Whistleblower: proteggere chi ha denunciato irregolarità produzione plasma

E’ una vicenda sconvolgente perché riguarda un bene immenso come il plasma, perché potrebbe coinvolgere alcuni ospedali italiani e infine perché riporta all’attenzione di tutta l’Europa la questione della protezione di chi segnala illeciti. Queste le mie parole in merito alla inchiesta condotta dall’organizzazione Signal Network e diffusa da Il Fatto quotidiano lo scorso 3 luglio, secondo cui tre whistleblower di nazionalità francese avrebbero contribuito a scoprire alcune irregolarità nella produzione del plasma prodotto dalle macchine della Haemonetics, multinazionale americana del settore, che consentono l’aferesi produttiva, particolarmente efficiente nella produzione delle componenti fondamentali del sangue: l’Agenzia di Stato per la sicurezza dei dispositivi medici nel settembre 2018 ha sospeso i kit e le macchine prodotte dalla multinazionale.

Ho chiesto ai ministri competenti di fornire chiarimenti sulla vicenda che, sempre secondo fonti giornalistiche, potrebbe aver coinvolto i nostri ospedali di Parma, Firenze e Palermo dove sarebbe stato utilizzato plasma prodotto da Haemonetics. Inoltre, è importante che sia garantita la massima tutela per i tre dipendenti francesi, Alexandre Berthelot, Philippe Urrecho, rispettivamente manager e tecnico della filiale francese di Haemonetics, e Guylain Cabantous, sindacalista di Cgt all’interno dell’Autorità francese per l’approvvigionamento di sangue e per la vigilanza sulla sicurezza della catena trasfusionale, che sono all’origine dello scandalo, nello «spirito» della direttiva europea sui whistleblower, un testo molto avanzato che l’Italia è chiamata a recepire nel prossimo autunno.

236 milioni per libri di testo gratis nelle scuole

Chi vive nella scuola lo verifica ogni giorno con i propri occhi: troppe studentesse e troppi studenti ancora oggi fanno fatica a seguire le lezioni perché la loro infanzia e la loro adolescenza devono fare i conti con le ristrettezze economiche del nucleo familiare.

Quante storie del genere ho visto da docente! Ogni volta è una fitta al cuore verificare che quel libro dimenticato, quella ricerca non portata a termine, quella difficoltà a fare un calcolo o comprendere un testo, in realtà nulla hanno a che fare con la voglia di imparare dell’alunna o alunno. Anzi, ho visto tanti, troppi ragazzi “con una bella testa”, come si dice in gergo, non aver modo di esprimere le loro potenzialità esclusivamente a causa dei limiti imposti dalle ristrettezze economiche in cui vivono.

Questa condizione frutto della disuguaglianza crescente, nel nostro Paese e non solo, non è mai stata tollerabile e lo è ancora meno oggi, perché non solo abbiamo piena consapevolezza del quadro drammatico di una povertà educativa che ormai coinvolge 1,2 milioni di under 18, ma anche perché viviamo sulla nostra pelle i danni che tutto ciò produce alle fasce sociali più fragili e al Paese nel suo complesso. In una fase storica di grande difficoltà come questa, accentuata dalle conseguenze della pandemia, non affrontare la questione con misure orientate alla giustizia sociale e all’affermazione delle pari opportunità rischia di produrre una spirale molto pericolosa.

Da Ministra dell’Istruzione ho ben chiare le proporzioni del problema, i diversi fronti dai quali è necessario aggredirlo e la grande quantità di risorse che occorrono per risolverlo. Ce la stiamo mettendo tutta per affrontare con efficacia la sfida di una scuola nuova e sempre più inclusiva, capace di dare a tutti gli strumenti di cui necessitano secondo un principio di equità. I 2,5 miliardi messi a disposizione, non senza fatica, per la ripresa di settembre sono una testimonianza di questo impegno mio e della maggioranza di governo.

Nella fase del lockdown abbiamo fatto i salti mortali per far arrivare gli strumenti necessari per seguire le lezioni a distanza a tante studentesse e studenti che non ne erano dotati, rammaricandoci di non poter fare ancora di più per gli alunni con disabilità impossibilitati ad avere un supporto anche materiale da docenti e personale dedicato, a causa del necessario obbligo di distanziamento.

