FASE 2: le principali novità che scatteranno dal 4 maggio

Dal 4 maggio avrà inizio la Fase 2 della risposta del Paese all’emergenza coronavirus, che prevede un progressivo allentamento delle misure restrittive in vigore. Il governo ha tenuto conto delle valutazioni fatte dal Comitato tecnico scientifico e le indicazioni che ne sono scaturite seguono i criteri della responsabilità e della prudenza, anche alla luce di quanto accaduto in altri Paesi, costretti a tornare sui propri passi per il diffondersi del contagio dopo aver allargato troppo le maglie delle restrizioni. 

A seguire, una sintesi delle misure più rilevanti: 

• VISITE A CONGIUNTI E SPOSTAMENTI

Ci si potrà spostare per andare a trovare i parenti più stretti o con cui ci sono stabili relazioni affettive. Anche in questo caso la parola d’ordine rimane “prudenza” e buon senso: restano vietati gli assembramenti, feste e altre occasioni in cui ci si ritrovi in tanti. Ci si potrà spostare all’interno del proprio Comune e Regione, sempre con l’autocertificazione. Gli spostamenti fuori Regione saranno invece consentiti per motivi di lavoro, di salute, di urgenza e per il rientro presso propria abitazione. Sui mezzi pubblici è obbligatorio l’utilizzo delle mascherine.

• PARCHI RIAPERTI

Riaprono anche i parchi, giardini pubblici e le ville, dove potremo passeggiare da soli o in compagnia dei figli e di persone non autosufficienti. Gli ingressi alle aree giochi per bambini saranno contingentati, permane l’obbligo di mantenere le distanze e i sindaci potranno ordinare la chiusura se non si riescono a garantire le condizioni minime di sicurezza e distanziamento. 

• ATTIVITÀ FISICA LONTANO DA CASA

Per fare attività fisica ci si potrà allontanare dalla propria casa, senza più il vincolo dei 200 metri, ma sempre individualmente e mantenendo la distanza di sicurezza minima di un metro. Da questa regola sono escluse le persone che già condividono lo stesso domicilio.  

• OK AGLI ALLENAMENTI INDIVIDUALI

Possono riprendere ad allenarsi a porte chiuse le atlete e gli atleti professionisti e comunque quelli di rilevanza nazionale, ma non quelli che praticano sport di squadra. La distanza di sicurezza minima da mantenere in questo caso è di due metri.

• VIA AL SERVIZIO D’ASPORTO

Bar e ristoranti per ora potranno riaprire solo per il servizio d’asporto. Si dovrà entrare uno alla volta, rispettando la fila, le distanze di sicurezza e con i dispositivi di protezione. Per la completa riapertura, in modo da non creare assembramenti ancora troppo pericolosi, bisognerà attendere giugno. 

• ATTIVITÀ CHE RIPARTONO

Il 4 maggio riaprono le attività manifatturiere, di costruzioni, di intermediazione immobiliare e il commercio all’ingrosso. Già dal 27 aprile queste imprese hanno potuto effettuare le operazioni propedeutiche alla riapertura come la sanificazione degli ambienti e per la sicurezza dei lavoratori.

• CONSENTITI I FUNERALI

Potranno essere celebrati di nuovo i funerali, con la presenza dei familiari e fino a un massimo di 15 persone. È consigliato svolgere la funzione all’aperto e va mantenuta la distanza di sicurezza. Tutti i partecipanti dovranno indossare la mascherina. Per tutte le altre funzioni religiose il governo sta lavorando per trovare una soluzione che garantisca la libertà di culto tutelando la salute pubblica. 

• I PROSSIMI STEP

Alle aperture del 4 maggio seguiranno il 18 maggio anche i negozi al dettaglio, musei, mostre e biblioteche. Per parrucchieri, barbieri e centri estetici, bar e ristoranti il via libera è dal 1 giugno. 

Per garantire la salute di studenti, familiari e personale scolastico le scuole resteranno chiuse e riprenderanno le attività a settembre. 

La lotta alle mafie è una cosa seria

Parlarne in maniera superficiale, gettare un tema così importante nella caciara quotidiana, mentire ai cittadini dicendo che c’è una legge (o addirittura una circolare) di questo governo che impone ai giudici di scarcerare i mafiosi, è gravissimo.

Le decisioni sulle scarcerazioni per motivi di salute vengono adottate in piena autonomia e indipendenza dalla magistratura. Lo sanno tutti… o forse no, a giudicare da qualche video in rete.

