I probiviri al lavoro per proteggere il MoVimento 5 Stelle

di Jacopo Berti, Raffaella Andreola e Fabiana Dadone – Probiviri del MoVimento 5 Stelle

Il MoVimento 5 stelle ha nel rispetto delle sue regole uno dei pilastri fondanti, per tutelare i suoi iscritti e tenere la barra dritta sui propri valori.
Il rinnovato Collegio dei Probiviri ha pertanto intensificato la propria azione ed ha attivato numerosi procedimenti disciplinari, dando seguito alle segnalazioni degli iscritti.

Rousseau, attraverso la funzione “segnalazioni”, permette a tutti i suoi iscritti di chiedere che le regole vengano rispettate e fatte rispettare.
Le segnalazioni pervenute dall’11 dicembre 2018 ad oggi sono 1822, di queste 274 hanno evidenziato possibili violazioni dello statuto e/o codice etico e sono state prese in carico dal Collegio.
In questi giorni sono stati avviati 109 procedimenti disciplinari, di cui 81 nei confronti di consiglieri comunali, municipali e parlamentari che hanno manifestato vicinanza ad altri gruppi politici o sono venuti meno agli impegni presi con i cittadini ed elettori.

A questi vanno aggiunti 17 casi di mancata restituzione del TFR/Assegno di fine mandato da parte di ex portavoce.
I rimanenti procedimenti pendenti riguardano varie presunte violazioni, in particolare nel rispetto degli obblighi di buona condotta a livello territoriale.
Nelle prossime settimane il Collegio prenderà tutte le decisioni sanzionatorie o di archiviazione, chiudendo questa prima tranche.

I restanti 165 sono oggetto di valutazione in questi giorni. 
Il Collegio sta focalizzando la propria azione verso il territorio, tra gli iscritti, attivisti e consiglieri comunali, perché la priorità assoluta è dare ordine e sicurezza a chi ogni giorno lavora a diretto contatto con i cittadini.
Allo stesso modo è in atto un profondo lavoro di pulizia tra chi ha tradito i principi del MoVimento, venendo meno al patto tra portavoce e cittadini.
I casi pendenti, ad ogni livello, avranno una delibera definitiva in tempi brevi.

È in atto una forte e decisa azione che porterà in tempi stretti a molte decisioni importanti, per tutelare chi si è sempre battuto e sacrificato in prima linea, tra i cittadini, nel territorio.

La prima casa è un diritto: 100 milioni per le giovani coppie che chiedono un mutuo

Ci sono migliaia di giovani coppie che vorrebbero pianificare il loro futuro, metter su famiglia, avere un figlio. E poi vorrebbero comprare una casa, ma per farlo hanno bisogno di garanzie per poter guardare avanti e costruire la propria vita. Con il Decreto Crescita siamo intervenuti per creare in Italia questa normalità. Abbiamo rifinanziato il Fondo di garanzia per la prima casa, con un importo di 100 milioni. Il fondo mutui prima casa dà garanzia statale, nella misura del 50%, ai mutui erogati per l’acquisto o la ristrutturazione ai fini dell’accrescimento dell’efficienza energetica di abitazioni principali e che rispettano particolari caratteristiche. La garanzia statale rende più facile l’accesso al mutuo. Per la richiesta dei finanziamenti occorre recarsi presso le filiali delle banche aderenti all’iniziativa che hanno sottoscritto apposita convenzione e presentare il modulo di richiesta per l’accesso al Fondo. Ad oggi contiamo 147 banche aderenti. L’elenco aggiornato lo si trova sul sito di Consap. Secondo i dati, nel 2018 sono stati 100.000 i mutui garantiti e per il 58% erogati a under 35. Grazie ai 100 milioni di euro stanziati con il Decreto Crescita ora il Fondo torna a funzionare.

