milioni nel 2020 e triplicano nel 2021 passando a 615 milioni di euro. Una dotazione di risorse mai vista prima per l’obiettivo della lotta alla povertà. Una vera rivoluzione, e per conoscerne bene la portata basterebbe chiedere alla Caritas o alla Alleanza contro la Povertà che negli anni scorsi non hanno mai visto tante risorse. Tutto questo fa parte del cosiddetto Patto per l’inclusione sociale, per quelli più distanti dal mercato del lavoro, con particolari disagi sociali e non proprio pronti a lavorare. I beneficiari di Reddito di cittadinanza che stipulano il Patto di inclusione sociale presso i Comuni e i Servizi sociali avranno condizionalità e obblighi diversi, prevalentemente di tipo sociale, rispetto a coloro che stipulano il Patto per il Lavoro, come succede in tutti i paesi europei. Perché la povertà non dipende solo dalla mancanza di lavoro. Perché la povertà è un problema multidimensionale. E l’obiettivo è fare in modo che il Patto di inclusione sociale sia in qualche modo “propedeutico” rispetto al Patto per il Lavoro. Anche rispetto a questo obiettivo, di più diretto contrasto alla povertà, dovrà essere valutato il Reddito di cittadinanza.

Infine, oltre a “rinforzare” il Rei in lungo e in largo, si è aggiunto un altro fondamentale pilastro, che potremmo definire “lavorista”, di riattivazione verso il mercato del lavoro, seguendo alla lettera l’art. 14 del Pilastro Sociale dell’Ue citato sopra, e costruendo un reddito minimo che possa garantire una vita dignitosa combinato con incentivi alla integrazione nel mercato del lavoro. Anche in questo caso, la critica al pilastro “lavorista” è priva di fondamento. I centri per l’impiego (Cpi) non sono pronti, si dice, le politiche attive sono inesistenti o quasi, e via discorrendo. Vero. Ma proprio per questo è giusto partire al più presto possibile, e questa è una occasione d’oro. Del resto la finalità di contrasto alla povertà e sostegno al reddito rimane soddisfatta anche durante la costruzione e il potenziamento dei Cpi, da cui quella finalità è indipendente, e con cui la riforma dei Cpi non è in conflitto. Come per il contrasto alla povertà e la rete ad essa connessa, anche i Cpi, le regioni e tutti i servizi ad essi collegati, non hanno mai visto tante risorse: 120 milioni nel 2019 e 160 milioni dal 2020 per 4000 nuove assunzioni presso i Cpi. 200 milioni per l’assunzione di 6000 navigator nel 2019, 250 milioni per il 2020 e 50 milioni per il 2021, attraverso Anpal servizi Spa. Quindi una dotazione di 10 mila nuovi operatori per i servizi dell’impiego pubblici che si aggiungono ai circa 8000 esistenti. A ciò si aggiunge una ulteriore dotazione di 480 milioni nel 2019 e di 420 milioni nel 2020 per strutture e infrastrutture fisiche e tecnologiche presso i Cpi e le regioni che in questo hanno competenza. Sono inoltre compresi fondi per la stabilizzazione degli attuali precari dell’Anpal, per nuove assunzioni in Inps, per i Caf, e per i sistemi informativi unitari, ovvero le piattaforme tecnologiche su cui poggia l’intero programma. Inoltre, la differenza tra il Fondo per il Reddito di cittadinanza, cioè 8,32 miliardi a regime dal 2021, e l’erogazione del beneficio, pari a regime a 7,21 miliardi, è di oltre 1 miliardo di risorse per il mantenimento di tutta la struttura dei CPI, di Anpal, e di tutti i soggetti coinvolti (Inps, Caf, Comuni, Enti di formazione, Enti accreditati, sistemi informativi, piattaforme, ecc).