Ad ogni modo, ho avviato tutti gli accertamenti interni ed esterni, anche presso l’ispettorato, sulle varie scarcerazioni.

Ma questo non basta. D’accordo col Presidente della Commissione Antimafia, Nicola Morra, siamo pronti a intervenire a livello normativo. Alcune delle proposte verranno inserite nel prossimo decreto legge.

Tra queste proposte, merita maggiore approfondimento quella che mira a coinvolgere la Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo e le Direzioni Distrettuali Antimafia e Antiterrorismo in tutte le decisioni relative ad istanze di scarcerazione di condannati per reati di mafia (ieri sera abbiamo emanato una circolare che va in questa direzione).

Come al solito, nessuna chiacchiera: soltanto leggi scritte nero su bianco.

Lettera della ministra Azzolina sull’edilizia scolastica, 25 milioni per il Veneto

Carissimi,

è mio preciso impegno manifestare concretamente la vicinanza delle Istituzioni ai territori, visitando le scuole e ascoltando la voce e i bisogni del personale scolastico, degli studenti, delle famiglie.

Oggi intendo condividere con Voi la ripartizione dei fondi per l’edilizia scolastica operata a livello regionale dal Ministero dell’Istruzione.

Le Regioni avranno tempo fino al prossimo 29 Maggio per inviare al Ministero dell’Istruzione gli elenchi degli interventi da finanziare.

Domani, intanto, si riunirà al Ministero dell’Istruzione la Cabina di regia sull’edilizia scolastica, per fare il punto su fondi e interventi.

Un abbraccio a tutti Voi (al momento rigorosamente telematico) e buon lavoro!

Lucia


Reddito di cittadinanza: è boom di domande (+9% in due mesi)

Oltre 142mila richieste tra febbraio e marzo arrivate all’Inps: nei primi mesi presentati i nuovi Isee 2020 mentre la crisi attuale amplia la popolazione in condizioni di povertà.

di seguito l’articolo de “Il Sole 24 Ore” di Michela Finizio:


Sono oltre 142mila i nuclei che hanno presentato domanda per il reddito o la pensione di cittadinanza nei mesi di febbraio e marzo 2020. Circa il 9% in più di richiedenti registrati a fine gennaio. Un incremento marcato rispetto al trend dei mesi precedenti che diventa un primo indice di ampliamento della popolazione in condizioni di povertà.

L’impennata emerge dai dati dell’ultimo osservatorio Inps aggiornati all’8 aprile: nei due mesi appena trascorsi (+8,5%) la platea dei richiedenti è salita a 1,8 milioni di famiglie. I nuclei beneficiari, invece, sono passati da 1,119 milioni agli attuali 1,28 milioni, con un balzo del 10 per cento. L’aumento, seppur calcolato su due mesi a causa dello stop dell’osservatorio Inps (non pubblicato a marzo per la chiusura degli uffici durante l’emergenza coronavirus), è netto se si guarda ai mesi precedenti: a gennaio i richiedenti erano aumentati solo del 2,2%, a dicembre dell’1,2% e a novembre del 2,7 per cento.

IL BOOM DELLE DOMANDE

Tra febbraio e marzo la crescita delle domande per l’assegno di cittadinanza è sensibilmente aumentata, sottolinea l’Inps, «a causa della presentazione della Dsu per l’Isee 2020», che viene fatta proprio nei primi mesi dell’anno: una valutazione della situazione reddituale e patrimoniale che ha determinato l’aumento della platea, nonostante sia cresciuto – in parallelo – anche il numero di nuclei «decaduti» per la perdita dei requisiti.

LA GEOGRAFIA DEI RICHIEDENTI


Il rischio povertà a causa dell’emergenza

Non è escluso, però, che questo aumento rispecchi i primi effetti delle misure restrittive in vigore per il Covid-19: «Presto avremo una platea più ampia di poveri», ha dichiarato il presidente Acli e portavoce dell’Alleanza contro la Povertà, Roberto Rossini. «L’acuirsi della crisi rende necessaria una revisione del sussidio in modo che si possa contrastare l’emergenza in corso». È possibile, infatti, che nei prossimi mesi il numero di richiedenti aumenti. In molti hanno perso il lavoro, altri sono stati sospesi o hanno subìto riduzioni di orario. Le famiglie dovranno fare i conti con l’erosione del reddito, con la cassa integrazione o l’assenza di ricavi da lavoro autonomo. «Le necessarie misure di contenimento del virus determineranno una recessione con una perdita di reddito più o meno marcata per ampi strati della popolazione», aggiunge Rossini.

