Meriti e curriculum, così gli iscritti sceglieranno i candidati alle Europee

Di seguito l’intervista che ho rilasciato a Fanpage

Qual è il meccanismo scelto per raccogliere le candidature alle Europarlamentarie sulla piattaforma Rousseau? 
In vista di un appuntamento particolarmente importante, come quello delle europee, abbiamo progettato e rilasciato una nuova funzione che si chiama, appunto, “Open candidature” e che consente di raccogliere le candidature degli iscritti che vogliano presentarsi, appunto, come candidati. Accanto a questa funzione abbiamo inserito anche un nuovo sistema, che abbiamo definito il “sistema dei meriti” e che consente, appunto, a chi dovrà votare questi candidati, quindi agli elettori, di poter ordinare e scegliere i candidati sulla base di alcune caratteristiche legate al curriculum, al profilo o piuttosto delle attività svolte per il Movimento 5 Stelle o sulla piattaforma Rousseau. 

Quali sono e di che tipologia saranno i meriti che verranno considerati per la scelta dei candidati? I “meriti” hanno tutti, diciamo, lo stesso peso e poi è l’iscritto che può decidere sulla base di questi meriti di individuare il candidato che ritiene più adatto. Ogni candidato potrà avere fino a 9 meriti, che verranno assegnati sulla base di alcune caratteristiche. Se il candidato ha, ad esempio, una laurea di primo livello, una laurea specialistica, un dottorato o un master comparirà sul suo profilo un indicatore grafico che segnala a chi andrà a votare che quella persona ha quel titolo di studio. Se una persona, ad esempio, ha fatto il rappresentante di lista o è stato un volontario nelle iniziative ufficiali tipo Italia 5 stelle del Movimento 5 Stelle, verrà segnalato con questo merito. E poi c’è l’area formazione, cioè se il candidato ha partecipato alle tante attività di formazione che organizziamo. E poi ce ne sono altri due che sono dei meriti speciali, che vanno a quelle persone che hanno dei profili particolari, magari hanno delle menzioni speciali, dei riconoscimenti, dei premi o hanno una particolare specializzazione in un ambito di ricerca, i cosiddetti “super competenti”. E l’ultimo merito viene assegnato a chi ha già avuto un’esperienza politica, è stato già un portavoce in Europa, in regione, in comune. Tutti gli iscritti potranno leggere il curriculum dettagliato, la descrizione di intenti, anche le esperienze fatte. Perché c’è uno spazio adeguato che consente a ciascun candidato di raccontare la propria esperienza, la propria formazione e anche come può contribuire al progetto del Movimento 5 Stelle. 

Quali sono le vostre aspettative sulla partecipazione nella scelta della candidature sulla piattaforma Rousseau? Noi ci aspettiamo un’alta partecipazione, perché comunque quando qualcuno decide di mettersi a disposizione per un obiettivo e per un progetto comune è comunque sempre un successo. Ma immaginiamo che questo nuovo sistema andrà in qualche modo a selezionare le persone anche più motivate o con magari delle competenze più adeguate a quel tipo di attività, comunque complessa dell’essere portavoce in Europa e quindi immaginiamo che in qualche modo possa essere uno strumento di selezione, ma non di esclusione. L’obiettivo di tutto questo progetto è questo. Che nel momento in cui io posso esprimere la mia preferenza, lo posso fare conoscendo il più possibile le informazioni e le caratteristiche della persona che andrà a rappresentare il Movimento 5 Stelle in Europa. 

Sul caso Diciotti il voto degli iscritti ha dettato la linea di governo, pensate di replicare l’utilizzo di questo strumento? La piattaforma Rousseau nasce per rispondere a questa esigenza, cioè il fatto di consentire al cittadino di essere al centro della società e potendo anche esprimere il proprio voto in merito anche a dei temi politici, in merito al programma di governo, in merito alla scelta dei candidati. Noi abbiamo fatto negli ultimi anni una votazione ogni 20 giorni, quindi consultiamo continuamente gli iscritti. Le attività di partecipazione sono tantissime su Rousseau, ovviamente poi ci sono alcuni momenti che vengono ritenuti i più delicati perché hanno un impatto politico più evidente. 

Quali prossimi sviluppi immaginate per la piattaforma Rousseau? Stiamo lavorando da diversi mesi a una nuova infrastruttura, che dovrà accogliere una famiglia allargata, perché gli iscritti stanno aumentando. Immaginiamo di poter accogliere anche milioni di iscritti. La stiamo immaginando come si fa con un abito sartoriale, cioè che sia sempre più in grado di rispondere alle esigenze di partecipazione degli iscritti del Movimento 5 Stelle. Negli anni sono cambiate molto ed anche lo stesso sviluppo delle funzioni ha seguito le esigenze che gli iscritti ci hanno segnalato. Immaginiamo che questa evoluzione, anche in una nuova forma che quella che ci vede al Governo, porterà magari a esigenze nuove e Rousseau vuole rispondere a questo. Quindi si svilupperà sicuramente in una co-progettazione che vede sempre coinvolta la famosa base, anche nella definizione dello strumento stesso. 

