Si vota su Rousseau, win win per M5S

Oggi si vota su Rousseau sul caso Diciotti una questione complessa e dalle molte sfacettature. Informatevi, informatevi, informatevi. E poi votate con la consapevolezza che votare è sempre una cosa bellissima, sempre!

Per rispetto del voto non dirò che cosa voterò.

La votazione è attiva su Rousseau nella giornata di oggi, lunedì 18 febbraio, dalle 11.00 alle 20.00. Buona democrazia a tutti!

Kenya, l’inno nazionale cade vittima dei filtri su YouTube

La storia sembra uscita dalla penna di uno scrittore satirico di successo ma, sfortunatamente, rimbalza, invece, dalla realtà.

2nachekiuno dei canali africani su YouTube di maggiore successo con circa 220 mila iscritti e milioni di visualizzazioni per ogni video pubblicato, il 30 gennaio pubblica un video con i 10 inni nazionali africani più belli.

Il primo in classifica è quello kenyota.

Passano una manciata di ore e il video in questione finisce nelle maglie dei filtri anti-pirateria di YouTube: secondo la De Wolfe Music, una società con sede nel Regno Unito la sua pubblicazione e, in particolare, l’inno kenyota violerebbe i propri diritti d’autore e dovrebbe essere rimosso.

La storia sarebbe eguale a decine di migliaia di altre storie che, sfortunatamente, si consumano da anni sulle pagine di YouTube nel silenzio generale se non fosse che, in questa vicenda, a rischiare di essere silenziato è addirittura un inno nazionale.

E’ direttamente il Governo di Nairobi a intervenire con un comunicato stampa con il quale ricorda che l’inno nazionale è, ormai, caduto in pubblico dominio e che, in ogni caso, toccherebbe, eventualmente, alle istituzioni kenyote autorizzarne o vietarne l’utilizzazione e non certo a una società inglese.

Ed è qui che alla vicenda già di per sé tragicomica, si aggiungono i tratti del paradosso: l’inno in questione è stato, infatti, scritto proprio per festeggiare la liberalizzazione del Kenya dalla Corona Britannica e ora una società privata – ironia della sorte – proprio con sede nei territori di Sua Maestà la Regina di Inghilterra vorrebbe silenziarlo e sottrarlo all’ascolto di milioni di cittadini africani e del resto del mondo.

Quasi una crisi diplomatica. Il Governo keniota si spinge a ipotizzare che quello della società inglese sia un’autentica appropriazione indebita.

E la vicenda si complica ancora quando si scopre che, a prescindere da ogni altra considerazione, la versione dell’inno nazionale sulla quale, al limite, la società inglese potrebbe accampare un qualche diritto d’autore, è diversa da quella pubblicata da 2nacheki.

Verrebbe voglia di lasciar travolgere l’intera vicenda dalla forza di una fragorosa risata se non fosse che a Bruxelles, il dibattito sulla riforma della disciplina europea del diritto d’autore, è, ormai, entrato nel rettilineo finale – anzi ormai sulla linea del traguardo – e che, purtroppo il testo della direttiva che appare destinato a tagliare il traguardo contiene una disposizione destinata a rendere sempre più massiccio il ricorso, da parte di YouTube – e delle altre grandi piattaforme di pubblicazione di contenuti audiovisivi – di filtri e soluzioni tecnologiche come quella nelle cui maglie è appena caduto l’inno keniota con la conseguenza che episodi come questo, di piccole e grandi censure d’autore, diventino all’ordine del giorno.

Il nostro Governo, come ha ricordato nei giorni scorsi il vice-premier Luigi Di Maio, ha tenuto una posizione molto dura a difesa dei diritti degli utenti nella convinzione che “La rete deve essere mantenuta libera e neutrale perché si tratta di un’infrastruttura fondamentale per la libera espressione dei cittadini oltreché per il sistema Italia e per la stessa Unione Europea” ma, a leggere il testo del draft della Direttiva uscito ieri dai negoziati di Bruxelles sembrerebbe non esser bastato.

Ora la parola passa all’aula del Parlamento europeo. Stay tuned.

L’analisi costi-benefici del Tav è negativa

L’analisi costi-benefici e l’analisi tecnico-giuridica sul Tav Torino-Lione sono da poco pubbliche sul sito del Mit. Ecco che si fa quella piena e doverosa trasparenza che avevamo promesso, che abbiamo già realizzato sul Terzo valico e che rende più democratico il dibattito su alcune delle grandi opere ereditate dal passato. Opere spesso ferme da tempo o che procedono a rilento o comunque oggetto di scandali, sprechi e inefficienze. Infrastrutture che, nell’interesse di tutti gli italiani, abbiamo deciso di sottoporre a questo tipo di esame, considerato a livello internazionale l’unico davvero utile al decisore politico per stabilire quali siano le migliori politiche infrastrutturali da perseguire. Siamo di fronte a un lavoro tecnico molto accurato, realizzato da un gruppo di studiosi che fanno capo alla Struttura Tecnica di Missione del Mit e di cui nessuno ha mai contestato la competenza. Una task force indipendente che tutti conoscevano già dall’agosto scorso e che ha impiegato alcuni mesi di lavoro per portare a compimento l’analisi, anche perché nel frattempo è impegnata, come detto, in approfondimenti analoghi su altre opere. Inoltre, siamo di fronte a un’indagine talmente obiettiva da partire dai dati dell’Osservatorio Torino-Lione del 2011, quindi una fonte che deve tranquillizzare i favorevoli al progetto. Ed è la prima analisi costi-benefici realmente indipendente, lo ribadisco, per cui abbiamo evitato finalmente di chiedere all’oste se il vino è buono.