Le politiche di sostegno al reddito

Per questo motivo il Governo sta lavorando a nuove misure di sostegno al reddito, aggiuntive, come gli 800 euro per autonomi e professionisti, i buoni spesa comunali e il Rem (reddito di emergenza) che potrebbe affiancare il reddito di cittadinanza per un periodo limitato. Il Forum Diseguaglianze e diversità ha proposto che quest’ultimo strumento, ancora in fase di definizione, preveda requisiti meno stringenti e senza condizionalità, in modo da raggiungere una platea più ampia e “far emergere” i molti lavoratori irregolari.

«Nel frattempo, però, bisogna anche modificare e potenziare le misure strutturali in essere come il reddito di cittadinanza, per renderle adeguate al nuovo contesto», aggiunge il portavoce dell’Alleanza contro la povertà che sul punto ha consegnato al ministero delle Politiche sociali alcune proposte di correttivo. Oltre alla modifica della scala di equivalenza, che da sempre penalizza i nuclei numerosi e con disabili, e alla “riduzione” del vincolo di residenza in Italia da 10 a 2 anni, tra le altre proposte viene sottolineata soprattutto la necessità di utilizzare un parametro capace di fotografare la situazione economica corrente del nucleo.

L’Isee, infatti, si basa sui redditi di due anni prima e, solo in caso di marcate variazioni (si veda la scheda in pagina), si può presentare l’Isee corrente. In queste ore, ci si può avvalere della consulenza “da remoto” dei Caf oppure può essere compilato online sul sito Inps con il Pin dispositivo, a patto però di avere già una dichiarazione Isee in corso di validità, cioè presentata dopo il 1° gennaio 2020. Nel frattempo, sulla scia del Dl cura-Italia, l’Inps ha disposto per gli attuali beneficiari la sospensione degli obblighi di comunicazione delle variazioni (dei componenti del nucleo, patrimoniali e lavorative) fino al 1° giugno 2020, ma per alcuni l’aggiornamento potrebbe essere utile per rivedere l’importo dell’assegno.

Traditori della patria

Siamo all’ultimo giro di giostra. L’Italia è davanti alla sfida più difficile: convincere gli Stati europei che davanti a una crisi epocale come quella che stiamo vivendo non c’è alternativa a una Europa più solidale, più equa e più giusta.
Gli Eurobond sono lo strumento adatto, prevedono una condivisione reale dei rischi e un finanziamento della ripartenza economica all’altezza di quanto stanno facendo Stati Uniti e Cina. Con gli Eurobond potremmo fare ripartire gli investimenti, sostenere il reddito dei cittadini, aiutare agricoltori, imprenditori, operatori del settore turistico, forze dell’ordine e personale sanitario.

Con gli Eurobond potremmo ricucire l’Italia dopo le lacerazioni di questo maledetto virus e assicureremmo che tutti gli Stati europei possano ripartire dallo stesso nastro di partenza senza vincoli, condizionalità o favoritismi.

Il Parlamento europeo ha votato una risoluzione, non vincolante, che contiene delle proposte per superare la crisi Covid-19. Toccherà agli Stati membri decidere, toccherà al Consiglio europeo giovedì prossimo sciogliere tutti i nodi ma una cosa è chiara: se la voce dell’unica Istituzione europea eletta democraticamente dai cittadini è forte e stentorea, nessuno potrà ignorarla.

Il gruppo dei Verdi ha presentato un emendamento al testo della risoluzione proponendo che una quota sostanziale del debito emesso per contrastare le conseguenze della crisi Covid-19 sia mutualizzato a livello dell’Ue. È il principio degli Eurobond e coerentemente noi abbiamo votato a favore di questo emendamento.

Il centrodestra invece è a pezzi: perfino gli europarlamentari di Fratelli d’Italia hanno votato a favore degli eurobond, ma quelli di Lega e Forza Italia, invece, hanno votato contro e con i loro voti determinanti, lo hanno fatto decadere.

Qualcuno ha pensato di indebolire la voce del Parlamento europeo e, schierandosi dalla parte dei vari sovranisti, alfieri dell’austerity e campioni dell’egoismo hanno gettato la maschera e mostrato il loro vero volto: hanno tradito il loro Paese. Lega e Forza Italia hanno votato come gli europarlamentari di Orban e come i falchi tedeschi e olandesi contro gli interessi italiani in Europa e nel mondo. I loro selfie con chi odia l’Italia sono una vergogna nazionale.

