Questo weekend torna #AlberiPerIlFuturo. Contribuisci a creare un futuro più felice!

Sabato 16 e domenica 17 novembre si terrà l’edizione 2019 di Alberi per il futuro, un’iniziativa che stiamo portando avanti dal 2015.

Ricordo quando la organizzammo in Emilia-Romagna ed era una delle iniziative a cui teneva di più mio padre. Non è un caso che oggi si stia parlando sempre di più di alberi che devono essere piantati nelle nostre città. Oggi dobbiamo creare delle città più verdi, dobbiamo creare delle città in cui si possa finalmente respirare.

Ed è questo il motivo per cui, anche con mio padre, tutelavamo tutti gli alberi che c’erano, in particolare a Milano, e in giro per l’Italia.

In mezzo alle città, oggi dobbiamo avere degli alberi. Negli ultimi 60 anni i centri urbani si sono sviluppati secondo una visione distorta, lontana dei principi dell’ecosistema e che costringe i cittadini a stare nello smog, a cambiare il senso della vita. È per questo che questo weekend vi invito tutti a cercare il posto più vicino a voi: ci sono oltre 100 città che partecipano ad Alberi per il futuro.

Abbiamo piantato oltre 40.000 alberi, dal 2015 a oggi, in oltre 200 comuni e ogni albero in più è un passo verso il cambiamento.

Sabato 16 e domenica 17 novembre ci saranno nuove piantumazioni in tantissime città. Partecipa anche tu ad Alberi per il futuro, contribuisci a creare un futuro più verde, più sano, più felice in cui vivere.

Cercate la città più vicina su www.alberiperilfuturo.it

Ciao a tutti, ci vediamo il prossimo weekend!


STAI ORGANIZZANDO? QUANTI ALBERI PIANTERAI E DOVE?

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L’ILVA è una questione di sovranità nazionale

Arcelor Mittal è una multinazionale estera che ha firmato un contratto con lo Stato impegnandosi ad assumere 10.500 lavoratori.

Era un contratto discutibile, che la favoriva eccessivamente e che io definii il “delitto perfetto”. Un contratto che provai a revocare nel 2018 e che migliorai, obbligando Arcelor Mittal ad assumere tutti e 10.500 e non solo 8.000 come voleva fare all’inizio.

Ora di quei 10.500 ne vogliono licenziare 5000, e altri 1395 sono già in cassa integrazione. E non perché sia venuto a mancare lo scudo penale ma semplicemente perché hanno sbagliato i conti e non sono riusciti ad attuare il piano industriale che loro stessi hanno proposto e con cui hanno vinto la gara pubblica.

Mi implorarono di dargli lo stabilimento dicendomi che sarebbero arrivati a 8 milioni di tonnellate. Poi invece hanno scoperto di non riuscire a produrne neanche 4 milioni.

Le multinazionali sbagliano i conti e pure tanto. Ma allo Stato interessano gli impegni.

La prima cosa che voglio dirvi è che in questi giorni si sta consumando una battaglia per la sovranità dello Stato italiano. Se una Multinazionale ha firmato un impegno con lo Stato, lo Stato deve farsi rispettare, chiedendo il rispetto dei patti e facendosi risarcire i danni.

Per questo sostengo l’appello all’unità lanciato oggi dal Ministro Patuanelli. Tutte le forze politiche di Governo supportino l’azione del Presidente Conte, che già ieri ha smascherato il primo bluff, portando Mittal ad ammettere che avrebbero licenziato comunque 5000 dipendenti, anche con la reintroduzione del cosiddetto scudo penale.

Mi rivolgo, come ha fatto Patuanelli, anche alle opposizioni e in particolare a chi si definisce sovranista, perché proprio la loro posizione è controversa.

Victor Orban, il loro idolo, in Ungheria combatte infatti le multinazionali, nazionalizzando addirittura le Banche. Gli mette nuove tasse e li vuole cacciare via dalla gestione di servizi strategici, come gas e luce.

Qui invece come hanno reagito i leghisti alla minaccia di Arcelor Mittal? Salvini: “Reintrodurre subito l’immunità”. Una resa senza condizioni. Tra un po’ gli portano anche la scorzetta di limone.

Senza contare che la multinazionale ha già detto che lo scudo non c’entra e che comunque loro lasceranno per strada 5mila persone. Siamo arrivati al paradosso che la multinazionale fa leva sui sovranisti per piegare la volontà dello Stato.

In questi giorni ci sarà da far rispettare la sovranità dello Stato. E non lo potranno fare i camerieri delle multinazionali travestiti da sovranisti. Dovranno farlo le persone di buon senso. Unite e tutte dalla stessa parte, quella della città di Taranto, dei suoi cittadini e dei suoi lavoratori.