E’ vero, uno studio del genere andava fatto sulla Torino-Lione 20 o 30 anni fa. Tuttavia, noi lo abbiamo avviato subito, appena arrivati al governo, convinti come siamo che i soldi pubblici vadano spesi sempre e di più per opere infrastrutturali, grandi e piccole, che siano davvero utili e pulite, concepite guardando al futuro di chi le userà, non al passato e al presente di chi le costruisce. Nel Contratto di Governo abbiamo scritto che bisogna ‘ridiscutere integralmente’, e sottolineo ‘integralmente’, il progetto nell’applicazione dell’accordo tra Italia e Francia. Anche per questo motivo ho incontrato più volte la mia omologa francese, Elisabeth Borne, con la quale ho concordato circa la necessità di dare al Governo il tempo per svolgere l’analisi e le conseguenti valutazioni, a condizione che tale approfondimento fosse condiviso con la Francia prima di essere reso pubblico. Questa procedura è stata da me spiegata pubblicamente più volte, anche in una comunicazione ufficiale inviata al Parlamento. Non c’è stata, quindi, nessuna volontà di nascondere alcunché, ma solo quella di rispettare un impegno internazionale al quale fa riferimento anche il Contratto di Governo.

Come ciascuno adesso può vedere da sé, i numeri dell’analisi economica e trasportistica sono estremamente negativi, direi impietosi: stiamo parlando di costi che, su un trentennio di esercizio dell’opera, superano i benefici di quasi 8 miliardi, tenendo conto del solo esborso per il completamento. Una cifra che scende appena a 7 miliardi se si considera uno scenario più ‘realistico’ di crescita dell’economia, dei traffici e di cambio modale. Secondo il soggetto proponente, grazie alla nuova linea i flussi di merci su ferro dovrebbero moltiplicarsi magicamente di ben 25 volte da qui al 2059. In realtà, i numeri ci dicono che dovremmo spendere oltre 5 miliardi di fondi pubblici per spostare dalla strada alla ferrovia, se va bene, 2mila o 3mila tir al giorno, quando sulla Tangenziale di Torino, per dare un termine di paragone, passano quotidianamente 60mila mezzi pesanti. Voglio ribadirlo: Lione è una bellissima città, ma è evidente che ci siano altre priorità infrastrutturali in questo Paese.

Qualcuno ha polemizzato sull’inserimento, nella valutazione, delle accise sulla benzina che lo Stato perderebbe con il modesto cambio modale. Vorrei far notare che nello scenario ‘realistico’ dell’analisi costi benefici, le accise pesano appena per 1,6 miliardi e non sono certo decisive nel far pendere l’ago della bilancia dalla parte dei costi (opera negativa per 7 miliardi). In più ricordo ai favorevoli all’opera che questo parametro era ben presente nell’analisi del 2011, dunque Chiamparino e gli ultrà che traggono ragione di esistere dal Tav non hanno di che stracciarsi le vesti. Anzi, il bilancio economico per gli Stati era assai più disastroso in quello studio: -7 miliardi per i mancati incassi fiscali sui carburanti. Infine, il minor gettito da accise è considerato un costo anche nelle linee guida francesi e comunque c’è un ampio consenso internazionale attorno a questa scelta metodologica, sulla quale non mi sarei comunque mai sognato di forzare o comprimere la totale libertà dei tecnici da me incaricati.

Dall’altra parte, invece, lo studio della task force del professor Ponti è persino troppo generoso quando tratta dei benefici dell’opera e si sofferma sulla decongestione stradale. Infatti essa frutta 2 miliardi nello scenario ‘ottimistico’ e un miliardo in quello ‘realistico’. Ma si tratta in media di risparmi di tempo per chi viaggia su gomma talmente impercettibili, per lo più poche decine di secondi, che in effetti rappresentano un vantaggio economico nullo. Basti dire che sull’intero tragitto da Milano a Lione, il Tav farebbe risparmiare appena un minuto e 20 secondi a chi continua a spostarsi su strada e appena 5 secondi a chi percorre l’intera tangenziale di Torino ogni mattina. Un’inezia.