Alla vigilia del Consiglio europeo, questa risoluzione del Parlamento europeo sarebbe stata l’occasione giusta per mettere fiato sul collo ai Paesi più ostili agli strumenti di condivisione come l’Olanda, l’Austria, la Germania e la Finlandia, ma purtroppo per colpa dei nostri sovranisti da strapazzo si è trasformata in una occasione mancata. Ci saremmo aspettati un’Italia unita al fronte della guerra contro il Coronavirus, unita come una testuggine romana e invece, ancora una volta, c’è chi rompe le fila e tradisce gli interessi della Patria.

Giovedì prossimo tutta Italia tiferà Giuseppe Conte. Se il Presidente del Consiglio vince questa difficile trattativa europea saranno tutti i cittadini italiani a beneficiarne. È tempo di fare la storia. L’Italia chiamò.

Lettera dei parlamentari del MoVimento al Commissario europeo alla concorrenza

dei capigruppo di Camera e Senato, Davide Crippa e Gianluca Perilli:

Con il sostegno dei deputati e dei senatori del MoVimento 5 Stelle appartenenti alle commissioni parlamentari Finanze, Attività produttive e Politiche Europee, abbiamo inviato la lettera che segue al Commissario europeo alla Concorrenza Margrethe Vestager.

In un periodo come questo, nel quale all’emergenza sanitaria è seguita un’emergenza economica, l’Unione Europea deve dimostrare di tutelare allo stesso modo tutte le imprese europee, indipendentemente dallo Stato membro nel quale operano. Non è accettabile che l’Italia paghi un prezzo economico più alto perché è stata colpita dal coronavirus con particolare intensità e ha dovuto rispondere con fermezza chiudendo tutte le attività produttive non essenziali.

Chiediamo che l’Unione sia attenta e determinata nella tutela di un principio fondamentale che la contraddistingue: la libera e leale concorrenza. Va scongiurato il pericolo di una concentrazione dell’offerta di prodotti e servizi ad esclusivo favore di quelle imprese che abbiano beneficiato di misure meno restrittive e/o parzialmente restrittive, adottate da altri Paesi membri dell’UE.

Anche perché il modello italiano di gestione del virus è stato considerato a livello internazionale come un punto di riferimento. L’Italia, giustamente, ha messo al primo posto la salute dei suoi cittadini. Per quanto riguarda il sostegno all’economia, però, serve equità e una regia ambiziosa da parte delle istituzioni europee.

Da questa doppia emergenza dobbiamo uscire più forti, attraverso soluzioni coraggiose ed innovative, con spirito di solidarietà e senza alimentare divergenze tra Paesi del Nord e del Sud, come la stessa Vestager ha voluto sottolineare.


Gentile Commissaria Vestager,

a quasi due mesi dai primi casi accertati di COVID-19 in Italia e a tre settimane dalla decisione di imporre al Paese restrizioni senza precedenti, l’impatto della pandemia da coronavirus sull’economia italiana ed europea sta iniziando a delinearsi. La crisi economica prodotta dal coronavirus, già di per sé unica nel suo genere, sta avvenendo in un momento particolare della congiuntura internazionale e per questo richiede una più salda e attenta gestione delle politiche sanitarie ed economiche. Essa sta provocando un blocco economico globale senza precedenti, sia dal lato dell’offerta sia da lato della domanda di beni e servizi e ciò si sta verificando in una fase in cui l’economia, messa già in ginocchio nel 2008, era ancora in fase di ripresa ed i tentativi di rilancio stavano avvenendo non senza difficoltà.

Tale situazione emergenziale preoccupa molto e in questo contesto abbiamo accolto con favore le sue parole, Vicepresidente Margrethe Vestager, quando afferma di temere per la divisione tra i Paesi del Nord e del Sud dell’Ue nel dibattito per trovare una soluzione all’impatto economico del coronavirus. Ecco perché riteniamo estremamente importante – come da Lei sottolineato – riuscire a trovare, in uno spirito di dialogo e concertazione, soluzioni utili a finanziare la ripresa in modo solidale, senza pregiudizi e senza mantenere divergenze che potevano essere pertinenti durante la crisi finanziaria, ma che ora non hanno ragione d’essere, visto che siamo tutti colpiti da qualcosa che è al di là del controllo umano.

Ciò detto, tutti i maggiori soggetti internazionali hanno riconosciuto in quello italiano il modello a cui far riferimento nella fase di messa in campo di misure restrittive idonee ad impedire il contagio da Covid19.