Un altro importante segno di attenzione siamo riusciti a darlo ieri, annunciandolo proprio a Palermo, nella scuola dedicata a Giovanni Falcone: 236 milioni derivanti dai fondi PON ancora disponibili che il Ministero dell’Istruzione sta rapidamente spendendo e utilizzando per affrontare l’emergenza e la ripresa con il nuovo anno scolastico. Abbiamo messo a disposizione delle scuole secondarie di primo e secondo grado queste risorse per garantire il diritto allo studio di studentesse e studenti in condizioni di svantaggio. Questa somma servirà a dare una mano alle famiglie che dovranno affrontare le spese legate all’inizio del nuovo anno scolastico, portando un piccolo ma concreto aiuto a oltre 750mila studentesse e studenti. Con quei fondi le scuole potranno acquistare libri scolastici digitali e cartacei, dizionari, dispositivi digitali, materiali didattici per ragazzi con bisogni educativi speciali (Bes) o disturbi specifici dell’apprendimento (Dsa), da destinare anche in comodato d’uso ai ragazzi che vivono condizioni di maggior svantaggio. L’obiettivo è quello di garantire il più possibile il diritto allo studio, così come prevede la Costituzione, con stanziamenti aggiuntivi rispetto a quelli già messi a disposizione finora per questo obiettivo.

I materiali potranno essere consegnati in zainetti o altre custodie, trasformandoli così in veri e propri kit scolastici per il nuovo anno. L’avviso mette a disposizione fino a 100mila euro per le scuole secondarie di primo grado e fino a 120mila per quelle di secondo grado, sulla base del numero di studenti e di altri indicatori relativi sia al disagio negli apprendimenti sia al contesto socio-economico di riferimento delle scuole.

Le scuole potranno richiedere i fondi dalle ore 10 del 13 luglio alle 15 del 23 luglio accedendo all’area PON “Per la Scuola” del sito http://www.istruzione.it/pon/.

Un altro piccolo passo avanti è stato fatto e tanti se ne aggiungeranno nei prossimi mesi, perché la battaglia per una scuola davvero centrale per il futuro del Paese ora si sposta sul tavolo europeo.

L’obiettivo adesso non è soltanto quello di mettersi alle spalle la stagione dei tagli operati dai passati governi, ma anche e soprattutto quella di inaugurare una nuova stagione, quella di una scuola davvero per tutte e tutti, in grado di rimettere in moto gli ingranaggi bloccati dell’ascensore sociale. Soltanto se riparte la scuola riparte davvero l’Italia.

È urgente parlare di vitalizi. La Casellati faccia qualcosa

dei componenti del MoVimento 5 Stelle nel Consiglio di Presidenza del Senato


Il taglio dei vitalizi al Senato è stata una decisione assunta dal Consiglio di Presidenza nell’ottobre del 2018.

Grazie a quel provvedimento dal gennaio 2019 quei trattamenti di lusso e del tutto immotivati sono diventati un assegno mensile ricalcolato secondo il metodo contributivo, lo stesso in vigore ormai da tanti anni per i cittadini italiani.

Contro quell’atto hanno fatto ricorso più di 700 ex senatori. La Commissione Contenziosa del Senato, un tribunale interno composto da tre senatori di Forza Italia e Lega e da due tecnici, lo scorso 25 giugno ha parzialmente accolto quei ricorsi con una sentenza di primo grado di cui ancora non conosciamo dettagli e motivazioni.

È del tutto evidente che la sede all’interno della quale è doveroso, oltre che opportuno, discutere dei vitalizi è proprio il Consiglio di Presidenza del Senato. È quello l’organo deputato a deliberare in materia e anche a discutere di un eventuale ricorso in secondo grado di giudizio interno, presso il Consiglio di Garanzia.

A una settimana di distanza da quella sentenza, che ha riaperto un grande spiraglio nella porta di accesso alla stanza dei privilegi della Casta, è urgente riaprire la discussione per valutare ogni possibile scenario futuro. Siamo di fronte a una questione di massima importanza: la pensione di lusso degli ex rappresentanti del popolo rispetto alla condizione generale di un paese di 60 milioni di famiglie, lavoratori, pensionati.

È proprio per questo che nella Conferenza dei Capigruppo abbiamo chiesto alla presidente Casellati che già ieri mattina il Consiglio di Presidenza – convocato per discutere della desecretazione degli atti delle commissioni di inchiesta – iniziasse a parlare di vitalizi. Non solo per i milioni di euro che risparmiamo tagliando i vitalizi, ma innanzi tutto per l’urgenza, diciamo anche l’ansia, di dare un messaggio corretto agli italiani. Mentre il nostro Governo ha stanziato 80 miliardi di euro per aiutare le imprese, le famiglie e i cittadini in generale e mentre si discute di un nuovo scostamento di bilancio e di un ambizioso piano di rilancio economico, qualcuno riporta in vita il grande privilegio riservato a pochi! Le istituzioni devono occuparsene subito, il Senato deve occuparsene subito. Non è pensabile che si rimandi di settimana in settimana.