Il programma del Reddito di cittadinanza ha una architettura complessa, studiata sulla scia dei migliori esempi europei di reddito minimo, e prevede formazione e condizionalità, oltre che un vasto programma di incentivi alle imprese e agli enti di formazione accreditati. Questa parte del programma del Reddito di cittadinanza identifica un approccio molto orientato verso le politiche attive e il reinserimento nel mercato del lavoro dei beneficiari. All’interno del Patto per il Lavoro che il beneficiario di Reddito di cittadinanza stipula presso i Cpi o gli enti accreditati quali le Agenzie del Lavoro (ApL) si identifica un percorso di riattivazione del beneficiario e può includere anche un Patto per la Formazione con il quale l’impresa si impegna a fornire formazione al beneficiario. Il programma prevede incentivi per le imprese che assumono il beneficiario a tempo pieno e indeterminato, e non lo licenziano senza giusta causa o giustificato motivo, pena la restituzione dell’incentivo. Le imprese che assumono un beneficiario nei primi 18 mesi di fruizione del beneficio ottengono un incentivo sotto forma di esonero contributivo, nel limite dell’importo mensile percepito dal beneficiario, ed entro un massimo di 780 euro, e per un valore totale massimo pari alla differenza tra 18 mesi e i mesi usufruiti. Il contributo non può comunque essere inferiore a 5 mensilità. In caso di rinnovo del Reddito di cittadinanza, l’incentivo per le imprese è concesso nella misura fissa di 5 mensilità.

Gli enti di formazione accreditati possono stipulare presso i Cpi e presso le ApL un Patto di formazione, finalizzato allo svolgimento di un percorso professionale, alla fine del quale se il beneficiario ottiene un lavoro coerente con il profilo formativo sarà riconosciuto all’ente di formazione un esonero contributivo, nel limite della metà dell’importo mensile del Reddito di cittadinanza percepito dal lavoratore all’atto dell’assunzione, entro un massimo di 390 euro e per un valore totale pari alla differenza tra 18 mesi e i mesi già usufruiti. L’altra metà, nel limite di 390 euro, va all’impresa che assume il lavoratore. Il contributo non può comunque essere inferiore a 6 mensilità (3 per l’ente di formazione e 3 per l’impresa). Qui c’è chiaramente un incentivo di mercato agli enti di formazione che saranno spinti ad organizzare e ad inserire singoli o gruppi di beneficiari di reddito di cittadinanza all’interno di corsi di formazione attraenti, che diano reali sbocchi di lavoro, perché solo a conclusione di essi, ed in caso di successo cioè assunzione da parte dell’impresa, l’ente di formazione riceverà l’incentivo. Saranno quindi spinti ad organizzare corsi di formazione per posizioni per cui esistono vacancy, perché i loro incentivi dipendono dall’assunzione, piuttosto che da opachi finanziamenti regionali a pioggia. Inoltre questi incentivi spingono imprese e enti di formazione a stipulare il Patto di formazione e ad assumere al più presto un beneficiario, per ottenere un beneficio più cospicuo.

Chiaramente questi incentivi non sono addizionali rispetto alle risorse stanziate per il fondo del Reddito di cittadinanza, ma anzi sono costruiti attraverso un meccanismo che prevede il trasferimento all’impresa solo in caso in cui il beneficiario sia assunto stabilmente e quindi non abbia più bisogno di Reddito di cittadinanza. Nel programma sono previsti anche incentivi per l’imprenditorialità e il self-employment: nel caso in cui il beneficiario avvia un’attività di lavoro autonomo o costituisce un’impresa individuale o una società cooperativa entro i primi dodici mesi di fruizione della misura è previsto il riconoscimento di un incentivo pari a 6 mensilità del Reddito di cittadinanza, nel limite di 780 euro mensili. La combinazione tra l’impossibilità di rifiutare più di 3 offerte di lavoro congrue, a scalare su 100 km, 250 km e tutto il territorio nazionale, insieme ai forti incentivi all’inserimento lavorativo, permette di affermare, ragionevolmente, che sebbene il Reddito di cittadinanza sia un reddito minimo strutturale, per sempre, per un singolo beneficiario potrebbe durare massimo due cicli. All’interno di questo contesto è allora ragionevole suppore, che sia possibile, la riattivazione di circa un milione di nuovi lavoratori in 2-3 anni, in condizioni economiche generali normali, cioè non di stagnazione o recessione.

Veniamo inoltre al cosiddetto doppio bonus per le imprese. Nel caso in cui il datore di lavoro abbia esaurito gli esoneri contributivi in forza degli sgravi previsti nella scorsa legge di bilancio per le imprese nel Sud che assumono nel 2019 e 2020 giovani sotto i 35 anni o disoccupati da oltre 6 mesi over 35 anni, gli incentivi contributivi previsti nel Reddito di cittadinanza si trasformano in credito di imposta. In questo caso, sebbene l’impresa abbia ampia libertà e flessibilità di poter usare il credito d’imposta come crede, sarebbe molto coerente con l’impianto del programma, e più efficace per l’impresa stessa, usare il credito di imposta per la formazione dei neoassunti attraverso il reddito di cittadinanza.