Fact-checking sul Governo. Sui 10 maggiori provvedimenti 8 hanno il marchio del Movimento 5 Stelle

fonte: LaNotiziaGiornale

Sono passati ormai nove mesi dall’insediamento del Governo presieduto da Giuseppe Conte. Per la prima volta nella storia, come sono soliti ripetere i gialloverdi, un esecutivo regola le proprie azioni sulla base di un contratto firmato da due azionisti di maggioranza, Lega e Movimento 5 stelle. E, mentre si avvicinano le elezioni europee, i sondaggi raccontano di una crescita esponenziale del Carroccio e di un Movimento in frenata, come d’altronde testimoniato anche dai risultati delle regionali in Abruzzo. A questo punto, però, un fact-checking su quanto fatto finora dal Governo e dai gialloverdi. Il risultato, sebbene poco se ne parli, è sotto gli occhi di tutti: al di là degli strombazzamenti (spesso eccessivi) dei leghisti, la stragrande maggioranza dei provvedimenti portano la firma del M5S.

Manovra al 2,04%. Vittoria sui burocrati Ue. La si può guardare come si vuole, ma c’è un dato inoppugnabile sulla prima Manovra dei penta-leghisti: Conte è riuscito a strappare condizioni decisamente più vantaggiose rispetto a quelle in un primo momento imposte da Bruxelles. Certo: la trattativa è stata lunga ed è “costata” anche un dietrofront del Governo italiano che inizialmente aveva fissato al 2,4% il rapporto tra Deficit e Pil. Alla fine, come si sa, si è riusciti ad ottenere un 2,04% rispetto all’1,6 che chiedeva l’Europa. Ma, al di là dei numeri, il merito dei gialloverdi è stato quello di aver sfidato l’austerity e, primi in Ue, di aver dato spazio ad una linea economica differente. Il primo passo è stato compiuto. Vedremo se anche i risultati saranno soddisfacenti.

Rivoluzione col Reddito. Altro che ragazzi sul sofà. La misura del Reddito di cittadinanza è stata criticata, osteggiata, presa in giro spesso anche da chi, probabilmente, neanche ha letto il decreto (che in questi giorni ha subito importanti migliorie in Parlamento). Si è parlato di una misura che spingerebbe i giovani a restare sul divano. In realtà così non è: la misura è strutturata in modo che se qualcuno dovesse rifiutare tutte le tre offerte di lavoro durante il periodo di contributo, lo stesso non potrebbe essere rinnovato. In più la misura incentiva (e tanto) anche la singola iniziativa dei giovani che, se si dovessero mettere in proprio, beneficerebbero del contributo per finanziare la propria stessa attività. Parliamo di una misura che ha i tratti per essere rivoluzionaria. Ora vedremo se la macchina burocratica si presterà per rendere il provvedimento realmente tale.

Addio riforma Fornero. Quota 100 è un successo. Sia nel programma leghista che in quello pentastellato era contemplato il superamento della riforma Fornero. Non è stato difficile, dunque, trovare un accordo a riguardo nel contratto di Governo siglato dalle due forze di maggioranza. Il sistema messo a punto e inserito nello stesso decreto del Reddito di cittadinanza, è Quota 100. Un sistema che permette, a chi ha almeno 62 anni di età 38 di contributi versati, di anticipare l’uscita dal lavoro. Che la misura sia stata di fatto un successo lo rivelano i numeri: secondo l’ultimo bollettino Inps, sono in totale 63.414 le domande per Quota 100 presentate. Il maggior numero di domande è stato registrato a Roma con 4.752 richieste, seguita da Napoli con 2.953 e da Milano con 2.476.

Dignità per i lavoratori. I dati Inps lo testimoniano. Che il decreto Dignità (primo provvedimento realizzato dal Governo Conte) stia già facendo registrare risultati soddisfacenti, lo dimostrano i numeri snocciolati giovedì dall’Inps. Gli effetti del decreto Dignità – che pone un tetto ai contratti a tempo determinato prevedendo incentivi per i contratti indeterminati – si erano già visti nelle statistiche di novembre, mese in cui il provvedimento che rende obbligatoria la causale per i contratti superiori a 12 mesi è entrato in vigore anche per rinnovi e proroghe. Se infatti nei 12 mesi le trasformazioni da tempo determinato a tempo indeterminato nel complesso risultano quasi raddoppiate, da 299.000 a 527.000, con un aumento del 76,2%, nell’ultimo bimestre dell’anno c’è stata “un’ulteriore accelerazione“. A novembre e dicembre le trasformazioni di rapporti a termine e apprendistati in contratti stabili sono state 124.300 contro le 61.700 di novembre e dicembre 2017. Un aumento del 101%.

Arriva la Spazzacorrotti. Bonafede nella Giustizia. Il ddl Anticorruzione, rinominato “Spazzacorrotti” è un’altra importante vittoria M5S. Oltre alla riforma della prescrizione, prevede il cosiddetto “Daspo a vita” per i corrotti, la figura dell’agente sotto copertura, l’utilizzo di trojan per le intercettazioni. Il provvedimento, ancora, introduce un nuovo articolo del codice penale, il 323-ter, che stabilisce non sia punibile chi ha commesso i reati di corruzione se li denuncia volontariamente; se fornisce indicazioni utili e concrete per assicurare la prova del reato e per individuare gli altri responsabili. Per l’applicazione della causa di non punibilità occorre però anche che l’interessato sveli la commissione del fatto prima che il suo nome sia iscritto sul registro degli indagati. Sono inoltre previste norme più stringenti su partiti e movimenti politici: sarà obbligatorio rendere pubblici sul sito internet del partito o del movimento politico i dati di chi eroga contributi superiori nell’anno a 500 euro a partiti o movimenti politici nonché alle liste di candidati alla carica di sindaco partecipanti alle elezioni amministrative nei comuni con popolazione superiore a 15mila abitanti. Gli obblighi sulla pubblicità dei contributi, sulla rendicontazione e la trasparenza varranno anche per “fondazioni, associazioni e comitati collegati a un partito o movimento politico”.

