Ecco tutti i danni dell’austerity – Lo studio Eurispes

Ecco tutti i danni dell’austerity. Lo studio Eurispes “Vincoli di bilancio comunitari e nazionali: l’influenza del Patto di stabilità e crescita sulla finanza delle Regioni ed Enti locali italiani”, realizzato in collaborazione con il gruppo Efdd al Parlamento europeo, analizza l’impatto delle politiche di austerity sull’economica e sulle finanze pubbliche italiane.

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Ecco la conferenza stampa in diretta. Partecipano il Presidente di Eurispes Gian Maria Fara, il dott. Giovambattista Palumbo, Direttore dell’Osservatorio Eurispes sulle Politiche fiscali e Laura Agea, capodelegazione del Movimento 5 Stelle al Parlamento europeo. I saluti introduttivi saranno a cura di Fabio Massimo Castaldo, vice presidente del Parlamento europeo.

di Laura Agea, Efdd – MoVimento 5 Stelle Europa

“oggi siamo qui per presentare i risultati di uno studio dettagliato dell’Eurispes sui vincoli di bilancio europei che la nostra delegazione ha fortemente voluto e che – come vedremo – conferma la correttezza delle battaglie che abbiamo condotto in questa sede durante tutta la legislatura.

Ma, non solo: questo rapporto aggiunge infatti un ulteriore tassello alla nostra proposta analitica e costruttiva di una nuova Europa, capace di adattarsi e cambiare le proprie normative per essere davvero vicina ai bisogni dei cittadini e dei territori, invece che schiava di assurdi paradigmi economici che la indeboliscono e ne condizionano lo sviluppo economico e sociale.

Come sappiamo bene, in seguito alla crisi economica e finanziaria vi è stato un progressivo rafforzamento delle politiche di austerity con la riforma della governance economica dell’Ue – in particolare tra il 2011 e 2013 – che ha portato, nel luglio 2012, alla ratifica, con il governo Monti, del Trattato sul Fiscal Compact. Trattato che ha introdotto, tra le altre cose, la dannosissima regola del pareggio di bilancio in Costituzione. E noi – vorrei ricordarlo ancora una volta – già allora fummo gli unici ad apporci sia al Fiscal Compact che al pareggio di bilancio in Costituzione.

L’idea di fondo era che, introducendo in Costituzione vincoli al bilancio, ed in particolare, il principio del pareggio di bilancio, se ne rendesse difficile, per il futuro, l’aggiramento, garantendo così un alleggerimento della spesa pubblica e dunque del ricorso all’indebitamento.

Peccato, però, che così facendo Mario Monti e l’allora maggioranza PD-Forza Italia avevano di fatto consegnato la nostra sovranità economica all’Europa e ai falchi dell’austerity. E adesso cercare di sfilarsi da questo vincolo, senza una revisione dei Trattati, significa finire come la Grecia, nelle mani Troika.

La nuova disciplina costituzionale, con la riforma del 2012, ha introdotto misure di tipo strutturale ed esteso i nuovi princìpi alla Pubblica amministrazione e agli Enti territoriali, con tutte le ricadute sul nostro welfare che possiamo immaginare, in quanto gli Enti territoriali sono esplicitamente vincolati a “concorrere” al rispetto dei vincoli europei e dunque degli obiettivi economico-finanziari.

Come purtroppo sappiamo e come evidenziato anche da Eurispes, i vincoli di bilancio incidono anche sul sistema di welfare.

L’inserimento del principio del pareggio di bilancio in Costituzione incide sulla nostra forma di Stato sociale, che, in applicazione dell’articolo 3 della Costituzione, sarebbe tenuta ad intervenire attivamente a favore dei gruppi o delle classi più deboli realizzando il principio di eguaglianza sostanziale e non solo formale. Dal 2012 in poi, a seguito di questo provvedimento, la composizione dei conflitti tra logica del vincolo di bilancio e tutela dei diritti appare invece molto più problematica.