Conclude questa batteria di incentivi all’inserimento nel mercato del lavoro un altro strumento: l’assegno di ricollocazione (AdR). Esso ha la finalità di aiutare la persona disoccupata beneficiaria del reddito di cittadinanza a migliorare le possibilità di ricollocarsi nel mondo del lavoro. Si tratta di una somma di denaro che può variare tra 250 e 5.000 euro, a secondo della difficolta del soggetto beneficiario, e può essere considerata una “dote” per il lavoratore. Può essere spesa presso enti accreditati e centri per l’impiego, e permette di ricevere un servizio di assistenza intensiva alla ricerca di occupazione da parte di un centro per l’impiego o di un ente accreditato ai servizi per il lavoro. La dote è effettivamente incassata da ApL o Cpi solo nel momento in cui il lavoratore viene allocato sul mercato.

La logica di fondo alla base di questa batteria di incentivi, è la riattivazione nel mercato del lavoro di un gran numero di inattivi. Inoltre, rafforzare lo Stato sociale, attraverso uno strumento cardine di welfare quale il reddito minimo, pone un freno ad una tendenza di riduzione dello stato sociale e di salario indiretto che negli ultimi tre decenni ha costituito, insieme alla flessibilizzazione del mercato del lavoro, una costante della politica economica italiana, che ha favorito il declino della quota salario sul Pil, e la perdita di potere contrattuale da parte dei lavoratori, con inevitabile stagnazione dei salari. In questo senso, il Reddito di cittadinanza, la più grande politica sociale degli ultimi 30 anni almeno, può rappresentare anche la spinta iniziale di una pressione verso l’alto dei salari, e il riposizionamento, per l’Italia, su una frontiera produttività più elevata, caratterizzata da investimenti ad alta intensità di capitale, piuttosto che investimenti che sfruttano maggiormente il lavoro a basso costo.

Più in generale, possiamo dire che l’impatto macroeconomico del Reddito di cittadinanza può essere di notevole importanza, sia sull’efficienza del mercato del lavoro, in termini di aumento di occupazione e produttività, da realizzarsi con il miglioramento dei Cpi, la riqualificazione formativa dei lavoratori, e la batteria di incentivi inseriti, sia su alcuni aspetti macroeconomici che riguardano il moltiplicatore dei consumi, l’output gap e il recupero di spazio fiscale nel bilancio. Da una parte l’attuazione del Reddito di cittadinanza associata al potenziamento dei Cpi costituisce una vera e propria riforma strutturale del mercato del lavoro, nella misura in cui può aiutare a reimpiegare parte di quegli oltre tre milioni di scoraggiati (secondo i dati dell’ISTAT 2018) che da anni non cercano più attivamente lavoro, tra cui moltissimi giovani NEET. L’afflusso degli scoraggiati presso i Cpi permetterebbe di rivedere al rialzo il tasso di partecipazione alla forza lavoro, che nella metodologia europea contribuisce alla crescita del Pil potenziale. Si aprirebbe così uno spazio fiscale aggiuntivo che può essere utilizzato per aumentare l’occupazione evitando di far crescere in percentuale il deficit strutturale a livelli passibili di sanzioni comunitari. Dall’altra parte, le finalità sociali, di contrasto alla povertà e di sostegno al reddito sono necessari, in una economia avanzata come la nostra, per garantire la stabilità sociale e una maggiore coesione, soprattutto in periodi di dinamica lenta del Pil come quella che sembra profilarsi per via di una congiuntura internazionale sfavorevole. In questi periodi, azionare la leva anticiclica della politica economica, addirittura in anticipo, potrebbe rivelarsi fondamentale per garantire la stabilità dei consumi e della domanda aggregata, con la soddisfazione che per una volta almeno si potrà dire che si è iniziato dagli ultimi.

Giustizia, diamo risposte chiare ai cittadini

Giustizia, dopo il Ministro Bonafede sono intervenuta anch'io per ribadire che i cittadini hanno una richiesta chiara di giustizia ed è compito nostro dare una risposta.