Dunque, secondo noi quei soldi andrebbero usati diversamente. D’altronde, a fronte di una analisi economica negativa per 7-8 miliardi, a seconda degli scenari, l’analisi giuridica ci dice che rinunciare all’opera ci potrebbe costare alcune centinaia di milioni, mentre la gran parte dei fondi Ue in ballo potrebbe comunque essere oggetto di una nuova negoziazione politica. A parte vanno considerati gli esborsi per l’adeguamento del Frejus, tutti da definire perché ancora manca una progettazione. Ecco allora che a nostro avviso queste risorse possono essere indirizzate verso grandi opere molto più utili e urgenti per Torino e per tutto il Piemonte. Ad esempio la Metro 2: stiamo parlando di 26 km che sarebbero in grado di decongestionare davvero il traffico in città e non solo. Stiamo parlando del tunnel che ci serve, lo chiamerei quasi un SuperTav.

Infine, la valutazione negativa della Torino-Lione che emerge dall’analisi, voglio dirlo in modo chiaro, non è contro la Ue o contro la Francia. Essa si configura piuttosto come un prezioso elemento di informazione per indicare a tutti gli interlocutori l’opportunità di verificare se esistano impieghi migliori delle risorse che sarebbero destinate al progetto. In ogni caso, da parte mia quanto fatto finora è funzionale all’impegno assunto dal Governo nella sua interezza e nell’interesse dei cittadini. La decisione finale, come è naturale che sia, spetta ora al Governo stesso nella sua piena collegialità.

Sotto i tendoni va in scena lo spettacolo della crudeltà: l’Ue dica basta ai circhi con animali

L’utilizzo degli animali nei circhi è crudele e anacronistico: è ora di bandirlo a livello europeo. Lo chiedono i cittadini, lo chiede l’etica e il buonsenso. A Brescia è andato in scena l’ennesimo spettacolo all’insegna della crudeltà, l’ultimo di una lunga serie di macabri episodi che hanno per protagonisti animali sfruttati, trattati alla stregua di macchine da soldi. Sotto ai tendoni dei circhi si nasconde una serie di abusi e soprusi a cui dobbiamo apporre una volta per tutte la parola “fine”.

VIDEO. 
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Eleonora Evi – Basta animali nei circhi

Animali detenuti in condizioni crudeli e vergognose. E’ successo a gennaio in un Circo a Brescia, dove le forze dell’ordine hanno sequestrato degli animali tenuti al freddo e in strutture precarie. Questo rappresenta solo l'ultimo di una triste serie di eventi simili in tutta Europa.Qui al Parlamento europeo ho depositato un'interrogazione alla Commissione per chiedere il divieto dell’uso di animali nei circhi.Per di più, oltre a proporre un vero e proprio divieto dell'uso degli animali nei circhi di tutta Europa, la Commissione deve escludere queste strutture da qualsiasi tipo di finanziamento europeo, diretto o indiretto.Non possiamo permettere che ancora oggi nei circhi si usino -e si maltrattino- questi animali per puri fini di intrattenimento.È una pratica fuori dal tempo, barbara e crudele, di cui i cittadini europei chiedono a gran voce l’interruzione.

Pubblicato da MoVimento 5 Stelle Europa su Giovedì 7 febbraio 2019

Gli animali del circo che faceva tappa nel comune lombardo sono stati sequestrati perché detenuti in condizioni crudeli: in violazione di legge, alcuni di essi erano stazionati su un piazzale ghiacciato con temperature intorno allo zero. Per gli animali esotici la temperatura non dovrebbe mai scendere al di sotto dei 12ºC ma, evidentemente, le regole servono a ben poco. Anche perché, parliamoci chiaro, questo non è il primo né l’ultimo atto vergognoso perpetrato nei circhi.

Dietro le sbarre delle gabbie gli animali sono veri e propri prigionieri. Vivono in condizioni incompatibili con le loro esigenze etologiche. Vengono addestrati ad esibirsi in posture e movimenti innaturali per il divertimento del pubblico, ma al circo gli animali non si divertono affatto e anche il pubblico è stanco di simili sofferenze.

Non possiamo dimenticare che queste manifestazioni sono anche veicolo di messaggi diseducativi per i giovani che si affacciano alla vita, i quali imparano il non rispetto nei confronti degli esseri viventi. Il circo diventa così anche ostacolo per lo sviluppo dell’empatia: il disagio e la sofferenza dell’animale vengono utilizzati come mezzo di divertimento.

Per tutti questi motivi, qui al Parlamento europeo, ho depositato un’interrogazione alla Commissione europea per chiedere il divieto degli animali nei circhi, co-firmata da altri 25 parlamentari, a dimostrazione della sensibilità sul tema. Oltre a proporre un vero e proprio divieto dell’uso degli animali nei circhi di tutta Europa, la Commissione deve escludere queste strutture da qualsiasi tipo di finanziamento europeo, diretto o indiretto.

Non possiamo permettere che ancora oggi nei circhi si usino questi animali per puri fini di intrattenimento. È una pratica fuori dal tempo, barbara e crudele, di cui i cittadini europei chiedono a gran voce l’interruzione. È ora di chiudere una volta per tutte questo capitolo vergognoso. 

#AcquaPubblica: la nostra prima stella

Se le guerre del Ventesimo secolo sono state combattute per il petrolio, quelle del Ventunesimo avranno come oggetto del contendere l’acqua“.