L’immobile per il quale si chiede il finanziamento deve essere adibito ad abitazione principale, non deve rientrare nelle categorie catastali A1 (abitazioni signorili), A8 (ville) e A9 (castelli, palazzi) e non deve avere le caratteristiche di lusso indicate dalla legge. L’ammontare del finanziamento non deve essere superiore a 250.000 euro. In presenza di domande pervenute nella stessa giornata è assegnata priorità ai mutui erogati a favore delle giovani coppie coniugate con o senza figli, ai nuclei familiari monogenitoriali con figli minori conviventi, a chi abita le case popolari nonché ai giovani di età inferiore a 35 anni, titolari di un rapporto di lavoro atipico.

Il diritto all’abitazione è sempre stato prioritario per il MoVimento 5 Stelle.

Nel 2018, al Senato, abbiamo presentato una proposta di legge a firma Lezzi-Lannutti che disciplina la garanzia del diritto di proprietà della prima casa, costituzionalmente riconosciuto dall’articolo 47 della Costituzione.

E quest’anno, nel Decreto Semplificazioni, abbiamo portato a casa la norma Bramini che mette fine ad un’ingiustizia che Sergio ed altri imprenditori come lui hanno subìto negli anni. Grazie alla nostra legge, infatti, in caso di pignoramento della casa abbiamo previsto che il debitore non la perda fino a quando non viene adottato il provvedimento finale dal giudice. Garantiamo maggiore tranquillità al debitore che intanto potrebbe trovare il modo di sanare la sua posizione e mantenere il possesso dell’immobile oppure di sistemarsi altrove. La norma voluta dalla Boschi e da Renzi, al contrario, fu scritta sotto dettatura dalle banche ed era vergognosa, perché ha costretto alla sofferenza ed all’umiliazione imprenditori onesti e dediti al lavoro come Sergio Bramini, consentendo di buttare fuori di casa chiunque, anche se anziani, ammalati, minori o disabili.

La prima casa, un tetto sicuro sulla propria testa, la possibilità per un giovane di guardare al futuro e poter accedere ad un mutuo, sono diritti fondamentali in un Paese civile. L’orgoglio di essere italiani, di vivere e far crescere la propria famiglia in Italia, è un principio a cui mai derogheremo e che continueremo a supportare e difendere finché saremo al Governo.

Donne più a rischio disoccupazione degli uomini nei prossimi anni

Da diverse settimane ormai con questa rubrica cerchiamo di capire come la tecnologia avrà impatto sul lavoro e come questo si trasformerà nei prossimi anni (se vi siete persi le puntate precedenti, le trovate qui).

Oggi parliamo di occupazione femminile. Un rapporto presentato pochi giorni fa dal McKinsey Global Institute in occasione della Women Deliver Conference, la più importante conferenza mondiale sull’uguaglianza di genere, stima che saranno tra i 40  e i 160 i milioni di donne interessate dai cambiamenti del lavoro provocati dall’automazione e dall’intelligenza artificiale entro il 2030.

Il rapporto ha esaminato l’impatto dell’automazione in 6 economie mature (Canada, Francia, Germania, Giappone, Regno Unito e Stati Uniti) e 4 economie emergenti (Cina, India, Messico e Sudafrica). Insieme, questi paesi rappresentano circa la metà della popolazione mondiale e circa il 60% del prodotto interno lordo (PIL) globale.

Secondo McKinsey, circa 107 milioni di donne (pari a circa il 20% della forza lavoro femminile globale) potrebbero perdere il posto di lavoro a causa dell’automazione, mentre gli uomini potrebbero essere circa 163 milioni di uomini (pari al 21%).

In questo quadro, le donne potrebbero essere solo di poco meno a rischio degli uomini, ma , sempre secondo il rapporto, per le donne potrebbe essere molto più difficile gestire la transizione verso nuove modalità di lavoro, perché già oggi appaiono più svantaggiate rispetto ai colleghi maschi soprattutto rispetto alle competenze digitali, ma anche per quanto attiene al cosiddetto work life balance, cioè l’equilibrio tra lavoro e vita privata, incluso anche il lavoro domestico e di assistenza familiare (bambini e anziani).