Pubblicato da Francesca Businarolo su Giovedì 24 gennaio 2019

Giustizia, dopo il Ministro Bonafede sono intervenuta anch’io per ribadire che i cittadini hanno una richiesta chiara di giustizia ed è compito nostro dare una risposta.

È difficile vincere con chi non si arrende mai!

Questo video ha del profetico, per non dire magico. Gianroberto Casaleggio, qualche anno prima dell’approvazione del reddito di cittadinanza, rivolge un affettuoso saluto a chi percepirà questo sostegno economico e sociale di contrasto alla povertà. Come se si trattasse di un qualche cosa di imminente.

Poi fa appello a tutte le forze politiche di sostenere questa misura che non è del MoVimento 5 Stelle ma è patrimonio del Paese intero.

A distanza di pochi anni da queste simpatiche e allo stesso tempo toccanti immagini il MoVimento è al Governo e il reddito di cittadinanza sarà a breve legge dello Stato.

Nel frattempo, mentre stiamo portando la democrazia diretta nelle mani dei cittadini con il ddl Costituzionale, pare che i partiti di opposizione si stiano organizzando per proporre un referendum per abrogare il Reddito di Cittadinanza ancora prima della conversione in Legge! In sintesi: un referendum – a priori – contro i cittadini poveri. Una delle cose più spietate che una mente cinica possa partorire.

Chissà se Gianroberto tra le tante cose aveva previsto anche questa…

In questi giorni così importanti per il MoVimento 5 Stelle e per l’Italia, il mio pensiero va a chi ha reso possibile tutto ciò ricordandoci sempre che: “E’ difficile vincere con chi non si arrende mai!” (cit. G. Casaleggio)

Grande gioia, ma non ci fermiamo

Ha ragione Beppe Grillo: stiamo facendo grandi passi a piccoli balzi. Anche se quello di ieri, per la verità, è stato un salto triplo: reddito di cittadinanza per aiutare i disoccupati a trovare lavoro, pensioni di cittadinanza per combattere la povertà, quota 100 per dare la possibilità a tutti di meritarsi la pensione dopo anni di sacrifici.

Una gioia immensa. Ma non ci fermiamo!

La Capigruppo ha stabilito un percorso fitto di impegni per il Parlamento: dalla settimana prossima, oltre alla conversione del decreto sul reddito di cittadinanza, iniziano i voti sulla proposta di legge costituzionale sul referendum; poi convertiremo in legge il decreto semplificazioni; e vogliamo approvare la proposta di legge sull’acqua pubblica, quella sulla legittima difesa e la legge sul voto di scambio politico-mafioso. Tutte già in calendario.

Ricordo anche che a fine mese voteremo l’istituzione della commissione d’inchiesta sulle banche. Perché le ingiustizie e gli errori delle vecchie forze politiche e dei banchieri che in questi anni hanno lasciato per strada migliaia di cittadini, si meritano una risposta dopo tanti anni di bugie.

Andiamo avanti ancora più convinti di prima, sempre dalla parte dei cittadini. Per dare a tutti la possibilità di partecipare e per far tornare gli italiani a fidarsi dei propri rappresentanti.

Pa: whistleblowing, disponibile open source il software per segnalare illeciti

A partire da ieri e’ disponibile per il riuso l’applicazione informatica ‘Whistleblower’ per l’acquisizione e la gestione delle segnalazioni di illeciti da parte dei pubblici dipendenti.

Lo ha comunicato l’Anac. La piattaforma consente la compilazione, l’invio e la ricezione delle segnalazioni di presunti fatti illeciti nonche’ la possibilita’ per l’ufficio del Responsabile della prevenzione corruzione e della trasparenza che riceve le segnalazioni, di comunicare in forma riservata con il segnalante senza conoscerne l’identita’.

Quest’ultima, infatti, viene segregata dal sistema informatico e il segnalante, grazie all’utilizzo di un codice identificativo univoco generato dal predetto sistema, potra’ ‘dialogare’ con il RPCT in maniera spersonalizzata tramite la piattaforma informatica.

Autostrade, la revoca della concessione sarà solo l’inizio. Basta pedaggi più cari d’Europa

Dopo la tragedia dolosa di Genova, una ferita che rimarrà nella storia di questo Paese, oggi Autostrade per l’Italia torna alla carica sostenendo che le proprie tariffe sono le più basse d’Europa. Una bugia clamorosa, che abbiamo già ampiamente smentito a suo tempo.