Il Movimento 5 Stelle ci sarà.

Sull’IVA sventato il disastro di Salvini #Manovra2020

L’IVA non aumenterà. Abbiamo lavorato duramente per scongiurare una tassa media di 600 euro a famiglia, ogni anno. Un vero salasso per gli italiani, in particolare per la classe media e le famiglie meno abbienti.

Dopo la scellerata decisione di Salvini di tradire il Contratto di Governo, ingolosito dall’idea di ottenere pieni poteri, siamo rimasti soli a lavorare duramente per gli italiani.

La situazione oggettivamente era molto complessa. Bisognava trovare parecchi soldi per scongiurare 23 miliardi di maggiori tasse. In pochi lo credevano possibile e quasi tutta la stampa ci dava per spacciati. I più ottimisti parlavano di aumenti selettivi dell’IVA su alcuni prodotti. Ma noi abbiamo sempre creduto di potercela fare, avevamo fatto una promessa e volevamo mantenerla a tutti i costi e l’IVA non aumenterà per nessun prodotto.

La stangata si sarebbe abbattuta in particolare sulle coppie con due o tre figli, per le quali si calcolava un esborso extra di 740 euro circa. Latte, pasta, caffè, carne, pesce, tutto sarebbe aumentato per via della nuova tassa di Salvini. Al bar un caffé da 90 centesimi sarebbe salito a 93 centesimi. Una bottiglia di birra da 0,66 litri avrebbe visto il proprio prezzo lievitare da 1,55 euro di oggi a 1,61 euro. Per non parlare dei rincari per le bollette di luce e gas: una bolletta del gas da 1096 euro si sarebbe pagata 1126 euro e una della luce da 552 euro si sarebbe pagata 567 euro.

Gli aumenti non avrebbero riguardato solo i beni di consumo quotidiani, ma tutti. Un paio di scarpe da ginnastica da 100 euro sarebbero arrivate a costare 103,07 euro, e se qualcuno avesse voluto acquistare un’auto nuova di media cilindrata dal costo di 16.775 euro ne avrebbe dovuti sborsare 17.394 euro. Costi in più che possono sembrare contenuti se misurati sul singolo prodotto, ma che sommati avrebbero colpito duramente i consumi e i redditi delle famiglie italiane.

L’IVA sarebbe aumentata perché senza un nuovo governo prima di gennaio il Paese avrebbe sperimentato l’esercizio provvisorio, come previsto dall’articolo 81 della Costituzione. Si tratta di un provvedimento che vincola il governo per un massimo di 4 mesi a gestire solo l’ordinaria amministrazione, senza la possibilità di varare le misure necessarie a governare il Paese e a bloccare l’aumento dell’IVA, che avrebbe colpito gli italiani in automatico a partire dal 1° giorno del nuovo anno.

Al MoVimento 5 Stelle non interessa destra o sinistra, ci interessa portare avanti i punti del programma scritti insieme ai cittadini e votati a larga maggioranza dagli elettori. Avevamo promesso il taglio dei parlamentari e siamo riusciti a imporlo a tutti quanti.

Avevamo detto che l’IVA non sarebbe aumentata e siamo riusciti a mantenere la promessa. Questa è l’unica cosa che ci interessa.

Con il RdC iniziamo a portare l’Italia al livello degli altri Paesi UE

Di seguito l’intervista a Nunzia Catalfo, ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, apparsa su “Famiglia Cristiana”:

«I risultati concreti stanno per arrivare». È fiduciosa Nunzia Catalfo, 52 anni, ministro del Lavoro e delle Politiche sociali. Lei, che già nel 2013 era stata prima firmataria del disegno di legge per l’istituzione del Reddito di cittadinanza, sottolinea innanzitutto che “non sono previste modifiche a questa misura, partita solo alcuni mesi fa. Adesso attendiamo i risultati che arriveranno con la seconda fase che è già iniziata. I Centri per l’impiego hanno avviato le convocazioni (sono già stati sottoscritti 50 mila Patti per il lavoro), e sono operative le due piattaforme previste dal decreto (GePI, acronimo di Gestionale per i patti per l’inclusione, e MyAnpal, la “scrivania digitale” che fa da intermediaria tra domanda e offerta di lavoro). Inoltre, la scorsa settimana ho firmato il decreto per l’avvio dei progetti utili alla comunità a cui i percettori parteciperanno nei loro Comuni di residenza”

Continua a essere convinta della bontà del provvedimento?