Il modello italiano è divenuto una best practice da importare nei paesi europei ed extraeuropei. Non a caso, le misure restrittive sperimentate dall’Italia sono state progressivamente adottate anche dagli altri Stati europei, con modalità e tempistiche diverse gli uni dagli altri, mantenendo, ad esempio, attive imprese e filiere di produzione differentianche apparentemente non appartenenti a settori essenziali o strategici.

Tale circostanza, nel breve e medio periodo, come sottolineato anche dalle Associazioni di categoria italiane, potrebbe creare una concentrazione dell’offerta di prodotti e servizi ad esclusivo favore di quelle imprese che abbiano beneficiato di misure meno restrittive e/o parzialmente restrittive, adottate da altri Paesi membri dell’UE.

Alla luce di quanto sin qui esposto, desideriamo sottoporre alla Sua attenzione, in qualità di Commissario europeo responsabile per la Concorrenza, la delicata questione relativa all’opportunità di condurre una azione di indagine e monitoraggio sulla consistenza di eventuali pratiche anticoncorrenziali, tali da pregiudicare il tessuto industriale del mercato comune europeo.

Si chiede, altresì, se non si ritenga opportuno avviare un’azione di verifica circa la consistenza di eventuali concentrazioni per quelle filiere produttive (sia di beni che di servizi) che, a seguito dell’adozione non uniforme, a livello di Unione europea, di provvedimenti restrittivi da parte degli Stati membri, siano suscettibili di ostacolare in modo significativo la concorrenza effettiva, al fine di assicurare la parità di condizioni tra le imprese europee, garantendo al tempo stesso un’identica, o quanto meno simile, applicazione di misure restrittive in tutti i Paesi membri.

Tale proposta di monitoraggio e verifica, oltre ad assicurare una concorrenza leale e in condizioni di parità tra tutte le imprese, potrebbe contribuire ad un miglior funzionamento dei mercati dell’Unione, consentendo altresì un mantenimento di equilibri di gettito interno dei Paesi membri dell’Ue. In tal modo, si potrebbero evitare ulteriori danni economici, oltre a quelli già ipotizzati da questo blocco, a beneficio dei consumatori, delle imprese e dell’economia europea in generale.

In questo epocale e globale momento di difficoltà si dovrebbe poter contare, più che in altri momenti, sul senso di unione, condivisione e cooperazione, aspetti in linea con il principio di solidarietà che guida l’azione di tutti gli Stati membri dell’Ue.

Certi dell’attenzione che la S.V. vorrà rivolgere alla questione sottopostaLe, restiamo in attesa di un Suo cortese e auspicato riscontro.

Distinti saluti


Dear Commissioner Vestager,

Almost two months after the first confirmed cases of COVID-19 in Italy and three weeks after the decision to impose unprecedented restrictions on the country, the impact of the coronavirus pandemic on the Italian and European economy is starting to take a clearer shape. The economic crisis brought about by the coronavirus, which is in itself unique in its kind, is taking place at a very particular moment in the international situation and for this reason requires firmer and more careful management of health and economic policies. It is causing an unprecedented global economic shutdown, on the supply side and as well as on the demand of goods and services, and this is occurring at a time when the economy, already brought to its knees in 2008, was still in a period of recovery and when attempts to relaunch it were taking place not without difficulties.

This emergency situation is extremely worrying and in this context we welcomed your words, Madam Vice-President Margrethe Vestager, when you stated you feared the split between the countries of the North and South of the EU in the debate to find a solution to the economic impact of the coronavirus pandemic. This is why we believe it is extremely important – as you emphasised – to be able to find, in a spirit of dialogue and concertation, solutions which can contribute to finance recovery in a way characterised by solidarity, without preconceived ideas and without maintaining divergences which might have been relevant during the financial crisis, but which now have no reason to exist, given that we are all affected by something that is beyond human control.

That said, all the major international players have recognized the Italian model as the model to refer to in deploying restrictive measures geared to prevent the spread of Covid19 contagion.

The Italian model has become a best practice to be replicated by countries inside and outside Europe. It is no coincidence that the restrictive measures tested by Italy have also been progressively adopted by other European States, with differences in methods and timing, continuing in some cases, for example, the operations of various companies and supply chains, even when they do not belong to essential or strategic sectors. 

In the short and medium term, as emphasised by the Italian trade associations, this could lead to the supply of products and services being concentrated in the hands of companies which have benefited from less restrictive or partially restrictive measures adopted in certain EU member states.