Internet anche in questo caso sarà la chiave per accedere alla formazione e colmare il gap di competenze, ma gli uomini hanno il 33% in più di possibilità di accesso a Internet rispetto alle donne. Competenze, mobilità e accesso a internet, come abbiamo già visto nelle scorse settimane, sono gli elementi essenziali per riuscire a superare con efficacia questa transizione che sta avvenendo nel mondo del lavoro, ma è proprio su questi tre fattori che le donne sono più in svantaggio. Senza queste opportunità, il rischio è che le donne restino bloccate in posti di lavoro a basso salario e maggiormente soggetti ad automazione.

Il rapporto giunge alla conclusione che se le donne riusciranno a risolvere questi tre problemi, potrebbero mantenere o addirittura migliorare la loro attuale quota di occupazione e ottenere lavori più produttivi e meglio retribuiti. In caso contrario, la disuguaglianza di genere nel lavoro rischia di peggiorare, il divario retributivo di genere potrebbe aumentare e alcune donne potrebbero uscire definitivamente dal mondo del lavoro.

Una studio condotto circa 4 anni fa dal McKinsey Global Institute aveva stimato che la riduzione delle disparità di genere avrebbe potuto aggiungere 12 trilioni di dollari all’economia globale entro il 2025. Tuttavia, nei quattro anni trascorsi da allora, i progressi sulla disuguaglianza di genere nella società e nel lavoro sono stati limitati.

Salario Minimo Orario e meno tasse per le imprese. La fase 2 del governo sta per cominciare

Tutti zitti quando si tagliavano sanità ed investimenti, quando fioccavano i privilegi della politica e veniva approvata a norma di legge la precarietà con il Jobs Act. Ora che il M5S punta alla stabilità del posto di lavoro e propone un Salario Minimo Orario i sindacati, le opposizioni e alcune associazioni datoriali si stracciano le vesti e ci attaccano.

È l’immagine di un Paese che ormai pensa solo a difendere interessi di parte e si disinteressa del bene comune.

Un Paese avanzato non può progredire se il lavoro viene sottopagato e i diritti calpestati. Non c’è futuro se i contratti a termine diventano la regola invece che l’eccezione. Due evidenze che abbiamo voluto tradurre in legge: prima il decreto Dignità, per limitare il ricorso al tempo determinato incentivando le assunzioni stabili. Ora il Salario Minimo, con il quale vogliamo sollevare dalla miseria 3 milioni di lavoratori che oggi portano a casa stipendi da fame, inferiori ai minimi contrattuali.

E cosa ci viene risposto? Che 9 euro lordi all’ora sono troppi e sfascerebbero il sistema. Il problema non sarebbe l’austerità feroce che ha colpito imprese e cittadini e ha peggiorato i conti pubblici, ma un salario dignitoso e proporzionato alla qualità e alla quantità del lavoro svolto, come richiesto dall’articolo 36 della Costituzione.

Allora spieghiamo per bene in cosa consiste la proposta di legge a prima firma della nostra Nunzia Catalfo, per fugare ogni dubbio:

– 9 euro lordi all’ora come minimo al di sotto del quale il contratto collettivo nazionale non potrà scendere, neppure attraverso la contrattazione aziendale;

– Il riconoscimento dei contratti collettivi nazionali stipulati dai sindacati più rappresentativi sul territorio nazionale, così da evitare la contrattazione pirata (ossia il fatto che alcune imprese possano contrattare condizioni salariali indecorose con sindacati scarsamente rappresentativi);

– Un meccanismo di rivalutazione legata all’Indice dei Prezzi al Consumo, automatica in caso di contratti scaduti o disdettati e non rinnovati. In tal modo si tutela di anno in anno il potere d’acquisto dei lavoratori rispetto all’aumento dei prezzi

La proposta andrà ad aumentare il potere d’acquisto di 3 milioni di persone oggi lavorano ma sono di fatto in condizioni di povertà. Un paradosso del nostro tempo.

Aumentare i salari significa spingere in alto i consumi, a tutto beneficio delle migliaia di piccole medie imprese italiane che vendono i loro prodotti sul mercato interno, ma anche stimolare una maggiore produttività, perché un lavoro ben pagato è un lavoro più efficiente.