Ismail Serageldin, vice presidente della Banca Mondiale, anno 1995

Ogni epoca si contraddistingue per la lotta tra alternative opposte. Fin dalla notte dei tempi. Il mondo stesso nacque dalla distinzione tra buio e luce. E così via le “antitesi dominanti” hanno segnato la storia dell’uomo: il bene contro il male, la Repubblica contro l’impero, i ricchi contro i poveri, lo Stato contro la Chiesa, la campagna contro la città, la democrazia contro la dittatura.

Oggi lo scontro dominante è tra il popolo, i cittadini, la moltitudine e le grandi élite economiche finanziarie, determinate a fare profitto su tutto. Tra il 99% (noi) e l’1% (loro). I fronti di questa guerra sono tantissimi, e uno di questi – forse il più delicato – è quello della guerra dell’acqua. Su questo lo scontro è culturale prima che economico.

Da un lato c’è chi vede l’acqua come qualcosa di sacro, la cui equa distribuzione rappresenta un dovere per preservare la vita e la dignità dei cittadini. Dall’altro chi la considera una merce e ritiene il suo possesso e commercio come un qualsiasi altro prodotto. Per costoro la gestione delle risorse idriche rientra pienamente nelle logiche di mercato. E dunque l’acqua dovrebbe essere commercializzata e assoggettata alla dinamica del consumo e dell’offerta. Un’aberrazione, che ha visto però il sostegno di quasi tutte le forze politiche che hanno governato l’Italia in passato.

Nel nostro Paese l’unica forza politica che si è SEMPRE, fin dalla sua costituzione, nettamente schierata a favore dell’acqua pubblica è stato il Movimento 5 Stelle. Per noi privatizzare l’acqua vuol dire ledere un diritto naturale dell’uomo. L’acqua è di tutti: un vero e proprio diritto di cittadinanza.

C’eravamo, nei comitati, nelle piazze e nelle strade, a promuovere il referendum del 12 e 13 giugno 2011, quando oltre 27 milioni di italiani hanno votato SI all’abrogazione delle norme sula remunerazione del capitale dei servizi idrici. C’eravamo, in Parlamento, a lottare contro chi ha voluto sovvertire l’esito di quella battaglia storica, con norme come lo “Sblocca Italia” e i Decreti “Madia” del 2016. E ci siamo oggi, nel 2019, al Governo, per approvare finalmente la legge sull’acqua pubblica. Un testo che prevede trasparenza su dati e procedure, la ridefinizione del sistema di pianificazione e gestione dell’acqua, e soprattutto avvia il processo di cambiamento verso una gestione pubblica e partecipata del Servizio Idrico Integrato.

In questo mese di febbraio, ti chiediamo di diffondere questa notizia nel tuo territorio organizzando appositi banchetti e gazebo, per portare questa grande battaglia in ogni angolo d’Italia. Come puoi fare? È semplice!

PARTECIPA! Vuoi proporre un’iniziativa? Vuoi organizzare un gazebo o un evento sul tema dell’acqua pubblica? Accedi a Rousseau, entra nella funzione CALL TO ACTION, clicca su CREA INIZIATIVA e definisci luogo, ora e data della chiamata all’azione.

ATTIVATI! Per conoscere i dettagli dei tanti eventi sull’acqua pubblica organizzati dal Movimento 5 Stelle nel mese di febbraio, basta andare su Rousseau ed entrare nella funzione Activism. Dopo aver scelto l’etichetta “iniziative correnti e future”, è sufficiente selezionare l’evento a cui si è interessati. In questo modo sarà possibile visualizzare una mappa costantemente aggiornata in tempo reale attraverso la quale poter scoprire con facilità le iniziative previste nel proprio Comune o nella propria Regione.

Puoi scaricare e stampare QUI il volantino!

CONDIVIDI, attraverso i social, foto e mini-video di una fontana di acqua pubblica della tua città, utilizzando l’hashtag #AcquaPubblica.

Insieme daremo voce alle fontane di tutta Italia!

Se ancora non sei iscritto a Rousseau, fallo subito. Scrivi STELLE al 43030.

ANTICORRUZIONE, BUSINAROLO (M5S): DA CANTONE VALUTAZIONE POSITIVA, FONDAMENTALE PREVENZIONE

Con il daspo per corrotti e corruttori, pene più severe e agente sotto copertura, la legge anticorruzione voluta dal ministro Bonafede punta con decisione a scoraggiare i disonesti e a prevenire il malaffare. E’ uno degli aspetti che rendono questo pacchetto di norme davvero rivoluzionario.

Siamo certi di aver dato al Paese uno strumento nuovo ed efficace per combattere la piaga della corruzione, e le parole positive pronunciate oggi da Raffaele Cantone, rafforzano in noi questa convinzione. Come ha sottolineato il presidente dell’Anac, il fatto che chi è stato condannato ‘stia lontano anni luce dalla pubblica amministrazione” e l’introduzione del poliziotto infiltrato, rappresentano un ‘segnale importante’.