Bye bye vitalizi. Risparmi per 56 milioni. Altro importante risultato raggiunto è l’abolizione dei vitalizi, supremo scandalo della politica italiana. Ma qui il discorso non è semplicemente etico e d’immagine (specie in un periodo di ripresa economica), ma anche prettamente “erariale”: il taglio agli assegni d’oro consentirà un risparmio per le casse pubbliche, tra Camera e Senato, di 56 milioni annui. La battaglia, tuttavia, non è terminata: ora la guerra – ancora più pesante – è contro i vitalizi degli ex consiglieri regionali che, ovviamente, hanno già alzato le barricate. Senza dimenticare il taglio alle pensioni d’oro, altra battaglia annunciata dai Cinque stelle e che, secondo programma, dovrebbe vedere la luce quest’anno.

Sbarchi e immigrazione. Pugno duro di Salvini. Il provvedimento che più di ogni altro segna la politica di Matteo Salvini improntata alla chiusura dei porti è senz’altro il decreto Sicurezza. Con tale legge la Lega ha messo a segno un punto importante nella lotta all’immigrazione e nella modifica della gestione stessa dell’accoglienza. Come si sa, il provvedimento prevede l’abolizione dei permessi umanitari sostituiti da vari permessi speciali di durata però più breve (un anno rispetto ai due dell’umanitario) e la chiusura del circuito Sprar. Questo ovviamente potrebbe portare una maggiore immigrazione clandestina presente sul territorio italiano, che Salvini vuole combattere con una forte politica di rimpatrio che oggi, tuttavia, numeri alla mano ancora stenta a decollare. Il dl Sicurezza, ancora, va di pari passo con il taglio pesante ai fondi per i centri d’accoglienza e la chiusura stessa dei porti: di fatto, secondo i dati del Viminale, gli sbarchi sono crollati rispetto agli anni precedenti.

Ok alla legittima difesa. A giorni sarà legge. Tema connesso alla sicurezza e, anche questo, squisitamente leghisto, è quello relativo alla legittima difesa. Tutti ricordano la “promessa” sottoscritta dallo stesso Salvini con i comitati pro-armi. Il prodotto, alla fine, è una legge ancora più permissiva rispetto al resto d’Europa. Con il nuovo testo si esclude la punibilità di chi si è difeso in “stato di grave turbamento, derivante dalla situazione di pericolo in atto” per la presenza di un eventuale ladro. Affinché scatti la legittima difesa non è necessario che il ladro abbia un’arma in mano, bensì è sufficiente la sola minaccia di utilizzare un’arma e non è necessario che la minaccia sia espressamente rivolta alla persona. Per ora il disegno di legge – tra malumori degli stessi pentastellati – è passato al Senato ed è approdato alla Camera dove si aspetta l’ok definitivo in questi giorni. Non è in discussione l’approvazione finale del provvedimento, peraltro contenuto nel contratto di Governo. Ma è anche vero che su questa norma il Movimento rischia di registrare altri malumori dopo quelli registrati sul decreto Sicurezza.

Riforme costituzionali. M5S col vento in poppa. Prendono piede anche le riforme costituzionali su cui il Movimento cinque stelle ha tanto insistito. Prendendo una via differente rispetto a quella intrapresa nella scorsa legislatura dal Governo Renzi (e sappiamo bene com’è andata a finire il 4 dicembre 2016), la maggioranza, sulla spinta pentastellata, ha presentato 4 disegni di legge di riforma costituzionale distinti: uno riguardante l’abolizione del Cnel, uno per introdurre il referendum propositivo, uno riguardante il taglio dei parlamentari e uno, collegato, di riforma della legge elettorale di modo da conservare l’attuale sistema ma in linea con lo stesso passaggio dagli attuale 945 parlamentari a 600. Due di queste riforme già sono state approvate in prima lettura. La legge sul referendum è stata approvata alla Camera: saranno sufficienti 500mila firme per vedere approvata dalle Camere una proposta di legge entro il termine di 18 mesi. Si tratta dell’iniziativa legislativa introdotta modificando l’articolo 71 della Costituzione, che già prevedeva la possibilità di proposta legislativa da parte di almeno 50mila elettori. Trascorso questo periodo senza “risposta” da parte del Parlamento la parola passerà alle urne, dove sarà necessario un quorum “approvativo” del 25% degli aventi diritto al voto. Al Senato invece è stato approvato il già menzionato taglio dei parlamentari. Ovviamente, trattandosi di riforme costituzionali, i tempi di legge sono più lunghi rispetto a quelli ordinari: saranno necessarie in totale quattro letture, due alla Camera e due al Senato (con una distanza temporale di tre mesi dopo le prime due approvazioni).