E mente chi dice che 9 euro lordi all’ora corrispondono al Salario Minimo più alto d’Europa. In Germania non si può andare per legge sotto i 9,13 euro, in Belgio sotto i 9,41 euro, in Olanda sotto i 9,33, e in Francia addirittura sotto i 10,03.

Certo, in rapporto ai salari mediani percepiti sul territorio nazionale il nostro Salario Minimo è generoso. Ma ne andiamo orgogliosi, è un vanto e non un difetto della misura. Fissare per legge un salario minimo sganciato dai contratti collettivi nazionali, come propone il Pd, peggiorerebbe le condizioni di milioni di lavoratori invece che migliorarle (il rischio è quello della fuoriuscita delle imprese dalla contrattazione collettiva nazionale). Che senso avrebbe? Non siamo il governo dell’austerità e dei sacrifici per i cittadini, ma quello della giustizia sociale e della lotta a tutti quei vincoli regressivi, nazionali ed europei, che hanno trascinato il nostro bel Paese nel baratro economico.

Le imprese stiano tranquille. Insieme all’introduzione del Salario Minimo Orario già nella prossima Manovra ridurremo le tasse sugli utili e sul lavoro, per miliardi di euro. Serve un nuovo Patto sociale tra Impresa e Lavoro ed è il principale obiettivo della nostra azione di governo. Nessun potentato potrà fermarci.

Intercettazioni, niente limiti né bavagli

Di seguito l’intervista del Ministro della Giustizia Bonafede al Fatto Quotidiano

La situazione in cui versa la magistratura è grave, e questa volta 4 pare anche seria. Così il ministro della Giustizia, il 5Stelle Alfonso Bonafede, non usa metafore: “Ora bisogna cambiare tutto per ripartire”.

Il neo presidente dell’Anm Luca Poniz parla di “gigantesca questione morale” e “di correnti degenerate in carrierismo”. Condivide?
Adesso più che le parole servono i fatti. Da ministro devo innanzitutto agire come titolare del potere disciplinare nei confronti di chi ha sbagliato. E bisogna avviare un pacchetto di riforme di cui in tanti hanno parlato in passato, senza fare nulla. Non c’è più spazio per i gattopardi.

Le intercettazioni delineano un rapporto distorto tra politici e magistrati che c’è sempre stato, o rappresentano qualcosa di nuovo?
Delle degenerazioni del correntismo si parla da anni, ed è stato su mio impulso che nel contratto di governo è stata inserita la riforma del Csm, proprio per reagire a questo. Però il fatto che alcuni politici discutessero con dei togati delle nomine in procure rappresenta un elemento in più.

L’ex ministro Luca Lotti ha rivendicato di non aver commesso alcun reato parlando con i magistrati.
Sul singolo fatto non entro, visto che ho aperto un procedimento su quella intercettazione. Dopodiché la rilevanza penale non c’entra nulla con quanto accaduto. Qui si pone una questione morale enorme, anche per i politici.

Con il Fatto, il deputato Cosimo Ferri ha sostenuto di essere stato intercettato in modo illegittimo tramite un trojan nel telefono del giudice Palamara: “Ci vuole la preventiva autorizzazione quando il parlamentare sia individuato in anticipo quale destinatario dell’attività di captazione”. Ha ragione?
Non commento. Però rivendico il fatto che la legge spazzacorrotti abbia dato agli inquirenti uno strumento fondamentale come il trojan, che in cinque mesi sta facendo emergere sistemi di corruzione in tutta Italia. E ha fatto scoprire anche lo scandalo del Csm.

Come vuole cambiarlo il Consiglio? Su La Stampa il presidente di Unicost Mariano Sciacca ha sostenuto che scegliere i membri tramite sorteggio favorirebbe le lobby e le massonerie.
Il sorteggio è una delle opzioni. Ma di certo non sarebbe una forma di sorteggio puro, incostituzionale e sbagliato. Uno degli elementi di partenza sarà ridurre le dimensioni dei collegi, così che i magistrati possano votare colleghi bravi e non imposti dalle correnti nazionali. Detto questo, sul metodo di elezione del Csm dovrà avere un ruolo centrale il Parlamento: non può essere un governo a deciderlo da solo. Ma l’attuale sistema non regge più. Lo conferma anche l’ultima elezione dei quattro posti per i pm nel Consiglio, per cui c’erano stati quattro candidati: uno per corrente.