«Il Reddito di cittadinanza è una misura che andava fatta perché, come ha recentemente ricordato anche papa Francesco, i poveri non sono numeri ma persone a cui andare incontro. Questo è stato il motore della nostra azione. Il provvedimento è il grimaldello che, affiancato a un sostegno al reddito, ha messo fine all’immobilismo sulle politiche del lavoro in Italia. Abbiamo messo in piedi un’azione di sistema che questo Paese aspettava da vent’anni, finanziando con un miliardo di euro le Regioni per potenziare infrastrutture e risorse umane. Entro il 2021 saranno assunti a tempo indeterminato 11.600 nuovi operatori che andranno ad aggiungersi agli 8 mila che già operano nei Centri per l’impiego. Finalmente iniziamo a portare l’Italia al livello degli altri Paesi Ue».

I furbetti del Reddito di cittadinanza. Come trovarli?

«Come stiamo già facendo. Con controlli serrati che, grazie al lavoro delle autorità, già nei primi 6 mesi ci hanno permesso di scovare 185 lavoratori “in nero” percettori di RdC. Per tutti è scattata la denuncia più la revoca del beneficio. Il regime sanzionatorio che abbiamo previsto è molto severo: chi froda lo Stato prendendo indebitamente il Reddito rischia fino a 6 anni di carcere. Su questo non facciamo sconti».

In quali zone del Paese ci sono più domande?

«La maggior parte dei 980 mila nuclei percettori risiede in Campania (19%) e Sicilia (17,3%), mentre le percentuali più basse si registrano in Valle d’Aosta (0,1%) e Trentino-Alto Adige (0,3%)».

Questo significa che c’è anche più disoccupazione al Sud. Come combatterla?

«La disoccupazione noi la stiamo già combattendo e i dati ci danno ragione, tanto che ad agosto il tasso è sceso al 9,5%, ai minimi dal 2011. Anche la disoccupazione giovanile è in calo di 1,3 punti percentuali al 27,1%, il punto più basso dal 2010. Sappiamo che non basta, che oltre alla quantità bisogna rafforzare anche la qualità del lavoro. La parola chiave è diritti e per questo abbiamo fatto subito il Decreto dignità che, malgrado le critiche, sta dando i suoi frutti. I prossimi passi sono il taglio del cuneo fiscale e il salario minimo. Così si consoliderà il trend delle assunzioni e ci saranno benefici anche al Sud».

Com’è composto il nucleo familiare dei percettori del Reddito?

«Si tratta di famiglia con, in media, 2,4 persone con un’età attorno ai 36 anni. Il 36% dei nuclei familiari che percepiscono il Reddito di cittadinanza vede la presenza di minori: in totale sono 597mila. Un numero da tenere a mente perché vuol dire che circa 600 mila minori, grazie al RdC, hanno un sostegno certo. È una delle cose di cui vado più fiera».

Il Reddito di cittadinanza non risolve, però, tutti i problemi. Lei ha detto che uno dei suoi cavalli di battaglia sarebbe stata anche la parità di reddito delle donne. A che punto siamo?

«L’obiettivo è quello di arrivare a una totale parità delle retribuzioni tra uomo e donna, che non deve essere solo formale, ma sostanziale. Come? Stiamo studiando una serie di misure premiali volte a incentivare chi assume donne al rientro dalla maternità, a contrastare il part-time involontario, al riconoscimento del lavoro di cura e al rafforzamento del congedo di paternità obbligatorio. In questo senso, intendo coinvolgere pienamente le Camere: in Parlamento ci sono già diverse proposte di legge che possono rappresentare una base di partenza».

Bisogna combattere anche il lavoro nero e il caporalato.

«Il 16 ottobre al ministero del Lavoro ho insediato il tavolo interistituzionale sul caporalato. Voglio che dai lavori del tavolo emergano con forza procedure che spezzino il ruolo centrale del caporale. Questo si può fare esclusivamente rendendo trasparente l’incrocio tra domanda e offerta di lavoro. Su questo tema ho avuto modo di confrontarmi con lo Special Rapporteur per le schiavitù dell’Onu, Urmila Bhoola, che ha molto apprezzato l’impegno dell’Italia in questa direzione. Nel contesto difficile in cui ci troviamo a operare, nel quale la criminalità organizzata approfitta delle debolezze dei lavoratori, dobbiamo anche riconoscere che non siamo soli. Abbiamo il supporto della Commissione europea, grazie al Programma di sostegno alle riforme strutturali. Dal canto nostro, come ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali abbiamo finanziato con 85 milioni di euro il piano triennale dedicato proprio alla prevenzione e alla lotta al caporalato».

Abbiamo delle ottime leggi sulla sicurezza, perché allora aumentano gli infortuni e le morti sul lavoro?