La presidente Casellati ha detto no, perché non sarà il Consiglio di Presidenza a fare ricorso in secondo grado contro la sentenza della Commissione Contenziosa, alla luce del fatto che il compito spetta eventualmente al segretario generale del Senato, il vertice dell’amministrazione. Siamo sicuri che la presidente e il segretario generale vogliano portare avanti l’obiettivo della delibera approvata nel Consiglio di Presidenza.

Ma a prescindere da chi farà ricorso vogliamo, dobbiamo portare avanti questa battaglia di giustizia sociale e dobbiamo farlo dentro Palazzo Madama, discutendone in dettaglio. A questo fine abbiamo chiesto anche che i membri del Consiglio di Presidenza abbiano a disposizione tutti il dispositivo e le motivazioni della sentenza della Commissione Contenziosa sui vitalizi, visto che sono documenti non pubblici. Aspettiamo di sapere dalla presidente quando potremo dare una risposta agli italiani, il nostro impegno contro i privilegi va avanti.

Con 5,6 miliardi la scuola riparte in sicurezza

La ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina ha varato le linee guida per riportare in classe studentesse e studenti. C’è un miliardo in più per l’adeguamento degli spazi e l’assunzione di personale

La scuola riaprirà a settembre e con le risorse necessarie per garantire in tutti gli edifici la massima sicurezza. In concomitanza con la pubblicazione delle Linee guida per la ripartenza, la ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina e il presidente del Consiglio Giuseppe Conte hanno annunciato che le scuole italiane disporranno di un miliardo di euro in più rispetto ai 4,6 già stanziati da inizio anno. Fondi per l’edilizia scolastica, per la gestione dell’emergenza, per la chiusura dell’anno scolastico in corso e per l’avvio del prossimo.

Da gennaio a oggi abbiamo stanziato 1,5 miliardi con il decreto Rilancio, 85 milioni nel Cura Italia per tablet e pc da affidare a studentesse e studenti meno abbienti (70 mln), alla formazione dei docenti (5 mln) e all’acquisto di piattaforme digitali (5 mln). Un altro miliardo di fondi Pon sono andati all’edilizia leggera (330 mln), al digitale, alla formazione, al supporto amministrativo alle scuole e presto 236 milioni consentiranno a studenti meno abbienti di acquistare libri di testo e kit didattici. Solo quest’anno per l’edilizia scolastica sono stati sbloccati 798 milioni di euro e altri 332 sono in arrivo a breve. A questi si aggiungono gli 885 milioni per edilizia in arrivo per le sole scuole di secondo grado (le superiori).

Per organizzare al meglio l’avvio in presenza e in sicurezza del nuovo anno saranno operativi dei tavoli regionali in grado di monitorare le esigenze emerse dalle singole scuole consentendo al ministero dell’Istruzione di destinare risorse aggiuntive tratte proprio dalla nuova dotazione di un miliardo di euro, per risolvere le eventuali criticità. La ministra Azzolina ha anche annunciato che da luglio, grazie al taglio del cuneo fiscale, gli stipendi degli insegnanti aumenteranno tra gli 80 e i 100 euro e che ci saranno 50mila assunzioni a tempo determinato (oltre ai posti a tempo indeterminato, per un totale di circa 80.000, già messi a concorso nelle scorse settimane).
Continuerà, in parallelo, il lavoro già avviato in queste settimane di progettazione di un Piano pluriennale di intervento attraverso il finanziamento dei nuovi fondi europei, a partire dal cosiddetto Recovery fund.

Serve un Piano coerente di rilancio che ci consenta di metterci definitivamente alle spalle la stagione dei tagli indiscriminati, 10 miliardi almeno tolti all’istruzione, operati dai governi passati. Questo Piano deve partire dal tema dell’edilizia e della sicurezza di studentesse, studenti e personale per dar vita a un radicale rinnovamento degli spazi e della didattica, investendo sulla digitalizzazione, sulla formazione dei docenti, sulla lotta alla povertà educativa e su una effettiva apertura delle scuole ai territori. L’istruzione dei nostri figli è l’investimento più proficuo che possiamo fare, la base da cui far ripartire il Paese.

Alcune riflessioni sulla rete unica

Di seguito i pareri di Innocenzo Genna, giurista ed esperto di regolamentazione europea del digitale 


Negli ultimi giorni si è aperto il dibattito sul tema della rete unica di telecomunicazioni, suggerendo una prossima fusione tra TIM ed Open Fiber con un’attiva partecipazione dello Stato. Per supportare una tale operazione, è fondamentale ragionare sul progetto industriale che si intende perseguire ed i mezzi con cui attuarlo.