Molti chiedono di mettere fine “alle porte girevoli” dentro la magistratura.
Io voglio ripristinare l’incompatibilità tra la permanenza nel Csm e gli incarichi direttivi. Chi avrà fatto parte del Consiglio per i cinque anni successivi non potrà andare a dirigere una Procura.

Per Matteo Salvini “è indegno leggere intercettazioni senza alcun rilievo penale”. E per la ministra della Lega Giulia Bongiorno servono “sanzioni per chi pubblichi trascrizioni gossip”. Su questo voi del M5S e il Carroccio siete lontanissimi.
Con la Lega ho avuto sempre un rapporto costruttivo: abbiamo approvato assieme la Spazzacorrotti. e con Salvini stiamo lavorando per il rientro dei detenuti stranieri nei loro Paesi. Però ogni tanto preferirei ascoltare di persona le loro proposte anziché leggerle sui giornali.

La Lega vuole limitare le intercettazioni, voi no.
Tramite le nuove tecnologie si possono blindare le intercettazioni, evitando la fuga di notizie prima che entrino in possesso delle persone coinvolte. E condivido che non vadano diffusi fatti privati o che riguardano terzi. Ma il diritto all’informazione non può essere limitato.

Come si traccia il confine?
Va pubblicato ciò che ha rilevanza pubblica, e il confine è già tracciato dal diritto. La privacy, per me sacrosanta, è già tutelata dalla legge.

Bongiorno vuole sanzioni.
Non conosco la proposta.

Ciò che sta venendo letto sul Csm andava pubblicato? 
È giusto che i giornalisti raccontino quanto accaduto. Qualcuno magari si è spinto troppo oltre citando soggetti palesemente estranei ai fatti.

Lei dirà no a un bavaglio?
Con me non ci sarà. Non si può tornare indietro con le lancette dell’orologio.

Mercoledì è previsto un vertice di governo sulla giustizia. Salvini e Di Maio ci saranno?
Penso che Salvini ci sarà, visto che in Consiglio dei ministri abbiamo discusso assieme di farlo. Vediamo se potrà partecipare anche Luigi.

Lavoro, siamo sulla strada giusta

Qualcuno profetizzava che smontando il Jobs act sarebbe arrivata l’invasione delle cavallette, si sarebbero persi migliaia di posti di lavoro e sarebbe saltato per aria il Paese. Beh, si sbagliavano.
dati diffusi in questi giorni dall’Istat dicono che sono aumentate le persone che hanno un lavoro. Nei primi tre mesi di quest’anno ci sono 25 mila nuovi occupati e si prevedono 144 mila nuovi assunti per tutto il 2019.

Allo stesso tempo diminuisce anche il tasso di disoccupazione che scende al 10,4% (era al 10,6%).

Questi numeri non servono per dire che siamo bravi. Servono per dire che bisognava fare il contrario di quello che hanno fatto Pd e compagnia cantante, cioè rendere più conveniente assumere a tempo indeterminato, e noi abbiamo iniziato a luglio dell’anno scorso con il Decreto che abbiamo chiamato – non a caso – Decreto Dignità. Adesso andremo avanti, sappiamo bene che la strada è lunga ancora, ma imprenditori e cittadini hanno dimostrato che non è tagliando i diritti che si fa ripartire l’Italia. È dando più diritti, più fiducia, più sicurezza alle persone per progettare la loro vita che troviamo la strada giusta.

Sotto il vestito green del Pd solo chiacchiere e inquinamento

Cosa fai quando sei al governo, dichiari di essere ambientalista e puoi cambiare davvero le cose? Se ti chiami Partito democratico, non fai un bel niente per l’ambiente e fai tanto per i tuoi amici inquinatori. Se poi finisci all’opposizione, ti ricordi che un tempo ti dichiaravi ambientalista e torni a fare propaganda, ma senza uno straccio di credibilità.