Così come le norme sul finanziamento ai partiti e alle fondazioni collegate segnano un decisivo passo in avanti verso quella trasparenza che i cittadini reclamavano da decenni.

Lo conosciamo il privato

Lo conosciamo il privato. È nella sua natura agire per privazione, sottrarre alla collettività per dare a sé stesso e fare profitto. Nulla di male, se i beni privatizzati sono disponibili, non essenziali, e si crea libero mercato. Un’aberrazione, quando parliamo di beni vitali come l’acqua.

Riuscireste a immaginare un mondo in cui l’acqua è nella sola disponibilità dei privati, e chi non ha i mezzi non ha accesso ai servizi idrici? Non è lo scenario di un futuro distopico, ma qualcosa di più vicino di quanto non si pensi. Mai come in questi anni l’acqua è stata sotto attacco. Nel 1995 il vice presidente della Banca Mondiale, Ismail Serageldin, disse: “Se le guerre del Ventesimo secolo sono state combattute per il petrolio, quelle del Ventunesimo avranno come oggetto del contendere l’acqua“.

Lo sapete che la crisi idrica coinvolge moltissimi paesi? Solo per fare qualche esempio: Israele, India, Cina, Bolivia, Canada, Messico, Ghana, Stati Uniti. In Bolivia negli anni 90 e 2000 la privatizzazione dell’acqua fece vivere situazioni drammatiche alla popolazione, che scese in strada per protestare contro il governo, responsabile di aver venduto l’acqua della regione a un gruppo di multinazionali straniere. Non a caso quel paese ha completamente cambiato politica sul diritto all’acqua.

Anche in Italia in passato i Governi hanno imposto norme sempre più privatizzatrici, sovvertendo il referendum del 12 e 13 giugno 2011, quando oltre 27 milioni di italiani hanno votato SI all’abrogazione delle norme sula remunerazione del capitale dei servizi idrici.

Simili azioni non solo sono un attentato alla democrazia, ma un atto di ignoranza e di repulsione rispetto alla nostra storia. Chi in passato lo ha fatto, con norme come lo “Sblocca Italia” e i Decreti “Madia” del 2016, non sa che Roma fu la prima città a introdurre l’idea di fontane pubbliche con acqua potabile. E che, ancora oggi, è la città con la più alta concentrazione di fontane in tutto il mondo.

In tutta Roma sono presenti più di 2500 fontanelle che i romani chiamano “nasoni”. Spesso sono anche dette “democratiche” perché sono accessibili a tutti e possono essere trovate in qualunque quartiere della città. Esistono da quasi 150 anni e sono il simbolo della storia italiana del diritto all’acqua. A introdurle fu il primo sindaco della capitale liberata, Luigi Pianciani. Un garibaldino, che a dispetto del suo essere massone sapeva di cosa aveva bisogno la gente della sua epoca. Il suo mandato durò solo due anni. Il tempo per dare un esempio capace di gettare una luce che arriva fino ai nostri giorni e illuminare la prima stella del Movimento.

Dopo quasi 10 anni di battaglie, fuori e dentro il parlamento, il 2019 segnerà un traguardo storico: l’approvazione della legge sull’acqua pubblica del Movimento 5 Stelle. Nel testo si chiede che ci sia trasparenza su dati e procedure, per permettere ai cittadini di essere protagonisti consapevoli della gestione di questo bene comune, che rappresenta un diritto umano universale. La legge ridefinisce il sistema di pianificazione e gestione dell’acqua, e lo organizza sulla base di ambiti di bacino idrografico, che rappresentano le competenze naturali di gestione di tutto il ciclo. Inoltre individua gli strumenti necessari per avviare un processo di cambiamento verso una gestione pubblica e partecipata del Servizio Idrico Integrato.

Ma soprattutto afferma un principio: che l’acqua è pubblica, e che l’accesso ai servizi idrici è un diritto di tutti. Il modo giusto per riaffermare che la volontà popolare è sovrana. E dire ai privati “fate i vostri profitti, ma non sui diritti essenziali come l’acqua”.

Buone notizie per il veronese

Buone notizie per i comuni sotto i 20.000 abitanti 

La provincia di Verona ringrazia

Pubblicato da Francesca Businarolo su Venerdì 1 febbraio 2019
Pubblicato da Francesca Businarolo su Venerdì 1 febbraio 2019

1000 suicidi per problemi economici: il Reddito di Cittadinanza è ossigeno puro

L’Osservatorio della Link Campus University ha presentato il risultato di 7 anni di studio sul fenomeno dei “suicidi per motivazioni economiche”. I dati sono drammatici: in Italia, dal 2012, sono ben 988 i casi di cittadini che hanno deciso di togliersi la vita per problemi economici mentre sale a 717 il numero dei tentati suicidi.