Cito solo una parte dello studio, per noi molto significativa:
“Alla luce di quanto evidenziato, il momento di crisi non sembra dunque essere stato affrontato in Italia, in questi anni, nel modo più efficace, essendo stata focalizzata l’attenzione più sugli strumenti contabili, sulla riduzione di spesa e sul futuro pareggio di bilancio, piuttosto che sugli investimenti, sulla costruzione di infrastrutture e sul rilancio della spesa interna, con anche maggiore attenzione e tutela ai diritti sociali” (pag, 28 rapporto Eurispes)

Noi denunciamo da tempo tutto questo, sia nelle istituzioni italiane che in quelle europee . Le misure di austerity, imposte fino ad oggi, hanno prodotto solo carneficine sociali e lo studio lo conferma.

In seguito alle misure di austerità, un’ampia fetta della popolazione italiana non riesce più ad accedere alle cure per ragioni economiche. Nel 2008, la spesa pubblica sanitaria in percentuale al Pil ha iniziato a decrescere, invertendo uno storico trend positivo e toccando il minimo del 6,4% nel 2018…

Nel 2015, oltre 12 milioni di italiani hanno dichiarato di aver rinunciato alle cure per motivi economici, mentre 7,8 milioni hanno speso tutti i loro risparmi o si sono indebitati per far fronte alle spese mediche.

I draconiani tagli alla sanità hanno anche esacerbato le iniquità socio-economiche. Infatti, dall’inizio della crisi, la percentuale di persone appartenenti al quintile di reddito più povero che dichiara di non aver avuto accesso alle cure per motivi economici, di distanza, o a causa di lunghe liste d’attesa, è cresciuta in modo significativo, raggiungendo quasi il 16% nel 2015. Le persone appartenenti al quintile più ricco, invece, non sono state per nulla intaccate dalla crisi. Similmente, è aumentato il divario tra Nord e Sud, e molte regioni stentano a garantire i Livelli essenziali di assistenza (Lea).

Le regole interpretative sul patto di stabilità e crescita emanante nel 2015 dalla Commissione Europea, con alcune clausole per investimenti e per le riforme strutturali, non sono state abbastanza ambiziose e sono state limitate ad alcuni strumenti come il piano Juncker, oppure applicate ai fondi strutturali solo tramite vincoli rigidissimi.

Da quando siamo al Parlamento Europeo, abbiamo invece sempre insistito su alcuni aspetti sui quali adesso anche lo studio Eurispes ci dà ragione. Mi riferisco, in particolare, a:

1) Lo scorporo dai criteri di deficit della quota delle spese nazionali per il cofinanziamento di fondi europei. Questo, nella pratica, significa due cose, ovverosia – e cito da pag.53 del rapporto Eurispes:
a) promuovere iniziative affinché la quota delle spese nazionali per il cofinanziamento di fondi europei possa essere scorporata dai criteri di deficit e di debito degli Stati membri;
b) escludere dagli aggregati rilevanti del Patto di stabilità le spese sostenute da Enti locali e Regioni per il cofinanziamento dei fondi strutturali europei

2) lo scomputo della spesa per infrastrutture dal calcolo del deficit ai fini del Patto di stabilità e cito ancora lo studio: “Appare infatti ragionevole finanziare investimenti in debito dal momento che questo debito potrà essere ripagato con il maggiore gettito fiscale che discenderà dall’aumento del Pil, generato a sua volta da infrastrutture più funzionali. L’Italia è infatti un Paese in cui la spesa pubblica incide per oltre il 50% sul Pil. Tuttavia, la quasi totalità della spesa viene indirizzata in spesa corrente e non in spesa per investimenti. Gli investimenti pubblici, in periodo di recessione o di bassa crescita, hanno effetti moltiplicativi sul Pil. Gli investimenti, inoltre, non rilanciano solo la domanda, ma aiutano a far crescere il rendimento atteso del capitale privato, dunque portano anche più investimenti privati, coi conseguenti effetti positivi sul Pil.

3) Riconsiderare la mission della BCE. Da anni chiediamo una modifica dello statuto della BCE per cambiare l’obiettivo della stabilità dei prezzi – che è stata una ossessione principalmente tedesca – in quello della piena occupazione. Inoltre chiediamo che la BCE possa agire come prestatore di ultima istanza (“lender of last resort”) nel mercato dei titoli di Stato per fornire liquidità agli Stati Membri proprio come fa per il settore finanziario.