Truffati dalle banche. Ecco i veri risarcimenti. Il maxi-fondo per i truffati dalle banche venete e di quelle dell’Italia centrale ha una dotazione di 1,5 miliardi nel triennio 2019-2021. Ben altra cosa rispetto ai 100 milioni annui previsti dal passato Governo. La Manovra 2019, nella versione finale, dispone indennizzi del 30% per gli azionisti e del 95% per gli obbligazionisti subordinati fino a un limite di 100mila euro a testa senza necessità di dimostrare la frode o comunque la vendita senza sufficienti informazioni sui rischi (misselling). A gestire la procedura, stando alla legge, sarà il ministero dell’Economia, che ha già nominato una commissione incaricata di definire le modalità di presentazione delle domande e di riparto delle risorse, pari a 525 milioni l’anno nel prossimo triennnio.

Ritorna il TTIP e minaccia le imprese italiane

La Commissione Commercio del Parlamento europeo ha votato il mandato negoziale fra Unione europea e Stati Uniti. Siamo di fronte ad una nuova formulazione del TTIP dopo la pubblicazione dei due mandati negoziali della Commissione europea: uno su riduzione tariffe e l’altro sulla cooperazione regolamentare. A rischio sono la stabilità e il futuro delle piccole e medie imprese italiane.

In Commissione abbiamo votato con convinzione no. Non ci sono le condizioni politiche per negoziare: non sono stati rimossi i dazi sull’acciaio e alluminio e non esiste un chiaro impegno americano nel rimuovere tali dazi prima della fine dei negoziati. Trump deciderà inoltre che tipo di dazio applicare all’importazione di macchine e di componentistica e parti di auto, un settore che coinvolge principalmente piccole e medie imprese italiane nell’indotto.

Altro pomo della discordia è l’insistenza americana nel inserire l’agricoltura, inclusi gli OGM, nell’accordo negoziale. Nonostante le rassicurazioni del Commissario Cecilia Malmström l’Unione europea ha inserito, nell’elenco dei prodotti industriali, anche la pesca.

Per quanto riguarda l’accordo sulla cooperazione e l’utilizzo di standard per controlli e autorizzazioni d’esportazione, la nostra preoccupazione è che possa danneggiare il settore chimico e fitosanitario visto che non sapremo quali standard e quali certificati dovranno essere resi conformi e utilizzabili per l’esportazione. Gli Stati Uniti hanno una visione differente sui principi, come quello di precauzione, che tutelano i nostri consumatori e noi non possiamo cancellarlo perché permette il riconoscimento del diritto alla salute per 500 milioni di cittadini europei.

Mentre per gli Stati Uniti le auto costruite in Europa sono un pericolo per la sicurezza nazionale (una scusa per imporre dazi al 25%), l’Europa apre a un negoziato difficile e dagli esiti incerti. Riteniamo che il Consiglio debba prendersi una pausa. Prima rimuoviamo i dazi su acciaio e alluminio e poi ne riparliamo.

Si vota su Rousseau, win win per M5S

Oggi si vota su Rousseau sul caso Diciotti una questione complessa e dalle molte sfacettature. Informatevi, informatevi, informatevi. E poi votate con la consapevolezza che votare è sempre una cosa bellissima, sempre!

Per rispetto del voto non dirò che cosa voterò.

La votazione è attiva su Rousseau nella giornata di oggi, lunedì 18 febbraio, dalle 11.00 alle 20.00. Buona democrazia a tutti!

Kenya, l’inno nazionale cade vittima dei filtri su YouTube

La storia sembra uscita dalla penna di uno scrittore satirico di successo ma, sfortunatamente, rimbalza, invece, dalla realtà.

2nachekiuno dei canali africani su YouTube di maggiore successo con circa 220 mila iscritti e milioni di visualizzazioni per ogni video pubblicato, il 30 gennaio pubblica un video con i 10 inni nazionali africani più belli.

Il primo in classifica è quello kenyota.

Passano una manciata di ore e il video in questione finisce nelle maglie dei filtri anti-pirateria di YouTube: secondo la De Wolfe Music, una società con sede nel Regno Unito la sua pubblicazione e, in particolare, l’inno kenyota violerebbe i propri diritti d’autore e dovrebbe essere rimosso.

La storia sarebbe eguale a decine di migliaia di altre storie che, sfortunatamente, si consumano da anni sulle pagine di YouTube nel silenzio generale se non fosse che, in questa vicenda, a rischiare di essere silenziato è addirittura un inno nazionale.

E’ direttamente il Governo di Nairobi a intervenire con un comunicato stampa con il quale ricorda che l’inno nazionale è, ormai, caduto in pubblico dominio e che, in ogni caso, toccherebbe, eventualmente, alle istituzioni kenyote autorizzarne o vietarne l’utilizzazione e non certo a una società inglese.

Ed è qui che alla vicenda già di per sé tragicomica, si aggiungono i tratti del paradosso: l’inno in questione è stato, infatti, scritto proprio per festeggiare la liberalizzazione del Kenya dalla Corona Britannica e ora una società privata – ironia della sorte – proprio con sede nei territori di Sua Maestà la Regina di Inghilterra vorrebbe silenziarlo e sottrarlo all’ascolto di milioni di cittadini africani e del resto del mondo.

Quasi una crisi diplomatica. Il Governo keniota si spinge a ipotizzare che quello della società inglese sia un’autentica appropriazione indebita.

E la vicenda si complica ancora quando si scopre che, a prescindere da ogni altra considerazione, la versione dell’inno nazionale sulla quale, al limite, la società inglese potrebbe accampare un qualche diritto d’autore, è diversa da quella pubblicata da 2nacheki.