E davanti a tutto questo gli stessi partiti che hanno alimentato la crisi con le politiche di austerità ora si oppongono al Reddito di Cittadinanza, un argine contro i brutti pensieri spesso dovuti alla miseria economica e alla disoccupazione. Il Reddito introduce un principio molto semplice: se ti trovi in difficoltà lo Stato non ti lascia solo, ma ti offre un Patto per il Lavoro in cambio di un sostegno immediato al reddito che ti consente di arrivare a fine mese e mantenere i tuoi figli. Lo Stato si ritirerà solo quando troverai un lavoro, che nel frattempo abbiamo reso più conveniente per le imprese approvando diversi incentivi.

Il Reddito di Cittadinanza è una via d’uscita dal buio della solitudine, è la possibilità di mettere un pasto sulla propria tavola e di rientrare a far parte della società rimettendosi in gioco. Questa opposizione, che fa la guerra al reddito ed ai milioni di italiani che lo riceveranno, è imbarazzante, senza vergogna e assolutamente fuori dalla realtà!

Per mesi hanno raccontato fake news su come il Reddito di Cittadinanza fosse una misura utile solo al Sud: la prima regione per tasso di suicidi causati da problemi economici è il Veneto con il 15%, la terza la Lombardia. Il nord-est, infatti, occupa la cima di questa triste classifica con il 34% di suicidi. E non a caso il 47% dei beneficiari del Reddito di Cittadinanza saranno al nord. È una misura distribuita equamente sul territorio nazionale, perché la miseria e la povertà assoluta non sono un’esclusiva del Mezzogiorno.

Ma non solo il Reddito di Cittadinanza. Dal 2012 ad oggi gli imprenditori suicidi rappresentano il 41,8% del totale. È proprio a loro, ai piccoli imprenditori ed artigiani che hanno tenuto duro durante il periodo della crisi, che si rivolgono misure che per anni hanno richiesto invano: meno tasse ad 1 milione di piccole imprese e professionisti con un’aliquota piatta al 15%, taglio del 32% delle tariffe Inail, cedolare secca al 21% anche per gli immobili commerciali, raddoppio della deducibilità Imu sui capannoni, anticipazioni da Cassa Depositi e Prestiti per il pagamento più rapido dei fornitori da parte della Pubblica Amministrazione, fondo da un miliardo per le Start up innovative, doppio bonus nel Meridione (decontribuzione Inps totale per le imprese che assumono stabilmente lavoratori e mensilità del Reddito di Cittadinanza per l’impresa se i nuovi lavoratori assunti erano beneficiari del nostro sostegno al reddito).

Crescono anche i suicidi tra i giovani: complessivamente i suicidi tra i 35-44enni rappresentano il 20% del totale, tra gli under 34 il 10%. Ragazzi completamente usciti dai radar dello Stato, abbandonati dai precedenti governi sul divano e spesso costretti a fuggire dall’Italia.

Noi lavoriamo tutti i giorni per fare fronte alla catastrofe sociale che abbiamo ereditato. A Pd e Forza Italia non resta altro che fare le passerelle sulle navi, parlare soltanto di immigrazione perché non possono presentarsi davanti ai lavoratori dopo aver votato il Job’s act, non possono presentarsi davanti ai pensionati dopo aver votato la legge Fornero, non possono presentarsi davanti agli imprenditori dopo averli massacrati con le loro politiche scellerate.

Andiamo avanti con il Reddito di Cittadinanza, un’esigenza per un Paese civile che, grazie al MoVimento 5 Stelle, è diventata finalmente legge dello Stato.

Il Reddito di cittadinanza: un programma di contrasto alla povertà e di attivazione nel mercato del lavoro

di Pasquale Tridico

Quando finalmente finirà la polemica sterile contro il Reddito di cittadinanza, quella che tira fuori solo problemi inerenti l’elusione, i furbi, gli scansafatiche, fino ad arrivare al “divano”, e alle “vacanze” dei poveri, e quando si comincerà a leggere e conoscere nella sua interezza il provvedimento che introduce il Reddito di cittadinanza, come misura di reddito minimo in Italia, di contrasto alla povertà e di riattivazione verso il mercato del lavoro, allora, penso, necessariamente si apprezzerà l’intero provvedimento, la finalità degli obiettivi, i mezzi attraverso i quali agisce e le risorse che mobilita.
L’esigenza di uno strumento di reddito minimo in Italia, come il Reddito di cittadinanza, trova una pluralità di giustificazioni teoriche, economiche, giuridiche e morali. Dall’inizio del secolo scorso economisti come James Meade, Oskar Lange, ma anche Karl Polanyi e più recentemente Amartya Sen, solo per citarne alcuni, sostengono la necessità economica e sociale di uno strumento di sostegno al reddito universale, nelle diverse varietà di sussidio sociale, di reddito garantito, di dividendo sociale, di reddito minimo o di reddito universale. Anche economisti considerati in qualche modo conservatori come von Hayek o Milton Friedman sostengono tale necessità.