Invece di chiedere scusa per quanto successo in questi anni (Autostrade ha fatto quasi 10 miliardi di utili negli ultimi 10 anni ma gli investimenti nelle infrastrutture sono diminuiti), questi signori usano i dati che gli tornano comodi per coprire le loro gravissime mancanze e gettare fumo negli occhi agli italiani. I ricavi da pedaggi per le concessionarie italiane sono in realtà i più alti insieme a quelli della Francia e non lo diciamo solo noi, ma anche un’indagine della Banca d’Italia. I numeri sbandierati da Autostrade, infatti, non considerano l’intensità del traffico per km e il fatto che negli altri Paesi la percentuale di rete autostradale gratuita sia maggiore che in Italia. Ai Benetton piace vincere facile, ma usando i dati senza malafede emerge chiaramente come il totale dei costi in Italia sia nettamente più alto che negli altri Paesi. Senza contare che i pedaggi ai caselli della rete autostradale italiana hanno registrato dal 1999 al 2016 un aumento medio del 73%, ben oltre l’inflazione!

Evidentemente il timore di non poter più contare su introiti miliardari sta mandando fuori di testa Autostrade e i suoi vertici. Non si spiegherebbe altrimenti il perché di queste menzogne così spudorate.

La scelta del Governo è chiara: occorre rivedere completamente la politica delle concessioni, che in questi anni ha regalato a pochi grandi gruppi privati contratti vergognosamente favorevoli. Intanto sarà revocata la concessione ad Autostrade, ma questo è soltanto l’inizio: andremo verso una tariffa unica europea che dovrà prevedere, tra i vari vincoli per i concessionari, che parte degli introiti vengano obbligatoriamente investiti nella manutenzione e il riammodernamento delle strade.

È questa l’unica soluzione per garantire ai cittadini pagamenti equi ed elevati livelli di sicurezza.

Chiederemo l’elenco dei debitori di Carige, la pagherà chi ha fatto favori ad altri riducendola così

Ci tengo davvero tanto a dirvi che, per me, quello che stiamo facendo  non solo è importante, ma ci crediamo.

Sulle banche, per quanto mi riguarda, con tutte le azioni che porteremo a casa quest’anno, faremo in modo che d’ora in poi nessun banchiere possa restare impunito e nessun risparmiatore debba avere la preoccupazione di dove ha messo i soldi. Le banche dello Stato possono esistere e con queste possiamo aiutare le famiglie. Allo stesso tempo dobbiamo però punire fortemente quei banchieri che, anche nel caso di Banca Carige, hanno messo in ginocchio la banca.

Non sarà la stessa musica, ve lo assicuro. La musica è cambiata sulle banche e lo vedrete nei prossimi giorni, quando pubblicheremo l’elenco dei debitori di Carige e vedremo chi troveremo in quella lista.

Ovviamente, se troveremo delle persone in difficoltà economica e impossibilitate a pagare, neanche ve lo diremo il nome. Ma se troveremo i soliti noti e troveremo i soliti soggetti che hanno avuto favori dalle banche in questi anni, allora non solo ve lo comunicheremo come governo – e questa già è una novità – ma soprattutto la faremo pagare a tutti i banchieri che in questi anni hanno ridotto così Banca Carige per fare un favore a qualcun altro.

Il diritto sanitario digitale

Oggi parliamo di un particolare diritto di cittadinanza digitale, ovvero il diritto sanitario digitale. Cosa significa? È la possibilità per il cittadino di poter accedere – ovunque si trovi – ai propri dati sanitari, inseriti da lui stesso ma anche dagli altri attori della sanità pubblica e privata.Come funziona il diritto sanitario digitale in Italia? 

Cittadinanza digitale – Il diritto sanitario digitale

Andrea Colletti ci parla del diritto sanitario digitaleCosa intendiamo per diritto sanitario digitale, quali sono le esperienze delle altre nazioni e quali potrebbero essere le applicazioni nel nostro Paese?