• Dotare l’Italia di una moderna rete in fibra ottica

Una fusione tra Tim ed Open Fiber dovrebbe permettere all’Italia di dotarsi di una rete di telecomunicazioni moderna ed ultra-performante: in sostanza, una rete la cui capacità si misuri in Giga, e non in Mega, e consenta alte prestazioni e servizi innovativi, in tutto il Paese, e non solo nelle aree metropolitane. Con l’emergenza Covid abbiamo compreso, famiglie scuole ed aziende, l’importanza di una connessione Internet affidabile e capace. Mentre le dorsali ed i grandi punti di interconnessione hanno ben sostenuto il sovraccarico, il problema si è posto con la connessione casalinga (il c.d. “ultimo miglio”), perché l’utilizzo simultaneo di varie applicazioni (smart working, tele-scuola ed entertainment) presso la medesima abitazione ha dimostrato l’insufficienza della vecchia rete telefonica (ADSL o soluzione miste) o del mobile in tempi di emergenza. In altre parole, l’obiettivo della rete unica dovrebbe essere quello di fare grandi investimenti in fibra ottica, laddove possibile, ed utilizzando tecnologie meno performanti (ad esempio, il wireless) nelle zone non raggiungibili altrimenti. La fibra è inoltre fondamentale per il 5G, per collegare le antenne.

• Fibra ottica, ma in che senso?

Sia Open Fiber che Tim sostengono di investire in fibra ma in verità non intendono la stessa cosa. Open Fiber installa il c.d. Fiber to the Home (FTTH), sia nelle aree metropolitane (dove ha ripreso il precedente business di Metroweb) sia nelle zone rurali, dove ha vinto le gare per i fondi pubblici. Non si tratta di un lavoro facile, perché si tratta di scavare ed installare una rete ex novo.

TIM invece ha in larga parte adottato l’FTTC (Fiber to the cabinets), in cui la fibra arriva solo in alcuni punti di concentrazione e poi prosegue con il vecchio doppino di rame; ed ha investito anche in FTTH, ma non in modo significativo. Il motivo per cui TIM esita nel FTTH è normalmente dato dal fatto che il possesso di una rete in rame (su cui si può fare sia ADSL che FTTC) costituisce un freno naturale agli investimenti in fibra. Perché sostituire una macchina vecchia, per quanto imperfetta ma che fa profitti, con qualcosa di moderno e costoso?
É evidente che, in caso di fusione tra TIM ed Open Fiber, l’Italia dovrà fare una scelta strategica ben definita tra FTTH e FTTC, e tale scelta non potrà che essere in favore del FTTH se vogliamo dotare l’Italia di una rete moderna ed ultra-performante. Ma come garantire questo obiettivo?

• Un piano di investimenti in fibra ottica

I recenti dati europei del DESI dimostrano che l’Italia, pur essendo indietro nelle classifiche europee, ha scalato posizioni nella diffusione della fibra ottica (quindi, nel FTTH) negli ultimi 3 anni. Questo progresso è dovuto alla concorrenza tra TIM e Open Fiber, una situazione recente ed eccezionale per il nostro paese, che storicamente non aveva mai conosciuto alternative alla rete telefonica (a differenza di altri paesi, dove la concorrenza infrastrutturale è stata possibile grazie all’esistenza di reti televisive cavo). Fondendo TIM ed Open Fiber verrebbe meno lo stimolo agli investimenti dato dalla concorrenza infrastrutturale. Come potrebbe quindi lo Stato garantirsi che la società unica continui, ed anzi intensifichi, gli investimenti in fibra ottica (cioè FTTH) su tutto il territorio nazionale? Occorrerebbe imporre dei piani di investimento e copertura in FTTH, assistiti da penali e misure ad hoc per responsabilizzare i manager e gli amministratori. Il modello potrebbe essere quello dei piani di copertura delle reti mobili ma con degli strumenti che lo rendano ancora più cogente.

• Il ruolo dello Stato

Anni fa TIM pensò, prima di tutti in Europa, di installare una rete nazionale in fibra ottica, il c.d. progetto “Socrate”, che però fu poi abbandonato con la privatizzazione. In passato molti operatori europei hanno sbandierato grandi piani di investimenti in fibra ottica, regolarmente ritrattati, per cui è stato creato l’ironico acronimo FOTP: “Fiber on the paper”. In altre parole, dobbiamo essere coscienti del fatto che una società privata e quotata in borsa può, anche dopo aver concordato obiettivi e priorità con lo Stato, assumere decisioni contrastanti, se così vuole l’assemblea degli azionisti. Per tutelarsi ulteriormente lo Stato può considerare l’ipotesi di intervento diretto, una soluzione che potrebbe non piacere ai fautori del libero mercato, ma che occorre mettere in conto con la ricostituzione di un monopolio. Il pubblico si assumerebbe così le sue responsabilità, anche apportando capitale e risorse ove necessario.