4) Modificare la procedura di calcolo del Pil potenziale, ovverosia il livello del Pil che un Paese otterrebbe utilizzando al massimo livello possibile i suoi fattori produttivi: ad oggi il calcolo del pil potenziale è calcolato considerando un tasso di disoccupazione ottimale, che molto spesso è fuorviante, perché non considera la forza lavoro scoraggiata. Per questo motivo la metodologia europea, che sottostima il Pil potenziale di molti Stati membri, va rivista urgentemente.

5) Infine, modificare il valore del debito di riferimento: il 60% del debito/PIL è un valore arbitrale e privo di fondamenti economici. È necessario rivedere al rialzo questo rapporto portandolo, ad esempio, al 90% poiché più realistico (dato che è uguale alla media del debito pubblico a livello UE)

In conclusione, lasciateci dire che alcune delle cose che ripetiamo da anni, e per le quali continueremo a batterci nella prossima legislatura, ormai non sono più tabu. Dobbiamo restituire un futuro ai giovani in Italia e in Europa: le politiche di austerità, che condannano i nostri figli a una povertà materiale e immateriale, hanno fallito. E questa “certificazione” non viene solo da Eurispes, ma dalla realtà dei fatti. Perfino il presidente della Commissione europea Juncker ha recentemente fatto mea culpa parlando di “austerità avventata” da parte delle istituzioni comunitarie e di “scarsa solidarietà” nei confronti della Grecia.

Appare quindi fondamentale, per costruire una nuova Europa, imprimere una svolta decisiva per la revisione di uno strumento normativo che – come suggerito nel rapporto “riesamini, innovi e riorganizzi l’insieme delle norme che hanno sovrapposto e via via integrato le regole strutturali, a partire dal Six pact, per pervenire ad un nuovo punto di sintesi, che riconosca la necessità di sottrarre al vincolo numerico dell’equilibrio nominale e strutturale un’area ben determinata di spese per investimenti produttivi, idonea a funzionare come volano di politiche anticicliche a scala europea” (pag.57).

Infine vorrei concludere citando i due passaggi finali del rapporto Eurispes:

1) il primo, laddove non solo si dice a chiare lettere che congelare gli investimenti nei vincoli di bilancio è analiticamente errato ma, viene addirittura visto come “un’operazione masochistica”;

2) Il secondo – e possiamo prendere spunto dall’annosa questione che in questa legislatura abbiamo affrontato sulle riforme strutturali – è che in realtà la crisi dell’ultimo decennio ha dimostrato che, contrariamente a quanto ci dicono e ci ripetono i falchi dell’austerity, “è proprio la macchina europea – e non i nostri sistemi pensionistici e sanitari – ad avere bisogno di profonde riforme strutturali”.

Ed è su questo che continueremo a lavorare anche nella prossima legislatura: vogliamo riformare l’Europa, non vogliamo distruggerla. Vogliamo passare dall’Europa delle banche e della finanza a un’Europa sociale e solidale, dove i diritti e gli interessi del cittadino vengano messi prima di tutto”.

Così il cambiamento climatico ferisce a morte i nostri mari

I nostri mari si stanno ammalando sempre più. E la colpa è anche del cambiamento climatico causato dalle emissioni di gas serra prodotte dalle attività umane. A confermarlo sono numerosi studi, tra cui quelli della Fondazione Imc. Scienziati da tutto il mondo hanno lanciato l’allarme ormai da tempo: gli ecosistemi marini sono soggetti a un crescente degrado causato dall’aumento delle temperature e della concentrazione di anidride carbonica.

Questo comporta serie conseguenze su flora e fauna, ma anche sulla vita delle comunità che vivono lungo le coste e, di riflesso, su tutti noi. Le temperature sempre più elevate dell’acqua, i bassi livelli di ossigeno disciolto, l’acidificazione oceanica e costiera, le inondazioni e gli eventi meteorologici estremi: tutti eventi ai quali si deve porre con urgenza un freno.