Verrebbe voglia di lasciar travolgere l’intera vicenda dalla forza di una fragorosa risata se non fosse che a Bruxelles, il dibattito sulla riforma della disciplina europea del diritto d’autore, è, ormai, entrato nel rettilineo finale – anzi ormai sulla linea del traguardo – e che, purtroppo il testo della direttiva che appare destinato a tagliare il traguardo contiene una disposizione destinata a rendere sempre più massiccio il ricorso, da parte di YouTube – e delle altre grandi piattaforme di pubblicazione di contenuti audiovisivi – di filtri e soluzioni tecnologiche come quella nelle cui maglie è appena caduto l’inno keniota con la conseguenza che episodi come questo, di piccole e grandi censure d’autore, diventino all’ordine del giorno.

Il nostro Governo, come ha ricordato nei giorni scorsi il vice-premier Luigi Di Maio, ha tenuto una posizione molto dura a difesa dei diritti degli utenti nella convinzione che “La rete deve essere mantenuta libera e neutrale perché si tratta di un’infrastruttura fondamentale per la libera espressione dei cittadini oltreché per il sistema Italia e per la stessa Unione Europea” ma, a leggere il testo del draft della Direttiva uscito ieri dai negoziati di Bruxelles sembrerebbe non esser bastato.

Ora la parola passa all’aula del Parlamento europeo. Stay tuned.

L’analisi costi-benefici del Tav è negativa

L’analisi costi-benefici e l’analisi tecnico-giuridica sul Tav Torino-Lione sono da poco pubbliche sul sito del Mit. Ecco che si fa quella piena e doverosa trasparenza che avevamo promesso, che abbiamo già realizzato sul Terzo valico e che rende più democratico il dibattito su alcune delle grandi opere ereditate dal passato. Opere spesso ferme da tempo o che procedono a rilento o comunque oggetto di scandali, sprechi e inefficienze. Infrastrutture che, nell’interesse di tutti gli italiani, abbiamo deciso di sottoporre a questo tipo di esame, considerato a livello internazionale l’unico davvero utile al decisore politico per stabilire quali siano le migliori politiche infrastrutturali da perseguire. Siamo di fronte a un lavoro tecnico molto accurato, realizzato da un gruppo di studiosi che fanno capo alla Struttura Tecnica di Missione del Mit e di cui nessuno ha mai contestato la competenza. Una task force indipendente che tutti conoscevano già dall’agosto scorso e che ha impiegato alcuni mesi di lavoro per portare a compimento l’analisi, anche perché nel frattempo è impegnata, come detto, in approfondimenti analoghi su altre opere. Inoltre, siamo di fronte a un’indagine talmente obiettiva da partire dai dati dell’Osservatorio Torino-Lione del 2011, quindi una fonte che deve tranquillizzare i favorevoli al progetto. Ed è la prima analisi costi-benefici realmente indipendente, lo ribadisco, per cui abbiamo evitato finalmente di chiedere all’oste se il vino è buono.

E’ vero, uno studio del genere andava fatto sulla Torino-Lione 20 o 30 anni fa. Tuttavia, noi lo abbiamo avviato subito, appena arrivati al governo, convinti come siamo che i soldi pubblici vadano spesi sempre e di più per opere infrastrutturali, grandi e piccole, che siano davvero utili e pulite, concepite guardando al futuro di chi le userà, non al passato e al presente di chi le costruisce. Nel Contratto di Governo abbiamo scritto che bisogna ‘ridiscutere integralmente’, e sottolineo ‘integralmente’, il progetto nell’applicazione dell’accordo tra Italia e Francia. Anche per questo motivo ho incontrato più volte la mia omologa francese, Elisabeth Borne, con la quale ho concordato circa la necessità di dare al Governo il tempo per svolgere l’analisi e le conseguenti valutazioni, a condizione che tale approfondimento fosse condiviso con la Francia prima di essere reso pubblico. Questa procedura è stata da me spiegata pubblicamente più volte, anche in una comunicazione ufficiale inviata al Parlamento. Non c’è stata, quindi, nessuna volontà di nascondere alcunché, ma solo quella di rispettare un impegno internazionale al quale fa riferimento anche il Contratto di Governo.

Come ciascuno adesso può vedere da sé, i numeri dell’analisi economica e trasportistica sono estremamente negativi, direi impietosi: stiamo parlando di costi che, su un trentennio di esercizio dell’opera, superano i benefici di quasi 8 miliardi, tenendo conto del solo esborso per il completamento. Una cifra che scende appena a 7 miliardi se si considera uno scenario più ‘realistico’ di crescita dell’economia, dei traffici e di cambio modale. Secondo il soggetto proponente, grazie alla nuova linea i flussi di merci su ferro dovrebbero moltiplicarsi magicamente di ben 25 volte da qui al 2059. In realtà, i numeri ci dicono che dovremmo spendere oltre 5 miliardi di fondi pubblici per spostare dalla strada alla ferrovia, se va bene, 2mila o 3mila tir al giorno, quando sulla Tangenziale di Torino, per dare un termine di paragone, passano quotidianamente 60mila mezzi pesanti. Voglio ribadirlo: Lione è una bellissima città, ma è evidente che ci siano altre priorità infrastrutturali in questo Paese.