Negli altri paesi europei (Germania, Francia, Belgio ad esempio) possiamo trovare quote di capitale pubblico attorno al 30%, il cui obiettivo primario è però quello di proteggere l’operatore da take-over indesiderati, più che dettare la politica degli investimenti. L’esperienza europea indica che i migliori risultati in investimenti di fibra ottica si raggiungono con un mix di concorrenza, regolamentazione e dove necessario anche aiuti statali. Se l’Italia vuole dotarsi di una moderna rete in fibra ottica attraverso un unico fornitore, deve prepararsi ad un po’ di creatività ed analizzare con attenzione i migliori benchmark europei ed internazionali.

• La separazione della rete ed il modello all’ingrosso

L’innovazione vera e propria si gioca nei servizi finali, e quindi è fondamentale che l’operatore di rete unica non interferisca nelle scelte degli Internet Service Provider che chiedono l’accesso alla rete ma, anzi, non competa con essi (per non creare un gigantesco conflitto d’interesse). Inoltre, le risorse dell’operatore di rete unica dovrebbero essere interamente dedicate agli investimenti, non al marketing oppure all’acquisto di film ed entertainment. Il modello dell’operatore di rete unica dovrebbe pertanto essere quello dell’operatore esclusivamente all’ingrosso. Nel caso di TIM, questo vuol dire che la società dovrebbe separare la rete e porla sotto il controllo di azionisti differenti da quelli della rete stessa.

Autostrade, la Corte dei Conti certifica l’illegittimità della Convenzione del 1997

Ci sono parole che non hanno bisogno di particolari interpretazioni. Frasi limpide, che è sufficiente leggere esattamente nella forma in cui sono state pronunciate. E’ il caso delle parole riferite ieri dalla Corte dei conti in Commissione lavori pubblici del Senato, dove stiamo svolgendo un’indagine conoscitiva sul sistema delle concessioni autostradali. Leggete questo passaggio, testualmente riportato dai giudici contabili a proposito della Convenzione ottenuta da Autostrade nel 1997, l’atto da cui tutto ebbe inizio. Una sorta di peccato originale. 

“La Convenzione madre dal punto di vista tecnico è illegittima”, hanno spiegato in Commissione i magistrati contabili, “perché non ha superato il vaglio della Corte dei conti. Nel 1997 fu ricusato il visto sulla Convenzione sostanzialmente per la violazione dei principi comunitari. Il Governo chiese la registrazione con riserva e in quella sede, pur dovendo per legge poi registrarla, le Sezioni riunite della Corte dei conti ribadirono l’illegittimità della Convenzione madre, da cui poi sono nate tutte le altre. La Convenzione è quella relativa ad Autostrade per l’Italia”. Questo, voglio ribadirlo, è ciò che ha testualmente detto ieri la Corte dei conti davanti alla Commissione lavori pubblici. 

C’è poco da commentare. Per l’ennesima volta, dopo le censure già espresse negli anni scorsi dal Garante per la concorrenza, dall’allora Autorità di vigilanza sui contratti pubblici, dalla stessa Corte di conti, i magistrati contabili tornano a emettere un verdetto chiaro. Un verdetto che conferma quanto denunciato da anni dal MoVimento 5 Stelle e che assume un sapore ancora più amaro dopo la tragedia del Ponte Morandi.

Questo sistema deve essere smantellato e fare spazio a un modus operandi diametralmente opposto.

Investimenti, manutenzione e tariffe più basse. È questo il nostro progetto per Autostrade. Ed è un progetto che, carte alla mano, si può portare avanti mantenendo degli utili. 

Il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha ribadito che dall’analisi degli atti si rilevano gravi inadempienze, che sono alla base della procedura di caducazione, ovvero la perdita di efficacia degli atti giuridici, del contratto originale sostanzialmente. Al momento l’offerta di Aspi è stata giudicata non sufficientemente congrua rispetto dell’interesse collettivo. 

Rifacciamoci alle carte. 

Partiamo dal conto economico proprio del 1997, quello in base a cui si fece la privatizzazione di Autostrade, che contiene le previsioni di costi e di utili, e poi abbiamo i piani finanziari degli anni che si sono succeduti. 

Cosa ci dicono i dati? Cosa era previsto per il 2018 dal piano finanziario del 1997 e cosa è successo realmente nel 2018? Erano previsti ricavi per 1,7 miliardi di euro, quindi quello che pagano i cittadini. Nel 2018 però vediamo che i ricavi sono stati di 3,65 miliardi, più del doppio del previsto!