In light of this, we wish to bring to your attention, as European Commissioner responsible for Competition, the delicate issue of whether it might be suitable to undertake investigation and monitoring actions with regard to the scale of possible anti-competitive practices which could prejudice the industrial fabric of the common European market. 

We would, furthermore, ask whether you consider it appropriate to: undertake actions to ascertain the size of any forms of concentration which might exist in production chains (both for products and services) which, following the uneven adoption within the EU of restrictive measures on the part of member states, might significantly impede effective competition; and, in response, move to ensure that identical or at least similar restrictive measures are adopted in all member states. 

This proposal for monitoring and verification, in addition to ensuring fair and equal competition between all companies, could contribute to a better functioning of the Union’s markets, also permitting the maintenance of balanced internal revenues for EU member states . In this way, it would be possible to avoid further economic damage, beyond what has already been forecast as a result of the current shutdown, to the benefit of consumers, businesses and the European economy in general.

In this epochal time of global difficulty it should be possible, more than at other times, to rely on a sense of unity, sharing and cooperation, in line with the principle of solidarity which guides the action of all EU Member States.

We are certain that you will give your attention to the issue raised and we look forward to your kind reply.

Kind regards

Coronavirus, ciò che le Regioni non dicono (e non hanno fatto)

di Maria Domenica Castellone e Barbara Floridia

Non è questo il momento di puntare il dito. Non è questo il momento della propaganda alla ricerca del consenso elettorale. L’emergenza sanitaria da Covid-19 è ancora drammaticamente in corso. Abbiamo accolto ogni appello del presidente Mattarella a una leale collaborazione tra tutti i livelli istituzionali eppure alcuni politici hanno scelto di non fermarsi e di utilizzare questa emergenza per il proprio tornaconto personale. Come se davvero il costante attacco a chi, in queste settimane, lavora senza sosta per potenziare la sanità e sostenere famiglie, imprese e lavoratori, fosse un atto irrinunciabile.

Abbiamo assistito alle incoerenze di Salvini (“apriamo tutto, Milano deve ripartire“. E subito dopo: “chiudiamo tutto“); alle durissime accuse di alcuni governatori regionali; a emendamenti vergognosi presentati dalla Lega per tutelare i direttori generali delle strutture sanitarie, nominati secondo logiche dettate dalla politica e non dalla reale competenza di settore. Ma a tutto c’è un limite. E allora ribadiamo che questo non è il momento di puntare il dito, ma è sicuramente il momento di provare a dare delle spiegazioni e rispondere a chi cerca di confondere i cittadini, impauriti e preoccupati, addossando al governo ed al parlamento qualsiasi responsabilità ed ogni mancanza.

Per chiarire come veramente stanno le cose, bisogna partire da un documento, reperibile on line, che detta le linee nazionali della risposta ad epidemie: si tratta del “Piano nazionale di preparazione e risposta a una pandemia influenzale”.

Un documento, aggiornato al 2010, a cui TUTTE le Regioni avevano l’obbligo di adeguarsi per ottemperare gli adempimenti in esso previsti; tanto che il Ministero aveva inserito il rispetto del piano pandemico all’interno dei LEA (livelli essenziali di assistenza).

La gestione di una epidemia prevede infatti più livelli di azione: uno nazionale, uno regionale, uno locale a livello di Asl ed ospedali.

Il piano nazionale di cui sopra, che rappresenta il punto di riferimento dei piani operativi regionali, detta quindi le linee di indirizzo mentre quello regionale mette in atto le direttive nazionali, adeguando la rete sanitaria regionale alla gestione dell’emergenza epidemica e prevedendo il rifornimento delle strutture sanitarie di strumenti e dispositivi necessari a mettere in atto le misure sanitarie previste.

Questo piano indica chiaramente cosa fare non solo durante ma anche in previsione di una pandemia. Si parla dell’approvvigionamento dei dispositivi di protezione individuale (DPI) per il personale sanitario, del controllo del funzionamento dei sistemi di sanificazione e disinfezione, dell’individuazione di appropriati percorsi per malati o sospetti tali, del censimento della disponibilità di posti letto in isolamento e di stanze a pressione negativa, del censimento dei dispositivi meccanici per l’assistenza ai pazienti.

In sintesi tutto quello che è mancato in questa emergenza: attrezzature, mascherine, ventilatori, posti letto.

Dopo la riforma del Titolo V, sono le Regioni, attraverso le aziende sanitarie a rappresentare il livello di governo chiamato ad assicurare in via “ordinaria” le prestazioni sanitarie alle persone.