Qualcuno ha polemizzato sull’inserimento, nella valutazione, delle accise sulla benzina che lo Stato perderebbe con il modesto cambio modale. Vorrei far notare che nello scenario ‘realistico’ dell’analisi costi benefici, le accise pesano appena per 1,6 miliardi e non sono certo decisive nel far pendere l’ago della bilancia dalla parte dei costi (opera negativa per 7 miliardi). In più ricordo ai favorevoli all’opera che questo parametro era ben presente nell’analisi del 2011, dunque Chiamparino e gli ultrà che traggono ragione di esistere dal Tav non hanno di che stracciarsi le vesti. Anzi, il bilancio economico per gli Stati era assai più disastroso in quello studio: -7 miliardi per i mancati incassi fiscali sui carburanti. Infine, il minor gettito da accise è considerato un costo anche nelle linee guida francesi e comunque c’è un ampio consenso internazionale attorno a questa scelta metodologica, sulla quale non mi sarei comunque mai sognato di forzare o comprimere la totale libertà dei tecnici da me incaricati.

Dall’altra parte, invece, lo studio della task force del professor Ponti è persino troppo generoso quando tratta dei benefici dell’opera e si sofferma sulla decongestione stradale. Infatti essa frutta 2 miliardi nello scenario ‘ottimistico’ e un miliardo in quello ‘realistico’. Ma si tratta in media di risparmi di tempo per chi viaggia su gomma talmente impercettibili, per lo più poche decine di secondi, che in effetti rappresentano un vantaggio economico nullo. Basti dire che sull’intero tragitto da Milano a Lione, il Tav farebbe risparmiare appena un minuto e 20 secondi a chi continua a spostarsi su strada e appena 5 secondi a chi percorre l’intera tangenziale di Torino ogni mattina. Un’inezia.

Dunque, secondo noi quei soldi andrebbero usati diversamente. D’altronde, a fronte di una analisi economica negativa per 7-8 miliardi, a seconda degli scenari, l’analisi giuridica ci dice che rinunciare all’opera ci potrebbe costare alcune centinaia di milioni, mentre la gran parte dei fondi Ue in ballo potrebbe comunque essere oggetto di una nuova negoziazione politica. A parte vanno considerati gli esborsi per l’adeguamento del Frejus, tutti da definire perché ancora manca una progettazione. Ecco allora che a nostro avviso queste risorse possono essere indirizzate verso grandi opere molto più utili e urgenti per Torino e per tutto il Piemonte. Ad esempio la Metro 2: stiamo parlando di 26 km che sarebbero in grado di decongestionare davvero il traffico in città e non solo. Stiamo parlando del tunnel che ci serve, lo chiamerei quasi un SuperTav.

Infine, la valutazione negativa della Torino-Lione che emerge dall’analisi, voglio dirlo in modo chiaro, non è contro la Ue o contro la Francia. Essa si configura piuttosto come un prezioso elemento di informazione per indicare a tutti gli interlocutori l’opportunità di verificare se esistano impieghi migliori delle risorse che sarebbero destinate al progetto. In ogni caso, da parte mia quanto fatto finora è funzionale all’impegno assunto dal Governo nella sua interezza e nell’interesse dei cittadini. La decisione finale, come è naturale che sia, spetta ora al Governo stesso nella sua piena collegialità.

Sotto i tendoni va in scena lo spettacolo della crudeltà: l’Ue dica basta ai circhi con animali

L’utilizzo degli animali nei circhi è crudele e anacronistico: è ora di bandirlo a livello europeo. Lo chiedono i cittadini, lo chiede l’etica e il buonsenso. A Brescia è andato in scena l’ennesimo spettacolo all’insegna della crudeltà, l’ultimo di una lunga serie di macabri episodi che hanno per protagonisti animali sfruttati, trattati alla stregua di macchine da soldi. Sotto ai tendoni dei circhi si nasconde una serie di abusi e soprusi a cui dobbiamo apporre una volta per tutte la parola “fine”.

VIDEO. 
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Eleonora Evi – Basta animali nei circhi

Animali detenuti in condizioni crudeli e vergognose. E’ successo a gennaio in un Circo a Brescia, dove le forze dell’ordine hanno sequestrato degli animali tenuti al freddo e in strutture precarie. Questo rappresenta solo l'ultimo di una triste serie di eventi simili in tutta Europa.Qui al Parlamento europeo ho depositato un'interrogazione alla Commissione per chiedere il divieto dell’uso di animali nei circhi.Per di più, oltre a proporre un vero e proprio divieto dell'uso degli animali nei circhi di tutta Europa, la Commissione deve escludere queste strutture da qualsiasi tipo di finanziamento europeo, diretto o indiretto.Non possiamo permettere che ancora oggi nei circhi si usino -e si maltrattino- questi animali per puri fini di intrattenimento.È una pratica fuori dal tempo, barbara e crudele, di cui i cittadini europei chiedono a gran voce l’interruzione.

Pubblicato da MoVimento 5 Stelle Europa su Giovedì 7 febbraio 2019

Gli animali del circo che faceva tappa nel comune lombardo sono stati sequestrati perché detenuti in condizioni crudeli: in violazione di legge, alcuni di essi erano stazionati su un piazzale ghiacciato con temperature intorno allo zero. Per gli animali esotici la temperatura non dovrebbe mai scendere al di sotto dei 12ºC ma, evidentemente, le regole servono a ben poco. Anche perché, parliamoci chiaro, questo non è il primo né l’ultimo atto vergognoso perpetrato nei circhi.