Costi personale? Erano previsti nel piano originario in 343 milioni di euro, invece ne sono stati spesi 270. Quindi i ricavi raddoppiati, il costo del personale è diminuito. Era previsto in 890 milioni di euro il margine operativo, invece è stato di 1,88 miliardi. La manutenzione nel piano originario era di 236 milioni per il 2018, vediamo che ne sono stati previsti 273 milioni. Quindi le manutenzioni sono costate poco di più, i ricavi invece sono stati più del doppio del previsto. 

Cosa capiamo da tutto questo? Che questa concessione genera utili notevolissimi. Stratosferici. Questi signori hanno avuto in mano una gallina dalle uova d’oro. Non è più accettabile. Se c’è qualcuno che deve guadagnarci questi sono i cittadini.

Noi facciamo gli interessi di Aspi. Non ci interessano gli utili dei Benetton. Ci interessa una cosa sola: tutelare l’interesse pubblico. 

E come si tutela l’interesse pubblico? Facendo investimenti, manutenzione e applicando tariffe più basse.

Riparte l’Italia

Dalla scuola alle infrastrutture, dall’antimafia al turismo, dall’ambiente alla legalità. Sono soltanto alcuni temi affrontati, ieri sera, durante la seconda tappa in Calabria di “Riparte l’Italia”, il nostro giro virtuale per il Belpaese che ci accompagnerà per larga parte dell’estate. Un successo, in termini di partecipazione, a dimostrazione di quanto sia necessario raccontare nei territori le azioni del governo per fronteggiare la crisi economica e sanitaria, mentre il sistema mediatico partorisce quotidiane fake news per screditare il MoVimento 5 Stelle agli occhi dei cittadini. E, allora, alle clamorose bufale – dalla fantasiosa valigetta da Caracas alle auto blu di Di Maio in Svizzera – preferiamo i fatti, quelli messi in campo per aiutare gli italiani in difficoltà.

Così, ieri, il ministro dell’Istruzione Lucia Azzolina ha risposto alle domande sulla riapertura delle scuole, in sicurezza, a settembre: un’occasione per avviare un rinnovamento che proceda sui binari di una diminuzione degli alunni per classe, una didattica più sperimentale, una formazione continua (e retribuita) dei docenti, un’apertura della scuola al territorio anche con il coinvolgimento delle realtà culturali e sportive.

Sul palco virtuale, oltre al ministro Azzolina, si sono susseguiti gli interventi di Giancarlo Cancelleri, viceministro dei Trasporti, di Nicola Morra, presidente della commissione Antimafia, di Anna Laura Orrico, sottosegretaria al MiBACT, e di alcuni portavoce in Parlamento. I dialoghi coi cittadini hanno riguardato questioni fondamentali come la manutenzione e il potenziamento della rete ferroviaria e viaria nel Mezzogiorno e poi, ancora, la tutela dell’ambiente e la cultura come volano per l’economia.

Dal successo della seconda tappa, in Calabria, il tour virtuale di “Riparte l’Italia” si sposta al Nord: la terza data sarà, infatti, in Friuli Venezia Giulia e Trentino Alto Adige.

L’appuntamento è per lunedì, 22 giugno, ore 20,30.

A dialogare coi cittadini e a sentire i loro problemi saranno i ministri Sergio Costa e Stefano Patuanelli, rispettivamente di Ambiente e Sviluppo economico, Alessandra Todde, sottosegretaria al Mise, e Riccardo Fraccaro, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, oltre a diversi portavoce nazionali e del territorio. C’è tanto da raccontare e da dirsi: muoviamoci tutti insieme.

Facciamo ripartire l’Italia.

Oltre 6 miliardi per le aziende che hanno avuto un calo di fatturato

Con il #DecretoRilancio abbiamo stanziato 6,2 miliardi per imprese, partite iva, artigiani, agricoltori che hanno subito danni e perdite di fatturato a causa dell’emergenza Covid.

L’iter per richiedere i fondi è gestito da Agenzia delle Entrate ed è stato costruito per essere semplice e immediato. Le somme saranno erogate direttamente sul conto corrente e le verifiche verranno effettuate successivamente.
Parliamo di indennizzi che arrivano fino a 40 mila euro.

L’ammontare dell’importo erogato sarà pari al:

20% per le imprese con fatturato fino a 400mila euro

15% per le imprese con fatturato tra 400mila euro e fino a 1 milione

10% per le imprese con fatturato da 1 a 5 milioni di euro.
Partendo comunque da soglie minime di rimborso.

https://www.agenziaentrate.gov.it

Adesso basta fake

di Davide Casaleggio

Io non so perchè un giornale spagnolo racconti in copertina una fake news.