Negli Oceani si registra un incremento di temperatura media dell’acqua superficiale di circa 2 gradi nell’ultimo secolo. Siamo passati da 25 a 27°C: può sembrare un piccolo aumento ma per il Pianeta e i suoi ecosistemi è un vero e proprio sconvolgimento. Non a caso stiamo assistendo alla progressiva “meridionalizzazione” del mar Mediterraneo: in pratica, gli organismi marini cosiddetti “ad affinità subtropicale”, tipici delle coste meridionali del Mare Nostrum, hanno ampliato o spostato il proprio areale verso regioni più settentrionali, dove in precedenza a causa della temperatura troppo bassa erano assenti o molto rari. Per esempio, la “donzella pavonina”, il pesce più variopinto del Mediterraneo, fino ad un paio di decenni fa era diffusa solo nelle acque del bacino levantino e a sud, ora è comune anche nelle acque del Mar Ligure.

E se le specie del mediterraneo si “trasferiscono” più a Nord, nelle nostre acque assistiamo al fenomeno, sempre generato dal surriscaldamento, della “tropicalizzazione”, vale a dire l’arrivo di specie provenienti da zone tropicali, che un tempo erano estranee al nostro mare e sono causa di non pochi problemi. È il caso del pesce flauto, arrivato dal Mar Rosso attraverso il Canale di Suez a causa del riscaldamento delle acque. Questa è una delle tante specie definite “aliene” che come molte altre, una volta nel nostro mare sembra non aver trovato competitori e si alimenta facilmente di pesci “autoctoni” che non la riconoscono come un predatore.

Il combinato di tutti questi fattori può favorire l’attivazione di agenti patogeni e indebolire fortemente gli organismi marini, provocando nei casi più gravi eventi di mortalità massiva. Questo significa che il pescato è meno sicuro, meno ricco e meno abbondante: in poche parole, il nostro mare si impoverisce con tutte le conseguenze ecologiche, economiche e sociali del caso.

I cambiamenti climatici hanno un impatto sulla distribuzione, sulle abitudini migratorie e sulle dimensioni degli stock di molte specie di pesci. Alcune specie si spostano dalle acque costiere poco profonde e dalle aree semichiuse, dove le temperature aumenteranno più rapidamente, in acque più profonde e più fredde.  Certe specie presenti in mare aperto e negli oceani sono colpite in modo più drammatico.  Per sgombro, sardine e acciughe, ad esempio, le fluttuazioni indotte dal clima influenzano importanti processi biologici come il successo riproduttivo e le loro interazioni nella catena alimentare.

Un’altra conseguenza preoccupante dell’aumento di CO2 in atmosfera è la cosiddetta “acidificazione”: il pH medio delle acque superficiali dei mari è sceso da 8.21 a 8.10. Tra le conseguenze dirette di questi cambiamenti c’è la perdita o comunque la compromissione di habitat importanti, con la modifica delle catene alimentari basate su plancton e della distribuzione delle specie. L’acidificazione causa problemi di sviluppo delle larve e del plancton alla base delle catene alimentari, come avviene per le uova di tonno pinna gialla, la cui sopravvivenza è messa in forte pericolo dall’acidificazione.

L’equilibrio naturale del Pianeta è fragile e i cambiamenti repentini legati alle attività umane stanno determinando un’accelerazione delle temperature a livello globale. Gli ecosistemi marini e terrestri cambiano forse irreversibilmente e siamo in grado di prevedere solo in parte le conseguenze di questi cambiamenti. Per questo bisogna prendere coscienza dei rischi che stiamo correndo come specie, sensibilizzare i cittadini, determinare – come il Movimento 5 Stelle sta facendo con tutte le energie in Parlamento e nel Paese – nuove politiche e spingere la comunità internazionale a varare regole riconosciute da tutti come necessarie e improcrastinabili se vogliamo salvare la nostra specie salvando gli ecosistemi che ci hanno consentito fin qui di essere sulla Terra.

Il salario minimo orario lo volevano anche i Padri Costituenti

“Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”.

Così recita l’articolo 36 della nostra Costituzione. Un’affermazione di principio fondamentale che, tuttavia, non ha trovato piena attuazione, specialmente negli ultimi anni, caratterizzati da una progressiva precarizzazione del mercato del lavoro e da politiche regressive in campo sociale. Gli effetti di tali politiche sono ben fotografate dai dati rilasciati recentemente dall’Inps, che ha certificato come il 22% dei lavoratori italiani, circa 3 milioni di persone, percepisca una retribuzione oraria inferiore ai 9 euro lordi. È proprio sulla riaffermazione dei principi sanciti dalla nostra Costituzione, che rappresenta un baluardo da valorizzare e sul quale improntare le azioni di Governo, che abbiamo fondato la nostra proposta sul salario minimo orario.