Dietro le sbarre delle gabbie gli animali sono veri e propri prigionieri. Vivono in condizioni incompatibili con le loro esigenze etologiche. Vengono addestrati ad esibirsi in posture e movimenti innaturali per il divertimento del pubblico, ma al circo gli animali non si divertono affatto e anche il pubblico è stanco di simili sofferenze.

Non possiamo dimenticare che queste manifestazioni sono anche veicolo di messaggi diseducativi per i giovani che si affacciano alla vita, i quali imparano il non rispetto nei confronti degli esseri viventi. Il circo diventa così anche ostacolo per lo sviluppo dell’empatia: il disagio e la sofferenza dell’animale vengono utilizzati come mezzo di divertimento.

Per tutti questi motivi, qui al Parlamento europeo, ho depositato un’interrogazione alla Commissione europea per chiedere il divieto degli animali nei circhi, co-firmata da altri 25 parlamentari, a dimostrazione della sensibilità sul tema. Oltre a proporre un vero e proprio divieto dell’uso degli animali nei circhi di tutta Europa, la Commissione deve escludere queste strutture da qualsiasi tipo di finanziamento europeo, diretto o indiretto.

Non possiamo permettere che ancora oggi nei circhi si usino questi animali per puri fini di intrattenimento. È una pratica fuori dal tempo, barbara e crudele, di cui i cittadini europei chiedono a gran voce l’interruzione. È ora di chiudere una volta per tutte questo capitolo vergognoso. 

#AcquaPubblica: la nostra prima stella

Se le guerre del Ventesimo secolo sono state combattute per il petrolio, quelle del Ventunesimo avranno come oggetto del contendere l’acqua“.

Ismail Serageldin, vice presidente della Banca Mondiale, anno 1995

Ogni epoca si contraddistingue per la lotta tra alternative opposte. Fin dalla notte dei tempi. Il mondo stesso nacque dalla distinzione tra buio e luce. E così via le “antitesi dominanti” hanno segnato la storia dell’uomo: il bene contro il male, la Repubblica contro l’impero, i ricchi contro i poveri, lo Stato contro la Chiesa, la campagna contro la città, la democrazia contro la dittatura.

Oggi lo scontro dominante è tra il popolo, i cittadini, la moltitudine e le grandi élite economiche finanziarie, determinate a fare profitto su tutto. Tra il 99% (noi) e l’1% (loro). I fronti di questa guerra sono tantissimi, e uno di questi – forse il più delicato – è quello della guerra dell’acqua. Su questo lo scontro è culturale prima che economico.

Da un lato c’è chi vede l’acqua come qualcosa di sacro, la cui equa distribuzione rappresenta un dovere per preservare la vita e la dignità dei cittadini. Dall’altro chi la considera una merce e ritiene il suo possesso e commercio come un qualsiasi altro prodotto. Per costoro la gestione delle risorse idriche rientra pienamente nelle logiche di mercato. E dunque l’acqua dovrebbe essere commercializzata e assoggettata alla dinamica del consumo e dell’offerta. Un’aberrazione, che ha visto però il sostegno di quasi tutte le forze politiche che hanno governato l’Italia in passato.

Nel nostro Paese l’unica forza politica che si è SEMPRE, fin dalla sua costituzione, nettamente schierata a favore dell’acqua pubblica è stato il Movimento 5 Stelle. Per noi privatizzare l’acqua vuol dire ledere un diritto naturale dell’uomo. L’acqua è di tutti: un vero e proprio diritto di cittadinanza.

C’eravamo, nei comitati, nelle piazze e nelle strade, a promuovere il referendum del 12 e 13 giugno 2011, quando oltre 27 milioni di italiani hanno votato SI all’abrogazione delle norme sula remunerazione del capitale dei servizi idrici. C’eravamo, in Parlamento, a lottare contro chi ha voluto sovvertire l’esito di quella battaglia storica, con norme come lo “Sblocca Italia” e i Decreti “Madia” del 2016. E ci siamo oggi, nel 2019, al Governo, per approvare finalmente la legge sull’acqua pubblica. Un testo che prevede trasparenza su dati e procedure, la ridefinizione del sistema di pianificazione e gestione dell’acqua, e soprattutto avvia il processo di cambiamento verso una gestione pubblica e partecipata del Servizio Idrico Integrato.

In questo mese di febbraio, ti chiediamo di diffondere questa notizia nel tuo territorio organizzando appositi banchetti e gazebo, per portare questa grande battaglia in ogni angolo d’Italia. Come puoi fare? È semplice!

PARTECIPA! Vuoi proporre un’iniziativa? Vuoi organizzare un gazebo o un evento sul tema dell’acqua pubblica? Accedi a Rousseau, entra nella funzione CALL TO ACTION, clicca su CREA INIZIATIVA e definisci luogo, ora e data della chiamata all’azione.

ATTIVATI! Per conoscere i dettagli dei tanti eventi sull’acqua pubblica organizzati dal Movimento 5 Stelle nel mese di febbraio, basta andare su Rousseau ed entrare nella funzione Activism. Dopo aver scelto l’etichetta “iniziative correnti e future”, è sufficiente selezionare l’evento a cui si è interessati. In questo modo sarà possibile visualizzare una mappa costantemente aggiornata in tempo reale attraverso la quale poter scoprire con facilità le iniziative previste nel proprio Comune o nella propria Regione.