Non è tutto: la costituzione Italiana, almeno in 2 articoli fondamentali, l’articolo 3 e l’articolo 38, ritiene necessario l’intervento dello Stato nel rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano la libertà e l’uguaglianza dei cittadini (art 3), e stabiliscono il diritto al mantenimento e all’assistenza sociale dei poveri, degli indigenti e dei disoccupati (art 38).
E ancora, il più recente Pilastro Sociale dell’UE, all’art 14, stabilisce chiaramente il diritto al reddito minimo per garantire una vita dignitosa e allo stesso tempo ritiene utile combinare tale reddito minimo con incentivi alla integrazione nel mercato del lavoro. Due obiettivi ed uno strumento, appunto, come il Reddito di cittadinanza.
Ci sono infine diversi leader religiosi nel mondo come Papa Francesco, che considerano tali strumenti, e il welfare in generale, un mezzo per lo sviluppo umano, e non un costo.
Ma se tutto questo non convince ancora i più scettici, allora c’è l’evidenza empirica, che evidenzia come in periodi di crisi, come quella che ha colpito gran parte d’Europa dal 2009 in poi, strumenti come il reddito minimo non solo sono utili per evitare l’esplosione della povertà, come avvenuto in Italia, ma sono necessari per stabilizzare, o almeno compensare in modo quasi automatico, il ciclo negativo, sostenere i consumi, la domanda aggregata e quindi l’economia, evitando così una spirale recessiva o quantomeno attutendola.

Quando la critica al reddito di cittadinanza diventa meno aggressiva, si tirano fuori argomenti del tipo: “si poteva rinforzare il Rei”. Anche in questo caso la critica non trova fondamento, poiché non solo si è “rinforzato” il Rei in modo oggettivo ed evidente in termini di beneficiari, platee e risorse, passando da un contributo individuale massimo di 187 a 780 euro e da una platea potenziale di 1 milione ad una di quasi 5 milioni di persone, e da un fondo di poco più di 2 miliardi complessivi a poco più di 8 miliardi complessivi. Ma si è anche “rinforzato” il Rei nella parte che riguarda il “cuore” di quel provvedimento, ovvero il contrasto alla povertà, la rete dei servizi sociali attraverso i comuni e l’inclusione sociale. Infatti, per questo obiettivo le risorse aumentano notevolmente, di circa 130 milioni nel 2019 passando a circa 347 milioni, raggiungono 587 milioni nel 2020 e triplicano nel 2021 passando a 615 milioni di euro. Una dotazione di risorse mai vista prima per l’obiettivo della lotta alla povertà. Una vera rivoluzione, e per conoscerne bene la portata basterebbe chiedere alla Caritas o alla Alleanza contro la Povertà che negli anni scorsi non hanno mai visto tante risorse. Tutto questo fa parte del cosiddetto Patto per l’inclusione sociale, per quelli più distanti dal mercato del lavoro, con particolari disagi sociali e non proprio pronti a lavorare. I beneficiari di Reddito di cittadinanza che stipulano il Patto di inclusione sociale presso i Comuni e i Servizi sociali avranno condizionalità e obblighi diversi, prevalentemente di tipo sociale, rispetto a coloro che stipulano il Patto per il Lavoro, come succede in tutti i paesi europei. Perché la povertà non dipende solo dalla mancanza di lavoro. Perché la povertà è un problema multidimensionale. E l’obiettivo è fare in modo che il Patto di inclusione sociale sia in qualche modo “propedeutico” rispetto al Patto per il Lavoro. Anche rispetto a questo obiettivo, di più diretto contrasto alla povertà, dovrà essere valutato il Reddito di cittadinanza.

Infine, oltre a “rinforzare” il Rei in lungo e in largo, si è aggiunto un altro fondamentale pilastro, che potremmo definire “lavorista”, di riattivazione verso il mercato del lavoro, seguendo alla lettera l’art. 14 del Pilastro Sociale dell’Ue citato sopra, e costruendo un reddito minimo che possa garantire una vita dignitosa combinato con incentivi alla integrazione nel mercato del lavoro. Anche in questo caso, la critica al pilastro “lavorista” è priva di fondamento. I centri per l’impiego (Cpi) non sono pronti, si dice, le politiche attive sono inesistenti o quasi, e via discorrendo. Vero. Ma proprio per questo è giusto partire al più presto possibile, e questa è una occasione d’oro. Del resto la finalità di contrasto alla povertà e sostegno al reddito rimane soddisfatta anche durante la costruzione e il potenziamento dei Cpi, da cui quella finalità è indipendente, e con cui la riforma dei Cpi non è in conflitto. Come per il contrasto alla povertà e la rete ad essa connessa, anche i Cpi, le regioni e tutti i servizi ad essi collegati, non hanno mai visto tante risorse: 120 milioni nel 2019 e 160 milioni dal 2020 per 4000 nuove assunzioni presso i Cpi. 200 milioni per l’assunzione di 6000 navigator nel 2019, 250 milioni per il 2020 e 50 milioni per il 2021, attraverso Anpal servizi Spa. Quindi una dotazione di 10 mila nuovi operatori per i servizi dell’impiego pubblici che si aggiungono ai circa 8000 esistenti. A ciò si aggiunge una ulteriore dotazione di 480 milioni nel 2019 e di 420 milioni nel 2020 per strutture e infrastrutture fisiche e tecnologiche presso i Cpi e le regioni che in questo hanno competenza. Sono inoltre compresi fondi per la stabilizzazione degli attuali precari dell’Anpal, per nuove assunzioni in Inps, per i Caf, e per i sistemi informativi unitari, ovvero le piattaforme tecnologiche su cui poggia l’intero programma. Inoltre, la differenza tra il Fondo per il Reddito di cittadinanza, cioè 8,32 miliardi a regime dal 2021, e l’erogazione del beneficio, pari a regime a 7,21 miliardi, è di oltre 1 miliardo di risorse per il mantenimento di tutta la struttura dei CPI, di Anpal, e di tutti i soggetti coinvolti (Inps, Caf, Comuni, Enti di formazione, Enti accreditati, sistemi informativi, piattaforme, ecc).