E perché il salario minimo rappresenta una misura fondamentale per dare piena attuazione alla nostra Costituzione?
Per comprenderlo è sufficiente rifarsi ai lavori della costituente. Proprio in merito all’articolo 36 della nostra Costituzione, che parla della necessità di una retribuzione sufficiente ad assicurare un’esistenza libera e dignitosa, sono numerosi gli interventi dei padri costituenti che parlano esplicitamente della necessità di un salario minimo. Aladino Bibolotti propose addirittura di inserire nel testo costituzionale che “il salario minimo individuale e familiare e la durata della giornata lavorativi sono stabiliti dalla legge”. E aggiungeva come “il salario minimo individuale e familiare viene a costituire oggi nella società moderna la garanzia dell’eliminazione, nel campo del lavoro, della miseria nera, viene cioè a sancire un principio nuovo e moderno, secondo il quale non è lecito sfruttare l’opera del lavoratore senza assicurargli un minimo di retribuzione”. Queste parole risultano tutt’ora attuali, a più di settant’anni di distanza. Nel suo intervento questo padre costituente concludeva con un auspicio: “Io spero che questa mia proposta venga accettata da tutti coloro che si sono schierati per l’inserimento nella nostra Costituzione repubblicana di quelle garanzie di ordine sociale che costituiscono la fondamentale caratteristica del nostro progetto di Costituzione, cioè i diritti del lavoro”. Una speranza che oggi facciamo nostra, rivolgendoci a tutti i partiti e a tutte le parti sociali chiamate in causa.

Il salario minimo orario rappresenta il necessario complemento al Reddito di Cittadinanza, per garantire quell’esistenza libera e dignitosa di cui parla la nostra Costituzione. L’Italia è tra gli ultimi 6 Paesi europei su 28 ancora sprovvisti di un salario minimo sancito per legge. Se venisse approvato il nostro disegno di legge, qualsiasi contratto collettivo dovrebbe stabilire un salario minimo orario uguale o superiore a quello fissato, che andrà ad aumentare annualmente adeguandosi all’inflazione. Una misura di civiltà, pienamente inserita nel solco tracciato dai nostri padri costituenti, e che riaffermando la dignità del lavoro dà piena attuazione a quanto ci impone la Costituzione. Dobbiamo invertire il trend degli ultimi 30 anni, avallato da tutte le forze politiche, che ha fatto del lavoratore un fattore da massimizzare. Non è su questi presupposti che si fonda tuttavia l’ossatura del nostro apparato produttivo, fatto di piccole e medie imprese, per le quali il lavoratore rappresenta un valore aggiunto fondamentale, parte stessa dell’azienda. Se i padri costituenti fossero ancora qui tra noi sarebbero in prima fila al nostro fianco, a sostegno della nostra proposta per portare il salario minimo orario in Italia.

Ascoltiamo i nostri giovani in piazza per salvare il Pianeta

Domani i ragazzi scenderanno in piazza per far sentire la loro voce contro i cambiamenti climatici e a sostegno di una causa sacrosanta: rivendicare un avvenire sicuro per se stessi e per chi arriverà dopo.
Sono gli stessi giovani spesso imputati di apatia e menefreghismo, ai quali pensavamo con presunzione di poter provvedere affermando di voler “garantire un futuro migliore ai figli”. Ma basta smettere di correre e guardarci intorno per capire che stiamo già pagando caro questo atto di superbia, perché stiamo lasciando loro un Pianeta in pericolo a causa dello sfruttamento e dell’inquinamento prodotto dall’uomo.

Nei decenni passati la nostra società ha sposato la logica dell’usa e getta nei confronti del Pianeta e oggi si continuano a consumare le risorse come se, gettata via questa Terra, ce ne fosse un’altra pronta a farsi a sua volta consumare. Abbiamo messo al centro la soddisfazione dei bisogni superflui e indotti dei singoli, dimenticando che noi umani siamo una specie unica e non delle entità a sé stanti. Una specie che certamente è in grado di adattarsi ai cambiamenti ma solo fino a un certo punto, e che sembra invece aver preso la rincorsa verso la catastrofe e l’autodistruzione.