È esattamente così che si è comportato il Pd, che dopo averne fatte di tutti i colori, oggi cerca di coprire con una mano di verde le sue scelte scellerate contro l’ambiente e la salute: dal via libera a trivellare il nostro mare, agli incentivi a discariche e inceneritori. Ma sotto il vestito green del partito di Zingaretti continua a non esserci nulla di ambientalista e lo conferma anche l’assurdo emendamento al decreto Crescita che Francesco Boccia, deputato PD, ha presentato: pretendeva che il Parlamento approvasse una non meglio specificata decarbonizzazione entro il 2040.

Gliel’abbiamo dichiarato inammissibile e sapete perché? Tanto per cominciare, perché l’Italia ha messo nero su bianco per iscritto in un documento vincolante mandato alla commissione UE la chiusura delle centrali a carbone entro il 2025. E questo è un fatto. E poi perché Boccia chiede la decarbonizzazione totale al 2040, mentre il nostro Piano Nazionale Integrato Energia e Ambiente, presentato pochi mesi fa dal ministro Costa, ha come orizzonte il 2030. E poi c’è la Strategia al 2050 su cui si stiamo lavorando. Non è certo un emendamento da 50 milioni di Euro che può condurre l’Italia alla decarbonizzazione totale. Questi sono i classici emendamenti che il Pd presenta per farne comunicati stampa e illudersi di ripulirsi la coscienza. Non è con un finto colpo di spugna che si esce dal carbone e men che meno dall’economia del carbonio, a maggior ragione se si devono fare i conti con il risultato delle politiche pro-fossili dei passati governi a guida Pd.

Tanto per cominciare, il Pd ha avuto la possibilità di decarbonizzare davvero l’economia italiana, cioè riconvertirla avviando l’abbandono delle fonti fossili a partire da carbone e petrolio, quando era al governo. Perché non lo ha fatto? Semplice: le lobby con cui andava a braccetto non volevano. Non a caso, nella Strategia energetica nazionale che avevano messo a punto Renzi e Calenda la decarbonizzazione era una chimera. Nel 2016 questi signori sono stati in prima linea nel boicottare il referendum contro le trivellazioni mentre noi, dopo meno di un anno di governo, abbiamo fermato 157 permessi di ricerca di idrocarburi e bloccato 8 nuovi pozzi di petrolio, eliminando per giunta gli incentivi agli inceneritori. Parlano le azioni concrete, in entrambi i casi, e dicono chiaramente chi ha l’ambiente nel proprio Dna e chi invece prova ad appiccicarsi addosso una patina green che si è subito scrostata lasciando intravedere solo chiacchiere e inquinamento.

Tornando al Pd e a Boccia, solleva un polverone presentando un emendamento senza i fondamenti tecnici e per questo inattuabile. La maggioranza giustamente lo respinge e lui che fa? Arma la macchina della propaganda, con la complicità di alcuni giornali che non si prendono la briga di verificare ciò che davvero c’è dentro la sua proposta.

E’ fin troppo facile smascherare i giochetti del Pd. La decarbonizzazione è una cosa seria e grazie alla sensibilità dei nostri ministri ci stiamo lavorando dal primo giorno, facendo in modo che la riconversione in chiave ecologica dell’economia rappresenti anche un’opportunità per redistribuire il benessere, tutelare la salute dei cittadini e creare posti di lavoro.

I fatti dicono che noi abbiamo deciso lo stop alle trivelle e detto sì agli incentivi per la riqualificazione energetica e per l’economia circolare. Energie pulite ed efficienza vanno di pari passo con la salute, il rispetto del nostro pianeta e la creazione di posti di lavoro. E’ il 2019, baby, svegliamoci.