«È vero, abbiamo una delle legislazioni più avanzate d’Europa ma questa non è del tutto attuata. È mia intenzione realizzare un aggiornamento del Testo unico sulla sicurezza del 2008. Questo è un obbligo morale, prima che giuridico, di fronte al fenomeno degli infortuni sul lavoro che continuano a essere ancora troppo elevati. Ricordiamoci sempre che parliamo di persone, non di numeri. Occorre inoltre fare in modo che le leggi che abbiamo siano rispettate. Per questo, stiamo già lavorando per far attivare la patente a punti per le imprese che investono in sicurezza e stiamo provvedendo al rafforzamento dell’attività di vigilanza, con nuove assunzioni di personale ispettivo. Puntiamo poi sulla diffusione della cultura della prevenzione attraverso campagne informative e formative. Sono partiti i primi progetti di formazione finanziati dal mio Ministero attraverso il bando Inail: circa 15 milioni di euro che raggiungeranno 30 mila lavoratori in tutta Italia con metodi didattici innovativi adeguati alle specifiche realtà aziendali».

La Pubblica Amministrazione può fare molto per il clima. E lo stiamo facendo!

Approvvigionamenti più verdi, abitudini di lavoro più sostenibili, spinta sulla digitalizzazione ed estensione del modello dello smart working: sono tanti i fronti su cui ho iniziato ad agire, da Ministro per la Pubblica Amministrazione, in modo da rendere la macchina dello Stato meno “inquinante” e per stimolare al tempo stesso la conversione economica ed ecologica del Paese.

Prendiamo il tema degli approvvigionamenti, gli acquisti di beni e servizi della Pubblica Amministrazione. Ogni anno lo Stato spende per rifornirsi circa 150 miliardi e da un po’ di tempo si sta incoraggiando il cosiddetto Green Public Procurement, gli “acquisti verdi” della Pubblica Amministrazione. Ci sono anche delle norme che promuovono le forniture sostenibili, ma si può fare di più, molto di più.

Il primo intervento concreto che abbiamo messo a punto riguarda la “green mobility”: in legge di Bilancio prevediamo che almeno metà dei nuovi acquisti o noleggi di auto degli enti pubblici sia indirizzata verso veicoli elettrici o ibridi. Stiamo anche riducendo il consumo di carta: basta dire che come primo e simbolico atto da ministro, ho abolito la pesante rassegna stampa cartacea. Facciamo tutto in digitale e così soltanto sulla mia scrivania planano ogni anno circa 150-200 chili di fogli in meno.

Stiamo per bandire i contenitori di plastica non riciclabile, come già hanno fatto il Ministero dell’Ambiente o la Camera dei Deputati, non a caso entrambi a guida MoVimento 5 Stelle: ma dobbiamo estendere il Plastic Free via via a tutta la PA.

Anche le imprese cui si affidano opere e servizi pubblici devono avere una “etichetta ecologica” e rispettare criteri sempre più stringenti di sostenibilità green e di responsabilità sociale di impresa. Le norme offrono la possibilità di controllare se nelle filiere di produzione vengono, ad esempio, riconosciuti i diritti dei lavoratori; sostenibilità ambientale e sociale, appunto, devono camminare insieme. Sempre.
Ecco perché il settore pubblico è anche il principale strumento di promozione dell’economia verde e circolare. Trasporti, edilizia, mense, giusto per citare qualche comparto: il Green Public Procurement può trasformarsi in un volano importante di espansione per tutto un mercato e una produzione all’insegna del rispetto ambientale.

Ovvio che il mio Dipartimento non può fare tutto da solo.

Prendiamo la sfida dell’efficientamento energetico degli edifici pubblici: è un tema che coinvolge altri dicasteri, mentre possiamo incidere moltissimo sulle abitudini di vita in ufficio dei dipendenti pubblici, favorendo il risparmio di energia elettrica o di carta, dematerializzando tutte le procedure.

Infine, c’è la frontiera dello smart working, del lavoro flessibile e agile grazie alle nuove tecnologie. Un cammino su cui vogliamo accelerare, benché serva un cambio di mentalità radicale nella Pubblica Amministrazione. Ci sono comunque delle sperimentazioni già in essere e puntiamo ad allargarle, usando pure la leva della contrattazione. È evidente, infatti, che i benefici sociali e ambientali del lavoro da remoto possono essere enormi, decisivi.

La cosiddetta “PA green” non è un vezzo modaiolo, ma una necessità improrogabile per accompagnare e sostenere la conversione dell’intero Paese.

Io ho un figlio di tre anni, al quale voglio lasciare un pianeta migliore di quello che ho trovato.

Grazie alla Spazzacorrotti chi sbaglia paga davvero

Stanotte alcuni dei protagonisti del processo “Mondo di mezzo” sono stati arrestati e portati in carcere. Ciò è avvenuto in virtù della legge “Spazzacorrotti”.

Senza la legge del MoVimento 5 Stelle quei colletti bianchi, seppur condannati in via definitiva, avrebbero potuto evitare la cella.