Le ragazze e i ragazzi che incontro ogni giorno dimostrano una grande sensibilità per l’ambiente ed hanno ben compreso la gravità della situazione e la necessità e l’urgenza di intervenire al più presto. Quando le ragazze e i ragazzi chiedono un avvenire sicuro, non intendono riferirsi ai soldi o ad una posizione sociale. Chiedono soprattutto qualità della vita e delle relazioni, un ambiente sano che preservi la salute delle persone, un lavoro che valorizzi innovazione tecnologica e nuovi saperi, dando vita a uno sviluppo realmente sostenibile e ad un’economia effettivamente pulita.

Dalla Svezia, la sedicenne Greta Thunberg, con i suoi scioperi del venerdì, ha innescato la splendida reazione che porterà milioni di persone in piazza nel mondo, domani 15 marzo. Posso assicurare che anche nelle scuole e nelle università italiane l’attenzione a questo tema è forte e che sono tante e tanti i giovani già al lavoro per costruire insieme questo nuovo mondo, impegnati, con l’evento del 15 marzo e con il costante e responsabile agire quotidiano, a cambiare il paradigma dello sviluppo per renderlo sostenibile.

Per chi ha responsabilità di governo, come chi scrive, vedere la loro volontà di cambiamento è una spinta ad andare avanti lungo la strada che i ragazzi, meglio di noi, vedono davanti a sé. Consapevoli del lavoro che stiamo facendo e dobbiamo fare, con sempre maggiore impegno nelle istituzioni, domani saremo in sintonia con queste ragazze e questi ragazzi, per costruire insieme un avvenire sicuro per tutti.

La Rete nazionale dei registri tumori e il referto epidemiologico sono legge

Oggi una delle battaglie storiche del MoVimento 5 Stelle è finalmente legge dello Stato! Abbiamo approvato la “Rete nazionale dei registri tumori e dei sistemi di Sorveglianza ed il referto epidemiologico“.

Un’arma in più nella nostra lotta contro il tumore, ma anche uno strumento indispensabile che ci consentirà di salvare vite umane attraverso un’adeguata prevenzione e le terapie migliori.
Fare prevenzione primaria equivale a evitare che le persone si ammalino. Vuol dire passare da una sanità di attesa a una sanità di iniziativa, così da prendere il cancro in contropiede.
I diversi registri tumori locali, sorti nel secolo scorso, monitorano i dati oncologici di circa il 70% della popolazione italiana.

Con questa legge diamo un nuovo impulso per arrivare sempre più vicini al 100% di copertura sul territorio italiano. Partendo da tali dati potremo arrivare ad una mappa completa delle patologie neoplastiche maligne presenti su tutto il territorio italiano.
Forniremo a ricercatori, statistici, oncologi, epidemiologi, che hanno dedicato la loro vita allo studio e alla ricerca per debellare malattie come i tumori, una matrice di dati periodicamente aggiornata, in una vetrina unica, rilevata con metodi scrupolosi e standardizzati.

Accedendo a questi dati, i nostri cittadini potranno sapere se vivono in aree territoriali dove il grado di incidenza di una patologia è più elevato rispetto ad altri siti.
Secondo il report 2018 AIRTUM, ogni giorno abbiamo 1022 nuove diagnosi di tumore maligno, mentre secondo l’ISTAT nel 2016 abbiamo avuto 490 morti per patologie neoplastiche.
La correlazione tra le condizioni ambientali e le patologie che si sviluppano in un determinato territorio cambieranno in maniera radicale l’approccio a queste patologie.
Il lavoro di ricerca non si fonderà più su dati tardivi o non aggiornati, né su proiezioni da territori limitrofi, ma su dati certi e puntuali per una presa di responsabilità diretta relativamente allo stato di salute in quel determinato territorio.

Grazie a questa legge verrà istituito e disciplinato per la prima volta il referto epidemiologico, che sarà il contenitore dei dati sulle malattie insorgenti di una comunità, in uno specifico ambito temporale e territoriale, restituendo, a specchio, la fotografia dello stato di salute di quella popolazione residente.