Io non so perchè i giornali italiani non approfondiscano minimamente la notizia scoprendo, ad esempio, che se ne parlò anche negli anni scorsi, ma finì nel nulla come tutte le fake news.

Io non so perché dopo dieci anni da un fatto mai accaduto se ne parli proprio oggi.

Io non so perchè si tolleri il fango su persone che non ci sono più. 

Io non so perchè i direttori dei giornali italiani pubblichino fango in prima pagina solo per qualche click. I trenta denari moderni sono i click sul proprio articolo. Non è più importante se è vera o falsa, l’importante è che faccia traffico. 

Ma ci sono alcune cose che so.

Il MoVimento 5 stelle è sempre stato finanziato in modo trasparente e siamo gli unici ad aver reso pubblici tutti i bilanci, anche di dettaglio, prima ancora che fosse la legge a richiederlo.

Il MoVimento 5 Stelle non ha mai ricevuto finanziamenti occulti.

Il Governo attuale venezuelano ha smentito la fake news.

Mio padre non è mai andato in Venezuela.

Il MoVimento 5 Stelle non ha mai ricevuto finanziamenti pubblici.

Il MoVimento riesce a sostenersi in modo così snello perché ha una nuova impostazione completamente digitale. Chiunque sia interessato ai dettagli dei costi li può trovare in una presentazione di 60 slide illustrata pubblicamente in un evento aperto a tutti con 3mila partecipanti la settimana scorsa. https://rousseau.movimento5stelle.it/rendiconti 

Il MoVimento 5 Stelle spende 10 volte in meno delle altre forze politiche e al posto dei debiti di decine di milioni di euro che hanno i partiti (es. 99 milioni di Forza Italia, seguito dalla Lega con 19 milioni), ha invece restituito 107 milioni allo Stato con i tagli degli stipendi e le rinunce ai finanziamenti pubblici.

Se mio padre o Beppe avessero voluto soldi li avrebbero potuti ricevere anche legalmente accettando non 3, ma 42 milioni di euro che il MoVimento 5 Stelle era titolato a ricevere dopo le elezioni del 2013. Ma non lo fecero, perchè non sono mai stati i soldi il motore di questo movimento. Sono sempre state la passione e le idee a trainare il MoVimento.

Chiunque abbia conosciuto mio padre sa che il suo più grande lusso fu quello di passare dal vivere in un bilocale a Milano a un appartamento con una camera aggiuntiva quando nacque il mio fratellino.

Quello che hanno fatto a mio padre in vita è incredibile, forse un giorno avrò anche il tempo di raccontarlo. Ma credo che un video che mi hanno inoltrato pochi giorni fa possa essere una buona sintesi. Non pensavo in realtà che il “giornalista” avrebbe mai avuto il coraggio di pubblicarlo, ma visto che a 4 anni dalla morte di mio padre ha deciso di rendere visibile un video dell’ultimo giorno in cui mio padre uscì di casa sulle sue gambe penso sia giusto che tutti sappiano. 

Quel giorno andai a prenderlo a casa per portarlo in ufficio dove volle andare fino all’ultimo. Davanti al portone trovammo due persone che si qualificarono come giornalisti freelance per conto delle Iene. Nonostante l’evidente difficoltà a reggersi in piedi di mio padre fecero comunque il loro “servizio” aggressivo basato ora come allora sul nulla. 

Dopo quel giorno mio padre vide solo la sua camera d’ospedale.

Se fino a quando era vivo ha avuto modo di difendersi da solo, ora che non c’è più non permetterò che si infanghi in alcun modo il suo nome.

Così garantiamo l’acqua ai cittadini di oggi e a quelli di domani

a cura dei deputati e senatori in commissione Ambiente e dei senatori in commissione Trasporti, Lavori Pubblici e Comunicazioni


Cambiamenti climatici, consumo del suolo, siccità sono fenomeni correlati che non possiamo più sottovalutare e che mettono a rischio la stabilità dell’approvvigionamento idrico nel nostro Paese. La mancanza della risorsa acqua sembra un tema lontano, che non ci può toccare, ma non è così: anche in Italia esiste il problema. 

Nel corso del quinto incontro del ciclo RipartiAmo Ambiente, intitolato “Infrastrutture idriche: combattere la siccità e garantire a tutti la risorsa acqua”, la deputata della Commissione Ambiente Federica Daga e il senatore in Commissione Lavori pubblici e comunicazione Agostino Santillo hanno affrontato la questione discutendone con Giordano Colarullo, direttore generale Utilitalia, Massimo Gargano, del comitato esecutivo Anbi e Ornella Segnalini, già direttore generale della direzione dighe e infrastrutture idriche del Ministero delle Infrastrutture. A coordinare la conferenza in streaming è stato il giornalista Emanuele Bompan, direttore di Materia Rinnovabile.