Grazie al nostro impegno e a quello del ministro Bonafede, il passaggio in giudicato delle sentenze emesse si è tradotto nell’immediata esecuzione della pena nei confronti di chi ha occupato ruoli importanti: dal presidente del Consiglio comunale di Roma al responsabile del Servizio programmazione e gestione del verde pubblico; da un ex consigliere comunale al presidente del municipio di Ostia

Per loro, grazie alla nostra legge, non è stato possibile ottenere benefici o misure alternative alla detenzione. I reati di corruzione, infatti, sono stati inseriti nell’articolo 4 bis dell’ordinamento penitenziario, e ora sono classificati come quelli per mafia e terrorismo.

Il nostro obiettivo è sempre stato quello di restituire alla parte sana della società una giustizia concreta ed efficiente. Per farlo abbiamo puntato tanto su nuovo approccio culturale al tema della corruzione quanto all’inasprimento delle pene e all’impiego di nuovi strumenti di contrasto. Abbiamo detto agli italiani che il malaffare non conviene più, perché per chi intraprende quella strada c’è il carcere e nessuno sarebbe rimasto impunito. Oggi la conferma che non si trattasse solo di un monito è evidente a tutti.

Quattro domande a Matteo Salvini: i rapporti con Malofeev – #SalviniRispondi

“La Lega è il partito più pragmatico e tradizionalista in Italia. Conosco e frequento Salvini da quando ne è segretario.”

Parole e musica di Konstantin Malofeev, uomo d’affari russo già vicino al partito d’estrema destra francese, il Fronte Nazionale della famiglia Le Pen (oggi Raggruppamento nazionale) durante il congresso leghista di Torino a fine 2013.

Secondo Report, l’elezione di Salvini a segretario del Carroccio coincide con l’avvicinamento della Lega alla Russia. I rapporti vengono rinsaldati proprio con l’invito che la Lega fece a Malofeev in quell’occasione.

Ma di chi stiamo parlando? Detto l’Oligarca di Dio, è uno che quando parla di gay usa il termine dispregiativo di sodomiti, che definisce i gay una lobby che infetta il mondo.Sempre secondo Report, è uno dei finanziatori dell’internazionale ultra-tradizionalista che lega ambienti russi e ambienti americani, tiene insieme fascisti, ultraconservatori e vuole riportare l’umanità verso tempi oscuri.

Di fronte a tutto ciò che è emerso dall’inchiesta giornalistica di Report, le uniche puerili dichiarazioni di Salvini sono state: Ho incontrato Malofeev, incontro centinaia di persone che non mi hanno mai dato una lira. Quando incontro le persone non sono solito chiedere soldi”.

Eppure Malofeev, intervistato dal cronista Giorgio Mottola, ha dichiarato che lo stesso Savoini gli aveva raccontato di aver trattato al Metropol «con degli avvocati che gli avevano chiesto aiuto per una partita di petrolio di cui volevano discutere con Eni». Di fatto avrebbe confermato l’esistenza della trattativa sul petrolio. Malofeev, spiega il servizio, ha finanziato partiti di estrema destra in Europa e nel 2013 ha fondato una nuova “Santa Alleanza” tra le associazioni ultratradizionaliste russe e le più potenti fondazioni della destra religiosa americana. Si parla di bonifici da un miliardo di euro provenienti dagli Usa per finanziare una sorta di Internazionale sovranista con l’unico scopo di destabilizzare l’Europa.

Salvini si è preso la responsabilità di far cadere un Governo in pieno agosto, con scuse che non stanno né in cielo né in terra. Voleva “pieni poteri” ma per fare cosa? È scappato via per nascondere qualcosa? Deve politicamente chiarire cosa stava contrattando Savoini con i russi. Come emerge dalla conversazione, infatti, Savoini avrebbe agito al tavolo della trattativa in nome, per conto e nell’interesse di Salvini e della Lega. Come loro rappresentante o mandatario. Si sarebbe parlato anche delle modalità con cui fare arrivare la presunta tangente milionaria, della eventuale ripartizione, dell’obiettivo finalizzato alla campagna elettorale per le elezioni europee. Come fa Salvini a non dare nessuna spiegazione a tutto questo?

Ecco allora la terza delle quattro domande su questo scandalo alle quali Salvini ha il dovere di rispondere:

Che rapporto ha Salvini con l’uomo d’affari Konstantin Malofeev che avrebbe finanziato partiti di ultradestra in Europa?

Prima i russi o prima gli italiani? #SalviniRispondi

Le richieste del MoVimento 5 Stelle sulla manovra

Siamo soddisfatti che finalmente sia stato convocato un vertice di maggioranza lunedì, come avevamo chiesto.