Più trasparenza e meritocrazia: Whistleblowing anche per i magistrati

Il malaffare si combatte soprattutto garantendo trasparenza e meritocrazia. Ecco perché, a fronte della vicenda giudiziaria che da settimane sta investendo il Consiglio Superiore della Magistratura,    anche per gli operatori della giustizia ci sono delle novità importanti in vista. Gli effetti del nostro impegno nella lotta alla corruzione sono sotto gli occhi di tutti: la legge “spazzacorrotti” e la nuova norma sul “whistleblowing” stanno producendo grandi risultati ed è arrivato il momento di dotare anche gli uffici giudiziari di un ulteriore sistema di “anticorpi” adeguato all’importanza della loro funzione. La crescita esponenziale dei whistleblower a partire dalla nostra legge–  recentemente, sottolineata dal presidente dell’Anac, Raffaele Cantone – è un dato che non può essere trascurato.

Anche i magistrati e gli addetti ai lavori devono poter contare sulla possibilità di segnalare in tutta sicurezza eventuali illeciti di cui sono testimoni o dei quali vengono a conoscenza nello svolgimento della propria attività. E’ solamente una delle proposte in arrivo per il comparto giustizia e non a caso è quella che riguarderà le sedi giudiziarie soprattutto nella loro quotidianità. Tutelare un servizio primario come quello svolto da pm, giudici e avvocati, significa per prima cosa migliorare un servizio per i cittadini che ogni giorno entrano in contatto con procure e tribunali. Anche questo è un modo per restituire agli italiani una giustizia concreta, più sana, più efficace e credibile.

L’idea, sulla falsa riga del “whistleblowing”, è quella di creare una piattaforma informatica dedicata alle segnalazioni, attraverso la quale soggetti qualificati possano trasmettere in forma criptata le proprie segnalazioni. In questo modo, ad esempio pubblici ministeri, giudici, avvocati e personale giudiziario potranno fornire un ulteriore contributo per la legalità e svolgere una capillare funzione di controllo dall’interno. Il tutto senza correre alcun rischio, perché coperti dall’anonimato. Grazie a questo meccanismo sarà finalmente possibile segnalare irregolarità, ritardi, disordine nella gestione, assenze e situazioni di presunto conflitto di interesse. Circostanze che, una volta verificate, potrebbero portare a provvedimenti rapidi e appropriati ai problemi. 

La questione che solamente negli ultimi giorni si è palesata con il caso Csm è complessa e indica la necessità di  un intervento altrettanto strutturato e sicuro. Proprio per questo, al di là dell’organicità della proposta alla quale stiamo lavorando, l’impianto che abbiamo pensato per arginare i comportamenti scorretti nei palazzi di giustizia prevede dei “paletti” per i segnalatori. Nel caso in cui le “denunce” risultassero infondate per un certo numero di volte il whistleblower sarà sottoposto a sanzioni, come è giusto che sia, a tutela di chi lavora seriamente e dell’intero sistema.

La nostra giustizia non ha bisogno di essere rappezzata con toppe che, da qui a qualche anno, rischiano di risultare peggiori del buco. Serve un’azione profonda, capace di garantire tutti i gli attori del sistema e di portare un vera e propria rivoluzione culturale in materia di trasparenza e valorizzazione del merito ed è esattamente ciò che siamo pronti a dare al Paese. Parliamo di una norma che potrebbe essere valida anche per lo stesso Csm che oggi vive una delle pagina più difficili della sua storia, e che deve essere sostenuto anche con strumenti nuovi e più efficaci per il suo futuro. La legge “spazzacorrotti” e il “whistleblowing” hanno segnato un cambio di mentalità che i cittadini stanno recependo e che sta dando i frutti sperati. Con gli stessi principi,  siamo pronti a scrivere un’altra pagina fondamentale per la legalità e il buon funzionamento della Giustizia.

ECCO I PRINCIPALI ECO-STANZIAMENTI IN UN ANNO AL GOVERNO

Non fatevi ingannare da chi cerca di sminuire il nostro lavoro diffondendo false notizie!
C’è ancora tantissimo da fare per la tutela dell’ambiente e per la messa in sicurezza del territorio italiano, ma dopo un anno rivendichiamo con orgoglio il frutto del nostro lavoro.