Dal confronto è emerso in tutta la sua evidenza che abbiamo davanti una nuova stagione di siccità, legata agli effetti dei cambiamenti climatici, alle infrastrutture obsolete o del tutto assenti e per giunto intrecciata con l’emergenza sanitaria prodotta dal coronavirus, come ha ricordato Federica Daga. La deputata pentastellata ha ribadito quanto la gestione in tutte le sue fasi di questo bene primario necessiti di una regia centrale, sia per non lasciare indietro i territori più in difficoltà sia per costruire un futuro in cui l’acqua non sia sprecata ma riutilizzata in un’ottica circolare.

L’acqua, infatti, è la miglior fonte di energia rinnovabile e occorre creare un piano per ripartire con politiche sostenibili e scelte radicali che mettano al sicuro la nostra risorsa più preziosa, tenendo lontani dai finanziamenti pubblici gli speculatori che per anni si sono arricchiti su questo bene fondamentale. Oggi chi gestisce il servizio idrico può decidere di distribuire dividendi e ridurre al minimo gli investimenti. Con la gestione pubblica, obiettivo prioritario del MoVimento 5 Stelle, si deve fare in modo che ogni centesimo pagato in tariffa venga investito per potenziare il servizio, a beneficio dei cittadini e della preservazione della risorsa. 

La gestione dell’acqua richiede, oggi più che mai, uno sforzo di collaborazione tra tutti gli attori coinvolti, un occhio a 360 gradi capace di una progettazione che vada oltre le questioni emergenziali. Il MoVimento 5 Stelle, già in legge di Bilancio, ha ottenuto che restasse in mano pubblica la gestione di alcuni bacini e infrastrutture del Sud, blindandone il controllo e mettendoli al riparo da speculatori e soggetti esterni, garantendone così una più efficace manutenzione e messa in sicurezza. Abbiamo ribadito che la società che andrà a sostituire la ex Eipli, incaricata della manutenzione delle dighe e infrastrutture idriche di gran parte del Mezzogiorno, sarà ad esclusivo capitale pubblico, con il divieto espresso di partecipazione di soggetti privati, anche indiretta o a seguito a conferimento ed emissione di nuove azioni, anche prive di diritto di voto. 

L’accesso all’acqua senza interruzioni e senza reti colabrodo per tutti è un diritto fondamentale e continueremo a lavorare in questa direzione con proposte costruttive e azioni concrete. Abbiamo lavorato al Piano idrico nazionale che ha visto il contributo di tutte le Regioni per affrontare questioni importanti e non più rimandabili. I fondi sono stati distribuiti su tutto il territorio nazionale ma sono ancora insufficienti. 

In questi tempi di emergenza sanitaria, in cui il gesto di lavare le mani viene indicato come indispensabile buona pratica per bloccare il contagio, l’Arera, sollecitata dalle nostre richieste nei primi giorni di marzo, ha emanato una delibera che ha bloccato tutte le procedure di distacco di acqua, ma anche energia elettrica e gas, per morosità di famiglie e imprese. Attraverso il decreto Cura Italia, abbiamo impegnato il Governo affinché adotti ogni opportuna iniziativa volta a garantire la sospensione fino al termine dello stato di emergenza delle procedure di limitazione, sospensione o disattivazione delle forniture idriche, di energia elettrica e gas già avviate, o in fase di attivazione.

Continueremo a lavorare per sbloccare nuove risorse, come quelle del Fondo di garanzia delle opere idriche, a sostegno di quei gestori, specialmente i più piccoli, che sono in sofferenza per i mancati pagamenti delle bollette, perché gli investimenti non si possono e non si devono fermare, a maggior ragione davanti a un calo così drammatico di occupazione. 

È anche nostra intenzione spingere perché venga ampliata la platea del bonus idrico, visto che la crisi economica post coronavirus ha messo molte famiglie in stato di difficoltà. Proseguiamo il nostro lavoro intervenendo in corsa sull’emergenza perché nessuno venga lasciato indietro, ma anche immaginando una ripartenza diversa in cui il ciclo dell’acqua sia progettato pensando a una sostenibilità sul lungo periodo. È sempre più necessario e urgente garantire ai nostri concittadini l’uso sicuro, la conservazione e il riuso della risorsa più preziosa di tutte.

Il 17 giugno è la Giornata Mondiale per la lotta alla desertificazione e la siccità: facciamo in modo che sia un giorno di presa di coscienza collettiva, quello dal quale si parte per ripensare profondamente tutti gli anelli della catena di gestione. Per rimettere l’acqua nelle mani dei cittadini di oggi e soprattutto per garantirla a quelli di domani.