Queste sono le richieste che ci stanno a cuore:

– Introduzione subito del carcere ai grandi evasori e la confisca per sproporzione. Non bisogna solo colpire chi evade centinaia e centinaia di migliaia di euro, ma occorre anche che lo Stato si riprenda quello che hanno sottratto ai cittadini onesti, per poi re-investirlo in favore delle piccole e medie imprese.

– Obbligo del pos ma solo dopo aver abbattuto drasticamente i costi su carte di credito e dispositivi. Le commissioni bancarie invariate, fanno diventare la sanzione  sull’obbligatorietà una tassa ingiustificata.

– Revocare il cambio del regime forfettario per le partite iva al 15%. Questo regime non va toccato. Lo Stato non può dire a un giovane un anno che pagherà il 15% di tasse e l’anno dopo gli cambia le regole in corso. Un giovane e una famiglia hanno diritto di poter pianificare il loro futuro e lo Stato deve sostenerli, considerando che un libero professionista si trova ad affrontare anche il cosiddetto “rischio di impresa”, senza avere un welfare che lo sostiene.

Ricordiamo a tutti che una vera lotta all’evasione si fa con il buon senso. Colpendo gli evasori e anche i grandi evasori, trovando il coraggio di aggradire i colossi finanziari, i concessionari autostradali e i pesci grossi che evadono miliardi di euro.

Infine come MoVimento 5 Stelle non possiamo negare che certi toni usati in questi giorni, a seguito delle nostre legittime richieste, ci addolorano.

Viva il MoVImento 5 Stelle ed ogni suo singolo attivista che crede in questo progetto!

P.S. qualcuno oggi continua a sperare nell’abolizione di Quota 100. Presentassero pure emendamenti, tanto i voti in parlamento non ci sono.

In Italia bisogna combattere contro la grande evasione, non contro il commerciante

Buongiorno a tutti!
Oggi siamo alla seconda giornata della visita del presidente Mattarella negli Stati Uniti. Ieri abbiamo avuto modo di incontrare sia il presidente Trump che la comunità italiana nel corso di una bellissima cena.

Volevo soffermarmi su alcune cose che riguardano l’Italia e che in questi giorni riguardano la vostra vita e sono molto importanti. Sono i giorni in cui si sta scrivendo la Legge di Bilancio che probabilmente verrà approvata lunedì in Consiglio dei Ministri. E’ una legge molto importante che riguarda la vostra vita, riguarda i soldi delle vostre tasse e le tasse che non dovrete più pagare o che potreste pagare di più, questo dipende dalla politica.

In Italia bisogna combattere contro la GRANDE EVASIONE, non contro il commerciante. Io non accetto che si criminalizzino certe categorie. Prima della multa sul Pos bisogna abbassare le commissioni delle BANCHE. Sentite quello che ho da dirvi, da Washington.

Pubblicato da Luigi Di Maio su Giovedì 17 ottobre 2019

Noi su questa Legge di Bilancio ci stiamo lavorando da mattina a sera e ci sono già alcuni risultati importanti che abbiamo portato a casa.

Il primo è la promessa che vi avevo fatto: l’IVA non aumenterà. So che dovrebbe essere una cosa scontata, ma se non fosse nato questo Governo saremmo andati in esercizio provvisorio e l’IVA, al contrario, sarebbe aumentata .

Numero due: il superticket, uno di quegli odiosi balzelli che riguardano la sanità, che da metà dell’anno prossimo sarà soppresso, non esisterà più.

E poi c’è l’assegno unico per le famiglie: è una riorganizzazione di tutti i soldi che riguardano le famiglie che hanno bambini; questo perché siamo l’ultimo Paese che fa figli in Europa e quando dobbiamo accedere anche a sgravi, aiuti, è una giungla in cui non si riesce a capire neanche quali siano le opportunità che ha una famiglia che ha un bambino, per poter ammortizzare i costi delle spese mediche, dei pannolini, dei baby sitter. La nostra idea è di mettere tutto quello che esiste in un assegno unico e ci mettiamo in mezzo un miliardo di euro in più per cominciare.

Poi c’è il cuneo fiscale, che è un inizio, non voglio commettere l’errore di enfatizzare troppo le cose che metteremo in questa Legge di Bilancio. Significa che cominciamo finalmente a fare in modo che, aprendo la busta paga, non solo il lordo sia bellissimo, ma inizi ad essere un po’ più bello il netto, che oggi è una tragedia rispetto a quello che c’è scritto nel lordo.

Poi c’è il capitolo lotta all’evasione, fatemi dire due cose su questo.