Un altro passo compiuto per riavvicinare il nostro servizio sanitario ai cittadini.

Grazie a questo strumento riusciremo anche a monitorare la sopravvivenza per patologia neoplastica da nord a sud del Paese e capire come uniformare i percorsi diagnostici e terapeutici su tutto il territorio nazionale.
La prevenzione e la diagnosi precoce rappresentano ancora le armi più efficaci per sconfiggere i tumori. Contrastare il cancro sul tempo equivale a salvare vite umane. C’è ancora tanto lavoro da fare, non ci fermiamo e andiamo avanti. Lo dobbiamo ai malati e alle famiglie di chi ha sofferto e soffre, di chi continua a combattere e tiene duro, ma non perde la speranza. Mai.

Massimo Enrico Baroni, Alberto Zolezzi, Maria Domenica Castellone

Innovazione e partecipazione: al via la due giorni del Villaggio Rousseau a Milano

Oggi e domani (9 e 10 marzo) ci vediamo a Milano con la nuova edizione del Villaggio Rousseau, questa volta dedicata all’Europa.

Dopo il grande successo dell’edizione 2018 a Pescara, con oltre 5 mila presenze in tre giorni, abbiamo deciso di superarci e di moltiplicare gli spazi e le attività. Quattro grandi aree e tre laboratori sono attivi per accogliere le tante attività in programma. È l’occasione per scoprire la piattaforma Rousseau con tutte le sue funzioni e tutti gli strumenti di partecipazione che mette a disposizione dei suoi iscritti e per approfondire cosa sono democrazia diretta e cittadinanza digitale. Due temi importanti che saranno affrontati insieme ad esperti e portavoce, in una due giorni di formazione innovativa con laboratori, gruppi di lavoro, dibattiti, presentazioni di libri ed interventi di ospiti speciali.

Con un percorso che si snoda attraverso una serie di sale a tema, i partecipanti sono guidati a scoprire, una ad una, le 12 funzioni di Rousseau con un focus particolare su quelle che attraverso la condivisione consentono a tutti di essere protagonisti nelle istituzioni, come Lex IscrittiLex Regioni e Lex Parlamento. Un viaggio per capire insieme come modificare o presentare una proposta di legge e per ripercorrere insieme le tappe che hanno portato a traguardi storici come quello del Reddito di Cittadinanza.

È possibile partecipare ai laboratori dedicati a Sharing, dove i consiglieri avranno la possibilità di condividere le buone pratiche sperimentate nei propri Comuni o Regioni, Call to action dove ognuno potrà scoprire nuove modalità per dare il proprio contributo da cittadino attivo ed Activism all’interno del quale i portavoce racconteranno i format degli eventi ufficiali realizzati sui territori.

Con la Rousseau Open Academy grande spazio è riservato al tema dei nuovi diritti digitali e all’innovazione, dalla blockchain all’intelligenza artificiale.  E poi l’Area Europa per conoscere il funzionamento del Parlamento e per scoprire le opportunità offerte dai fondi europei con interessanti spunti ed innovative traiettorie sul futuro dell’Europa stessa.

È un’occasione per stare insieme, per confrontarci e per ampliare lo sguardo verso il futuro. Nella giornata di domani (domenica) testeremo per la prima volta il voto su Blockchain durante l’hackathon del  Villaggio Rousseau. Tutti coloro che vorranno aiutarci a ottimizzare questa versione beta, potranno partecipare iscrivendosi qui .

Alla Lega dico che l’autodeterminazione delle donne è un valore da rispettare

Volantino Lega, Businarolo (M5S): autodeterminazione donne è un valore da rispettare

Le affermazioni sessiste contenute nel volantino diffuso dai giovani della Lega, a Crotone, sono sconcertanti. L’autodeterminazione delle donne è un diritto, oltre che un valore, e come tale va rispettato. La pubblicazione di un simile testo è un atto che deve essere stigmatizzato, sopratutto in un Paese, il nostro, dove ogni giorno le donne sono sottoposte a indicibili violenze e troppo spesso sono vittime dei propri partner.