Cosa avviene quindi in caso di emergenza pandemica?

Lo Stato può intervenire ed attivare la Protezione Civile, la quale però non si sostituisce alle strutture sanitarie regionali, ma costituisce un organo di supporto, provvedendo ad aiutare le singole regioni per gli approvvigionamenti di medicinali e dispositivi medici, per l’allestimento di nuove strutture ospedaliere, per l’apporto di personale sanitario.

Le Regioni quindi gestiscono l’emergenza sanitaria e lo Stato si affianca per aiutarle.

La triste verità in questa emergenza è che nessuna delle Regioni italiane era adempiente né pronta ad affrontare una pandemia, tanto meno questa, che ha messo in ginocchio i sistemi sanitari di tutto il mondo. Quando parliamo di incapacità di programmazione intendiamo proprio questo: non aver saputo, per decenni, utilizzare le risorse in modo oculato e non aver saputo programmare gli interventi da attuare in base ai reali fabbisogni di salute della popolazione. Ecco perchè non si possono adesso scaricare le colpe del ritardo nella risposta all’emergenza allo Stato centrale né tantomeno alla Protezione Civile.

Già dal 22 Gennaio è stata istituita, presso il Ministero della Salute, una task force dedicata alla gestione dell’emergenza che chiedeva alle Regioni di verificare la disponibilità di attrezzature, dispositivi e risorse necessarie secondo il piano pandemico vigente. Peraltro, proprio per l’eccezionalità di questo evento epidemico, al fine di accelerare e semplificare le procedure organizzative delle Regioni,

il Governo ha concesso alle stesse il potere di emanare ordinanze restrittive per affrontare specifiche esigenze locali, insieme a poteri in deroga per gli acquisti di DPI e materiale sanitario e con ordinanze della Protezione Civile, a partire dal 23 febbraio per il Piemonte e per la Lombardia, sono stati indicati nei presidenti di Regioni i soggetti attuatori della gestione dell’emergenza.

Lo Stato quindi si è affiancato alle Regioni, attraverso la protezione Civile, aiutandole a reperire DPI ed attrezzature, distribuite su tutto il Paese in base alle esigenze. Eppure anche questa azione di supporto è stata strumentalizzata da diversi governatori che lamentavano “mancate consegne”, poi in realtà smentiti dai dati reali, visionabili quotidianamente sul sito della Protezione Civilealla voce “Ada” (Analisi distribuzione aiuti), dove si elenca la tipologia ed il numero delle attrezzature consegnate in ogni Regione.

Questa emergenza di sicuro ci ha insegnato una cosa: non si può risolvere uno stesso problema, con tante risposte, frammentate e tutte diverse tra loro. Serve coordinamento e serve una gestione unitaria per garantire ai cittadini su tutto il territorio nazionale lo stesso diritto alle cure.

Da Nord a Sud, ci sono migliaia di persone in prima linea che stanno combattendo col virus corpo a corpo. Da Nord a Sud ci dovrebbe unire la volontà di rimettere insieme il Paese. Eppure, da Nord a Sud, si intravedono personaggi in preda ad un delirio da narrazione colorita, alla ricerca dei voti perduti.

Eppure questi stessi personaggi dovrebbero spiegare ai cittadini perché hanno trascurato gli adempimenti previsti nel piano pandemico nazionale. Da tutti i governi regionali. Ecco cosa significa saper programmare. Ecco perché dopo questa crisi sanitaria bisognerà invertire la rotta e fare scelte coraggiose, affinché il sacrificio di tanti non sia vano.

Ozonoterapia, una speranza per contrastare il Coronavirus

Al Policlinico Umberto stanno gia’ iniziando a sperimentare l’ozonoterapia che viene utilizzata ad Udine per provare a migliorare la respirazione di chi è affetto da Covid-19. Il caso Udine fa scuola e il protocollo è stato approvato a Roma proprio oggi, dove stanno sottoponendo a questa terapia il primo paziente.

Speriamo bene insomma.

Un Reddito di Emergenza per aiutare chi è in difficoltà: nessuno si salva da solo

Il nostro paese sta vivendo giornate che mai avrebbe pensato di vivere. Il Covid-19 è entrato nelle nostre vite stravolgendo abitudini, costumi e routine quotidiane. Soprattutto, ha costretto larga parte degli italiani a fermarsi. Così, da un giorno all’altro, milioni di nostri concittadini si sono trovati nell’impossibilità di fare ciò più di ogni cosa dà loro dignità, oltreché sostentamento: il proprio lavoro.