Per me va benissimo tutto nella lotta all’evasione, una cosa non posso accettare: che lo Stato faccia il debole con i forti e il forte con i deboli. Non possiamo pensare che il simbolo dell’evasione siano, come stanno dicendo in questi giorni alcuni media, l’elettricista, l’idraulico o il tassista. Io non ci sto a scatenare la guerra tra i poveri. L’Italia è un Paese che ha decine di miliardi di euro di evasione perché ci sono stati soggetti che hanno portato centinaia di migliaia o milioni di euro a volte fuori dai nostri confini e li hanno fatti rientrare con scudi fiscali del 5%. Se veramente vogliamo ridurre l’evasione fiscale dobbiamo introdurre degli strumenti che blocchino la grande evasione e tra questi ce n’è uno importantissimo che noi vogliamo entri nel decreto fiscale. E deve entrare nel decreto direttamente o in conversione? Questo lo vedranno i ministri interessati, i sottosegretari interessati.

Quello che mi interessa è che ci sia un accordo di Governo affinché ci sia il carcere per i grandi evasori. Non più multe per chi evade un miliardo e paga una multa di 100mila euro, ma il carcere per i grandi evasori da far entrare nel decreto fiscale. Questo è l’accordo di Governo che noi chiediamo e in questi giorni il ministro Bonafede ci sta lavorando. Per noi è imprescindibile. Non esiste una Legge di Bilancio che fa la lotta all’evasione senza il carcere per gli evasori. Altrimenti viene meno il senso della lotta all’evasione.

C’è un altro strumento che dobbiamo introdurre, che è la confisca per sproporzione, perché se un grande evasore, e per grande evasore stiamo dicendo uno che ha emesso per esempio fatture false per oltre 100mila euro, (quindi è inutile che si comincino a terrorizzare i cittadini, perché per emettere fatture false per oltre 100mila euro ci vuole anche una certa ingegneria dell’evasione e anche una certa incoscienza e spregiudicatezza), bene! Per noi quando si becca un grande evasore gli si confisca quello che ha non solo per l’ammontare che evaso, ma anche un po’ di più, così ha qualcosa da perdere in più rispetto a quello che ha evaso e su cui non ha pagato le tasse.

Poi per me va bene tutto, va bene il limite al contante, vanno bene le multe per i POS, però non possiamo criminalizzare delle categorie: se vogliamo combattere l’evasione in Italia non possiamo combattere contro il commerciante.

Quelle sono categorie che già sono state vessate e in cui lo sappiamo: chi evade continua a fregarsene di tutti gli adempimenti che sono stati imposti ai commercianti, mentre la stragrande maggioranza dei commercianti che ha sempre pagato le tasse, ha adempimenti in più. Io poi credo che, soprattutto sul POS, se noi mettiamo una multa da 30 euro per chi non accetta la carta di credito, ci ritroveremo pure forse con delle situazioni in cui il commerciante preferisce pagare la multa piuttosto che le commissioni che deve pagare ogni volta che fa pagare un cliente con la carta di credito. Quindi ci vuole un accordo con le banche, prima di tutto, per abbassare tutti i costi dei pagamenti con carta di credito, sia lato utente, sia lato esercente. E lo stesso vale per il limite dei contanti: noi dobbiamo andare verso un Paese digitalizzato che fa sempre più transazioni elettroniche, ma chi evade con una somma di tremila euro contanti… si immagini che una persona vuole pagare quattromila euro in contanti e c’è il limite a duemila euro in contanti (purtroppo è già successo), si fa fare due fatture e scontrini da €2000 e così ha speso €4000 in contanti.

Per me è il messaggio culturale che è importante. Sono anni che si fa la lotta all’evasione facendo la lotta agli scontrini o per gli scontrini, e si sono totalmente ignorati i grandi evasori di questo Paese. Introduciamo il carcere con pene severe e la confisca per sproporzione e vedrete come somme di decine di miliardi di euro di evasione non esisteranno più.

Ciao a tutti!

Bomba «spazzacorrotti» sul processo Mafia Capitale

di seguito l’articolo di Andrea Ossino de “Il Tempo”:

La legge «spazzacorrotti» e il processo Mafia Capitale: un binomio capace di far tremare politici, funzionari e imprenditori che fino a qualche settimana fa erano certi di non finire in galera. La nuova norma sarà applicata nel processo in Cassazione che si apre domani: se le condanne saranno confermate, per i colpevoli si apriranno le porte del carcere. 

La legge «spazzacorrotti» e il processo Mafia Capitale: un binomio capace di far tremare politici, funzionari e imprenditori che fino a qualche settimana fa erano certi di non finire in galera. Il tutto all’ombra di un verdetto della Corte Costituzionale che potrebbe bocciare la nuova norma e i suoi effetti. L’ex presidente dell’assemblea capitolina Mirko Coratti, l’allora mini sindaco di Ostia Andrea Tassone e il «re» dei camion bar con un passato da numero due del Consiglio comunale di Roma, Giordano Tredicine. E poi l’ex brigatista Emanuela Bugitti, i funzionari Mario Cola e Claudio Turella e tanti altri.