Puoi scaricare e stampare QUI il volantino!

CONDIVIDI, attraverso i social, foto e mini-video di una fontana di acqua pubblica della tua città, utilizzando l’hashtag #AcquaPubblica.

Insieme daremo voce alle fontane di tutta Italia!

Se ancora non sei iscritto a Rousseau, fallo subito. Scrivi STELLE al 43030.

ANTICORRUZIONE, BUSINAROLO (M5S): DA CANTONE VALUTAZIONE POSITIVA, FONDAMENTALE PREVENZIONE

Con il daspo per corrotti e corruttori, pene più severe e agente sotto copertura, la legge anticorruzione voluta dal ministro Bonafede punta con decisione a scoraggiare i disonesti e a prevenire il malaffare. E’ uno degli aspetti che rendono questo pacchetto di norme davvero rivoluzionario.

Siamo certi di aver dato al Paese uno strumento nuovo ed efficace per combattere la piaga della corruzione, e le parole positive pronunciate oggi da Raffaele Cantone, rafforzano in noi questa convinzione. Come ha sottolineato il presidente dell’Anac, il fatto che chi è stato condannato ‘stia lontano anni luce dalla pubblica amministrazione” e l’introduzione del poliziotto infiltrato, rappresentano un ‘segnale importante’.

Così come le norme sul finanziamento ai partiti e alle fondazioni collegate segnano un decisivo passo in avanti verso quella trasparenza che i cittadini reclamavano da decenni.

Lo conosciamo il privato

Lo conosciamo il privato. È nella sua natura agire per privazione, sottrarre alla collettività per dare a sé stesso e fare profitto. Nulla di male, se i beni privatizzati sono disponibili, non essenziali, e si crea libero mercato. Un’aberrazione, quando parliamo di beni vitali come l’acqua.

Riuscireste a immaginare un mondo in cui l’acqua è nella sola disponibilità dei privati, e chi non ha i mezzi non ha accesso ai servizi idrici? Non è lo scenario di un futuro distopico, ma qualcosa di più vicino di quanto non si pensi. Mai come in questi anni l’acqua è stata sotto attacco. Nel 1995 il vice presidente della Banca Mondiale, Ismail Serageldin, disse: “Se le guerre del Ventesimo secolo sono state combattute per il petrolio, quelle del Ventunesimo avranno come oggetto del contendere l’acqua“.

Lo sapete che la crisi idrica coinvolge moltissimi paesi? Solo per fare qualche esempio: Israele, India, Cina, Bolivia, Canada, Messico, Ghana, Stati Uniti. In Bolivia negli anni 90 e 2000 la privatizzazione dell’acqua fece vivere situazioni drammatiche alla popolazione, che scese in strada per protestare contro il governo, responsabile di aver venduto l’acqua della regione a un gruppo di multinazionali straniere. Non a caso quel paese ha completamente cambiato politica sul diritto all’acqua.

Anche in Italia in passato i Governi hanno imposto norme sempre più privatizzatrici, sovvertendo il referendum del 12 e 13 giugno 2011, quando oltre 27 milioni di italiani hanno votato SI all’abrogazione delle norme sula remunerazione del capitale dei servizi idrici.

Simili azioni non solo sono un attentato alla democrazia, ma un atto di ignoranza e di repulsione rispetto alla nostra storia. Chi in passato lo ha fatto, con norme come lo “Sblocca Italia” e i Decreti “Madia” del 2016, non sa che Roma fu la prima città a introdurre l’idea di fontane pubbliche con acqua potabile. E che, ancora oggi, è la città con la più alta concentrazione di fontane in tutto il mondo.

In tutta Roma sono presenti più di 2500 fontanelle che i romani chiamano “nasoni”. Spesso sono anche dette “democratiche” perché sono accessibili a tutti e possono essere trovate in qualunque quartiere della città. Esistono da quasi 150 anni e sono il simbolo della storia italiana del diritto all’acqua. A introdurle fu il primo sindaco della capitale liberata, Luigi Pianciani. Un garibaldino, che a dispetto del suo essere massone sapeva di cosa aveva bisogno la gente della sua epoca. Il suo mandato durò solo due anni. Il tempo per dare un esempio capace di gettare una luce che arriva fino ai nostri giorni e illuminare la prima stella del Movimento.

Dopo quasi 10 anni di battaglie, fuori e dentro il parlamento, il 2019 segnerà un traguardo storico: l’approvazione della legge sull’acqua pubblica del Movimento 5 Stelle. Nel testo si chiede che ci sia trasparenza su dati e procedure, per permettere ai cittadini di essere protagonisti consapevoli della gestione di questo bene comune, che rappresenta un diritto umano universale. La legge ridefinisce il sistema di pianificazione e gestione dell’acqua, e lo organizza sulla base di ambiti di bacino idrografico, che rappresentano le competenze naturali di gestione di tutto il ciclo. Inoltre individua gli strumenti necessari per avviare un processo di cambiamento verso una gestione pubblica e partecipata del Servizio Idrico Integrato.

Ma soprattutto afferma un principio: che l’acqua è pubblica, e che l’accesso ai servizi idrici è un diritto di tutti. Il modo giusto per riaffermare che la volontà popolare è sovrana. E dire ai privati “fate i vostri profitti, ma non sui diritti essenziali come l’acqua”.