Ecco ALCUNI DEI NOSTRI PRINCIPALI STANZIAMENTI:
1⃣ Abbiamo investito 11 MILIARDI di euro, nel piano#ProteggItalia per contrastare il dissesto ideologico
2⃣ 400 MILIONI per ridurre lo smog e migliorare la qualità dell’aria 
3⃣ 500 MILIONI ai Comuni per l’efficienza energetica
4⃣ 500 MILIONI per la costruzione di ciclovie turistiche e per la mobilità sostenibile.

Questa è solo una parte delle prime azioni, che potevano essere compiute da chiunque fosse stato al Governo prima di noi, ma così non è stato!

FACCIAMOLO SAPERE A TUTTI

ECCO I PRINCIPALI ECO-STANZIAMENTI IN UN ANNO AL GOVERNONon fatevi ingannare da chi cerca di sminuire il nostro lavoro…

Pubblicato da MoVimento 5 Stelle su Mercoledì 5 giugno 2019

Stop ai finanziamenti all’editoria

Su Radio Radicale, diciamo finalmente le cose come stanno. Cori di giornali si levano accusandoci di volere “zittire”, “silenziare”, “limitare la libertà di espressione” della radio. Bene, qui nessuno mette in dubbio che Radio Radicale abbia svolto un servizio importante finora. E sarebbe bello che qualcuno smettesse di accusare per partito preso (è proprio il caso di dirlo…) e iniziasse a diffondere i dati veri. 

Radio Radicale è una radio privata, di partito (più del 62% delle quote è dell’Associazione politica Lista Marco Pannella), che lo Stato italiano ha finanziato fino ad oggi, per quasi 30 anni, con 250 milioni di euro (di soldi vostri). All’inizio per questa radio privata è stata fatta una gara ad hoc, con requisiti cuciti su misura ai quali solo Radio Radicale poteva rispondere, affinché le venisse dato in concessione il servizio di trasmissione delle attività di Camera e Senato.

Doveva essere una soluzione temporanea, per consentire al servizio pubblico Rai di organizzarsi con un proprio canale radio (non lo diciamo noi, è scritto nero su bianco negli atti e nei decreti). Invece, dopo la prima gara negli anni ’90, non c’è stato più nulla: niente più gare (vere), né indagini di mercato, né valutazioni economiche, né organizzazione in Rai. Solo proroghe, proroghe e ancora proroghe di un privilegio a beneficio di una radio privata, fino ad oggi. Parliamo di ben 17 (diciassette) decreti mai convertiti in legge.

Secondo voi, è questo il concetto di “libero mercato” e “democrazia”? Secondo noi, no, ed è per questo che adesso che siamo al governo vogliamo risolvere questa anomalia all’italiana, chiamiamola così. 

Nessuno qui vuole chiudere Radio Radicale. Noi vogliamo fare una cosa più importante: affermare che una radio privata, tra i cui soci c’è una holding finanziaria, la Lillo SpA, che vale due miliardi di Euro, non può stare in piedi solo grazie ai soldi delle vostre tasse, soldi pubblici. Radio Radicale non deve avere più diritti di altre radio private! Ci chiediamo perché il ministero dello Sviluppo Economico, guidato da Luigi Di Maio, dovrebbe continuare a dare a una radio privata circa 10 milioni di Euro ogni anno per un servizio che può costare molto meno! La vera domanda è perché nessun partito finora ha avuto il coraggio di dirlo e di cambiare. 

Ed è per questo che proprio oggi abbiamo depositato, d’accordo con la Lega, una mozione con cui facciamo prendere due impegni al Governo: il primo, è volto a non rinnovare la concessione senza una vera gara; e il secondo è a mettere in sicurezza e digitalizzare gli archivi di Radio Radicale, che rappresentano una risorsa preziosa. 

Il MoVimento 5 Stelle è al governo solo per un motivo: per cambiare le cose.

Con gradualità, con buon senso, ma anche con determinazione. Noi siamo per lo stop ai finanziamenti pubblici all’editoria e a favore del pluralismo, che è cosa ben diversa dal finanziare con soldi degli italiani qualche editore, come è avvenuto finora. 
Nessun italiano deve più pagare di tasca sua per giornali ed emittenti private. Ci sembra buon senso.