Pubblicato da Associazione Rousseau su Mercoledì 9 gennaio 2019


Esiste una legge sul Fascicolo Sanitario Elettronico, ma attualmente questo diritto non è esercitabile su tutto il territorio nazionale perché in Italia la sanità è affidata a province e regioni. Ciò vuol dire 22 sistemi diversi di accesso ai dati sanitari. In realtà, in molte regioni non esiste proprio, come per esempio in Abruzzo, da dove vengo io.Cosa cambierebbe se il Fascicolo Sanitario Elettronico fosse migliorato? 
Potremmo innanzitutto avere accesso ai nostri dati sanitari: il nostro medico di base avrebbe accesso diretto, così come l’ospedale in caso di ricovero d’urgenza. Pensate, ad esempio, se fossimo allergici a un farmaco: invece di chiedere ai parenti, che magari neanche lo sanno, il medico potrebbe avere queste informazioni dal Fascicolo Sanitario Elettronico e salvarci la vita. Con questi dati si potrebbero, addirittura, prevenire alcune malattie.Come funziona all’estero? 
Uno dei migliori esempi nel campo del diritto sanitario digitale è l’Inghilterra. I cittadini inglesi possono accedere da casa alle proprie cartelle cliniche e ai referti specialistici. Possono anche aggiornare i valori relativi a peso e pressione, addirittura in modo “automatico” se dotati di dispositivi digitali connessi alla rete wifi di casa.
È interessante l’esempio inglese anche rispetto al tema della tutela della privacy perché il paziente può scegliere di non rendere visibili i propri dati a una determinata categoria di persone o di medici, a cui non vuole far sapere le proprie condizioni. È un diritto sul quale si può discutere, ma comunque esiste e se ne potrebbe parlare.Di cosa avrebbe bisogno il sistema sanitario italiano? 
Sulla base di questi esempi, ciò che manca all’Italia è una grande infrastruttura che permetta ai vari sistemi regionali di dialogare tra loro. Per fare questo, ci vuole un investimento serio sul sistema sanitario a livello nazionale.L’intero processo dovrebbe poi essere digitalizzato e automatizzato. Pensiamo alle cartelle cliniche: spesso sono ancora cartacee e per caricarle nel fascicolo sanitario elettronico vengono scannerizzate. Ecco, io vorrei che il mio medico avesse un tablet grazie al quale possa inserire i dati direttamente nel mio fascicolo elettronico, così che io possa ricercare autonomamente ciò di cui ho bisogno. Questo aumenterebbe anche la tutela della privacy di ciascun paziente.

Tagliamo gli stipendi dei parlamentari italiani, i più pagati del mondo

L’indennità dei parlamentari italiani è quella più alta in tutto il mondo. Sì, è proprio vero. E lo rivela uno studio inglese raccontato quest’oggi dal quotidiano il Mattino. Un triste primato tutto italiano che indigna ogni singolo cittadino!

Secondo lo studio inglese, i veri “Paperoni” sono i parlamentari italiani con uno stipendio medio di oltre 120mila sterline annue. Subito dietro troviamo Australia e USA con circa 117 e 114 mila sterline annue.

Non c’è gara con i parlamentari degli altri Paesi europei. Secondo lo studio inglese, infatti, gli italiani guadagnano il 60% di euro in più rispetto alla media europea.

Tra stipendio, diaria, rimborso spese di soggiorno, budget per lo staff, rimborso per telefonate e spese informatiche, un parlamentare italiano può portare a casa anche 16mila euro al mese. Cifre completamente spropositate e nettamente superiori agli altri Paesi europei. In Francia, ad esempio, scrive il quotidiano il Mattino, la retribuzione media al mese di un parlamentare è di circa 7mila euro lordi. In Spagna l’indennità lorda è di 2800 euro al mese.

A questa vergogna tutta italiana, dobbiamo anche aggiungere un altro triste primato: siamo il Paese con più parlamentari al mondo. Sono quasi 1000 i parlamentari, 630 alla Camera e 315 al Senato (più i senatori a vita). Secondi solamente al Regno Unito. Per questo motivo, oltre al taglio degli stipendi dei parlamentari, quest’anno taglieremo anche il numero dei parlamentari.

Il taglio agli sprechi e dei costi della politica a carico dei cittadini è una battaglia storica del MoVimento 5 Stelle ed è anche una priorità di questo governo. E dopo l’eliminazione dei vitalizi e il taglio alle pensioni d’oro ci apprestiamo a tagliare anche stipendi e numero dei parlamentari. Così eliminiamo gli ultimi privilegi della casta e investiamo i milioni di euro di risparmi ottenuti a favore dei cittadini!

Questa si chiama Politica!