Priorità codice rosso

Francesca Businarolo è la nuova Presidente della Commissione Giustizia! 
La priorità adesso è il CODICE ROSSO che crea finalmente una corsia preferenziale per le indagini che riguardano casi di violenza tra le mura domestiche e contro le donne.

Sarà un altro passo verso la legalità, la civiltà e la tutela dei più deboli! 

Francesca Businarolo è la nuova Presidente della Commissione Giustizia! La priorità adesso è il CODICE ROSSO che crea…

Pubblicato da MoVimento 5 Stelle Camera su Martedì 5 marzo 2019

I navigator? Saranno figure preziosissime

dal Fatto Quotidiano

Il bando di selezione dei 6mila navigator che dovranno aiutare i beneficiari del reddito di cittadinanza a trovare un lavoro non c’è ancora. Ma, mentre le Regioni a cui fanno capo i centri per l’impiego fanno muro e minacciano ricorsi, la prospettiva di un contratto di due anni seguito forse dalla stabilizzazione fa gola. Così dall’inizio dell’anno si sono moltiplicate le offerte di corsi in odor di truffa che illudono – a caro prezzo – di assicurare una corsia preferenziale nella procedura di reclutamento. Senza nessuna garanzia sulla validità dei contenuti. Per questo è scesa in campo Adapt, l’associazione senza fini di lucro per gli studi sul diritto del lavoro e delle relazioni industriali fondata da Marco Biagi, che da lunedì 4 marzo lancia il corso online gratuito Teoria e pratica dei servizi al lavoro – #Navigator2019 pensato per gli aspiranti navigator ma anche professionisti ed esperti interessati a capire il profilo della nuova figura. In dieci giorni gli iscritti hanno toccato quota 1.500.

Vogliamo mettere fuori mercato i corsi farlocchi a pagamento che possono ingannare i candidati”, spiega il giuslavorista Michele Tiraboschi, direttore scientifico di Adapt. “E partiamo dal presupposto che i navigator, oggetto di critiche e ironie, in realtà saranno figure preziosissime: in Italia mancano operatori specializzati che siano in grado di riportare sul mercato del lavoro 6-7 milioni di persone inattive (solo i giovani Neet sono oltre 2 milioni) e di ricollocare chi ha perso il posto e non ha competenze facilmente spendibili. Visto che le caratteristiche di questo nuovo profilo professionale non sono ancora chiare, in attesa del bando vorremmo contribuire a metterle a fuoco”.

I compiti del navigator “in alcuni casi saranno simili a quelli che già svolgono gli operatori di centri per l’impiego e agenzie per il lavoro. Ma spesso nei centri per l’impiego non sanno nemmeno insegnarti come preparare un curriculum… e bisogna tener conto che i beneficiari del reddito saranno persone mediamente più difficili da ricollocare e con problematiche anche di disagio, insicurezza, socializzazione. Per questo serviranno team interdisciplinari con molte competenze: esperti di dirittopsicologia, economia, sociologia, tematiche relazionali e organizzative“. Ovviamente sarà un punto di partenza indispensabile conoscere l’organizzazione e la disciplina del mercato del lavoro e dei servizi per il lavoro e il funzionamento delle misure di politica attiva, oltre a tutti i nuovi strumenti previsti dal decretone: temi che saranno affrontati nei primi due moduli.

La piattaforma su cui si svolge il Massive open online course”, che dura un mese, (qui il modulo di iscrizione), “è una comunità di apprendimento e confronto”, aggiunge Tiraboschi. “Ogni settimana verrà caricato un modulo e potrà accedere al modulo successivo solo chi ha letto i materiali, guardato i video e passato i test di verifica”. L’ultimo modulo fornirà strumenti operativi, dalla redazione corretta del cv al repertorio degli standard professionali indispensabile per valutare la congruità delle offerte di lavoro rispetto alle competenze del candidato. Alla fine ci sarà un’esercitazione e un attestato. Si sono iscritti anche operatori del mercato del lavoro, professionisti ed esperti che vogliono capire di che cosa si parla. Più che neolaureati parliamo di figure mature. Del resto questo potrebbe essere uno sbocco per tanti ex dirigenti o direttori del personale che hanno perso il posto e non riescono a rientrare nel mercato”.