Dall’industria al commercio, passando per agricoltura, artigianato, edilizia, logistica, turismo, sport e tantissimi altri settori dell’Italia produttiva, si è fermato praticamente tutto. E a parte quei lavoratori impegnati nel garantirci cure sanitarie, cibo, farmaci e altri servizi essenziali, milioni di italiani sono a casa con le loro famiglie. Con la preoccupazione di un’emergenza che non si sa con certezza quando ci consentirà di tornare gradualmente alla normalità. E, in molti casi, senza le risorse per affrontare la quotidianità.

governo si è mosso con tempestività su tanti fronti: ha stanziato subito miliardi per la cassa integrazione dei lavoratori dipendenti, ha previsto indennità per quei lavoratori autonomi costretti a uno stop forzati, ha sbloccato subito fondi per i comuni per consentire aiuti immediati alle famiglie che fanno fatica a fare la spesa per sopravvivere.

Però, proprio per quella parte della popolazione con maggiori difficoltà economiche, serve quello che il ministro del Lavoro Nunzia Catalfo ha chiamato un “ulteriore salvagente”. Un reddito di emergenza, appunto, per dare modo a tutti quei cittadini che non rientrano nei sussidi e nei sostegni già individuati di mettere insieme il pranzo con la cena. 3 Miliardi di euro per una platea di circa 3 milioni di cittadini che si trovano in difficoltà.

Questa fase così delicata sta esasperando le tante fragilità croniche del mondo del lavoro del nostro paese.

Anche prima della crisi, non tutti i lavoratori avevano accesso ad ammortizzatori sociali degni di tali nome. Alcuni, purtroppo, neanche a un regolare contratto di lavoro.

Per tale motivo non possiamo girarci dall’altra parte e far finta di nulla. Il MoVimento 5 Stelle, da quando è entrato nella vita politica italiana, non lo ha mai fatto. E si è sempre messo dalla parte dei più deboli, facendo del Reddito di Cittadinanza uno dei suoi obiettivi più grandi, che proprio oggi consente a 2,5 milioni di persone di non vivere in condizioni di povertà assoluta. Quando saremo fuori dall’incubo del virus, infatti, lo potenzieremo.

Adesso però bisogna pensare all’oggi. Il Coronavirus in queste settimane ha scalfito nelle nostre menti un insegnamento, divenuto ormai una consapevolezza: nessuno, di fronte a una tragedia simile, può salvarsi da solo. Non possiamo permetterci il lusso di lasciare indietro nessun cittadino. Sarebbe un errore imperdonabile.

Il reddito di emergenza deve diventare quel “paraurti” che ci consenta, tutti insieme, di evitare di andare a sbattere. Il puntello decisivo, per permetterci di ripartire piano piano quando il virus avrà nettamente rallentato.

Siamo certi che tutti, dalle altre forze politiche ai cittadini, ci seguiranno in questo delicatissimo passaggio.

Il reddito di emergenza guarda all’oggi, per permetterci di affrontare tutti con dignità il domani.

Con il taglio degli stipendi i politici dimostrino solidarietà all’Italia

L’emergenza sanitaria causata dal coronavirus sta imponendo enormi sacrifici a tutti. In un momento in cui il nostro Paese è alle prese con una crisi che ha pochi precedenti nella storia, la politica ha il dovere di dimostrare che è al fianco dei cittadini.

Per questo il taglio degli stipendi dei parlamentari proposto dal nostro capo politico, Vito Crimi, è sicuramente una misura doverosa da mettere in campo. Una proposta che metterebbe sul piatto degli aiuti concreti una cifra di circa 60 milioni di euro all’anno.

Quella del taglio degli stipendi è per noi del Movimento 5 Stelle una ragion d’essere. Ora però è il momento che tutti i parlamentari facciano la loro parte. Come rappresentanti delle istituzioni abbiamo il compito, adesso più che mai, di dare segnali forti di sostegno e vicinanza ai cittadini che sono in difficoltà.

L’attuazione di questa proposta contribuirebbe enormemente a quanto già sta facendo il Movimento 5 Stelle con lo sviluppo di altri importanti progetti.

Con l’estensione del taglio degli stipendi a tutto l’arco parlamentare possiamo dimostrare che anche i politici, senza distinzioni, sono solidali con il nostro popolo con l’Italia intera. Facciamolo, senza perdere altro tempo e senza polemiche, dimostriamo di essere uniti in questo momento così difficile.