Sono in molti a temere per l’imminente pronuncia della Cassazione sulla Mafia della Capitale. Perché con l’introduzione delle nuove «misure per il contrasto dei reati contro la pubblica amministrazione e in materia di trasparenza dei partiti e movimenti politici», la cosiddetta legge «spazzacorrotti», il 31 gennaio scorso sono cambiate le regole del gioco. In pratica, al passaggio in giudicato della sentenza la Procura potrebbe dare immediata esecuzione alla pena detentiva, precludendo agli eventuali condannati la possibilità di richiedere e usufruire di misure alternative al carcere, come l’affidamento in prova ai servizi sociali o gli arresti domiciliari. In altre parole: molti imputati che al processo Mondo di Mezzo sono accusati di corruzione rischiano di andare in galera.

Tra questi ci sono l’ex presidente dell’Assemblea Capitolina, Mirko Coratti, condannato in appello a 4 anni e 6 mesi con l’accusa di corruzione aggravata in relazione a un finanziamento che l’associazione «Rigenera » avrebbe ricevuto, secondo gli inquirenti, per favorire le cooperative del patron della «29 Giugno» Salvatore Buzzi. Poi c’è Pierpaolo Pedetti, ex consigliere comunale del Pd condannato in secondo grado a 3 anni e 2 mesi. E ancora Giordano Tredicine, l’esponente del Pdl che dai camion bar di famiglia è approdato, con circa 5 mila voti, alla presidenza della Commissione Politiche Sociali e alla vicepresidenza dell’assemblea capitolina. In appello è stato condannato a 2 anni e 6 mesi. E se la Cassazione dovesse confermare la sentenza potrebbe andare in carcere. Proprio come l’ex minisindaco di Ostia, Andrea Tassone, condannato in appello a 5 anni per aver concesso, secondo l’accusa, due appalti alle coop di Buzzi in cambio di denaro. Tra gli imputati che rischiano gli effetti della «spazzacorrotti» c’è anche l’ex brigatista con un ruolo nella cooperativa «29 Giugno», Emanuela Bugitti: condannata in appello a 3 anni e 8 mesi. E poi Mario Cola (3 anni in appello), dipendente del dipartimento patrimonio del Comune. E l’ex consigliere comunale Franco Figurelli, che per i giudici di secondo grado dovrebbe scontare 4 anni. Anche il «padreterno della Regione», come Buzzi definiva il dirigente Guido Magrini, potrebbe subire gli effetti della nuova norma se la condanna a 3 anni di reclusione inflitta in appello dovesse essere confermata.

E ancora il manager di Eurspa Carlo Pucci (7 anni e 8 mesi) e il collaboratore di Luca OdevaineMario Schina (4 anni in appello). Curiosa la vicenda che si snoda intorno a Odevaine. Il 24 gennaio scorso, pochi giorni prima dell’entrata in vigore della «spazzacorrotti», l’ex componente del Tavolo tecnico sull’immigrazione al Ministero dell’Interno ha concordato la pena in appello, dopo aver ammesso le sue responsabilità e aver patteggiato altre condanne. Il suo legale, Luca Petrucci, non ha presentato il ricorso in Cassazione: la condanna di Odevaine è definitiva. Quindi, per pochi giorni, è stata applicata la vecchia legge.

Invece Claudio Turella, ex funzionario dell’Ufficio Giardini, ha preferito rivolgersi alla Cassazione dopo aver concordato la condanna in appello. Ma così facendo adesso potrebbe essere sottoposto alle nuove e più rigide regole. Il condizionale è necessario. Occorrerà infatti che la Cassazione confermi la tesi dell’accusa. Non basta: perché non è detto che gli «Ermellini» decideranno di applicare la nuova legge, considerando anche la presumibile insurrezione delle difese contro il principio retroattivo della norma. Gli avvocati potrebbero ad esempio sostenere che una nuova legge non può essere applicata a reati commessi prima della sua entrata in vigore. Inoltre la Procura, come accaduto in altre città italiane, potrebbe anche decidere di attendere il verdetto della Corte Costituzionale prima di rendere la sentenza esecutiva. Infatti, quasi tutti i penalisti che difendono gli imputati menzionati, in caso di una sentenza sfavorevole, pensano a un eventuale ricorso che consenta la sospensione dell’esecutività delle sentenza, in attesa di capire la legittimità costituzionale della norma.

Leggi, cavilli, ricorsi e verdetti dei giudici: situazioni giuridicamente complesse sulle quali si gioca l’imminente permanenza in carcere o meno di molti imputati, gli stessi che fino a qualche anno fa occupavano le stanze del potere della Capitale.