Il programma del Reddito di cittadinanza ha una architettura complessa, studiata sulla scia dei migliori esempi europei di reddito minimo, e prevede formazione e condizionalità, oltre che un vasto programma di incentivi alle imprese e agli enti di formazione accreditati. Questa parte del programma del Reddito di cittadinanza identifica un approccio molto orientato verso le politiche attive e il reinserimento nel mercato del lavoro dei beneficiari. All’interno del Patto per il Lavoro che il beneficiario di Reddito di cittadinanza stipula presso i Cpi o gli enti accreditati quali le Agenzie del Lavoro (ApL) si identifica un percorso di riattivazione del beneficiario e può includere anche un Patto per la Formazione con il quale l’impresa si impegna a fornire formazione al beneficiario. Il programma prevede incentivi per le imprese che assumono il beneficiario a tempo pieno e indeterminato, e non lo licenziano senza giusta causa o giustificato motivo, pena la restituzione dell’incentivo. Le imprese che assumono un beneficiario nei primi 18 mesi di fruizione del beneficio ottengono un incentivo sotto forma di esonero contributivo, nel limite dell’importo mensile percepito dal beneficiario, ed entro un massimo di 780 euro, e per un valore totale massimo pari alla differenza tra 18 mesi e i mesi usufruiti. Il contributo non può comunque essere inferiore a 5 mensilità. In caso di rinnovo del Reddito di cittadinanza, l’incentivo per le imprese è concesso nella misura fissa di 5 mensilità.

Gli enti di formazione accreditati possono stipulare presso i Cpi e presso le ApL un Patto di formazione, finalizzato allo svolgimento di un percorso professionale, alla fine del quale se il beneficiario ottiene un lavoro coerente con il profilo formativo sarà riconosciuto all’ente di formazione un esonero contributivo, nel limite della metà dell’importo mensile del Reddito di cittadinanza percepito dal lavoratore all’atto dell’assunzione, entro un massimo di 390 euro e per un valore totale pari alla differenza tra 18 mesi e i mesi già usufruiti. L’altra metà, nel limite di 390 euro, va all’impresa che assume il lavoratore. Il contributo non può comunque essere inferiore a 6 mensilità (3 per l’ente di formazione e 3 per l’impresa). Qui c’è chiaramente un incentivo di mercato agli enti di formazione che saranno spinti ad organizzare e ad inserire singoli o gruppi di beneficiari di reddito di cittadinanza all’interno di corsi di formazione attraenti, che diano reali sbocchi di lavoro, perché solo a conclusione di essi, ed in caso di successo cioè assunzione da parte dell’impresa, l’ente di formazione riceverà l’incentivo. Saranno quindi spinti ad organizzare corsi di formazione per posizioni per cui esistono vacancy, perché i loro incentivi dipendono dall’assunzione, piuttosto che da opachi finanziamenti regionali a pioggia. Inoltre questi incentivi spingono imprese e enti di formazione a stipulare il Patto di formazione e ad assumere al più presto un beneficiario, per ottenere un beneficio più cospicuo.

Chiaramente questi incentivi non sono addizionali rispetto alle risorse stanziate per il fondo del Reddito di cittadinanza, ma anzi sono costruiti attraverso un meccanismo che prevede il trasferimento all’impresa solo in caso in cui il beneficiario sia assunto stabilmente e quindi non abbia più bisogno di Reddito di cittadinanza. Nel programma sono previsti anche incentivi per l’imprenditorialità e il self-employment: nel caso in cui il beneficiario avvia un’attività di lavoro autonomo o costituisce un’impresa individuale o una società cooperativa entro i primi dodici mesi di fruizione della misura è previsto il riconoscimento di un incentivo pari a 6 mensilità del Reddito di cittadinanza, nel limite di 780 euro mensili. La combinazione tra l’impossibilità di rifiutare più di 3 offerte di lavoro congrue, a scalare su 100 km, 250 km e tutto il territorio nazionale, insieme ai forti incentivi all’inserimento lavorativo, permette di affermare, ragionevolmente, che sebbene il Reddito di cittadinanza sia un reddito minimo strutturale, per sempre, per un singolo beneficiario potrebbe durare massimo due cicli. All’interno di questo contesto è allora ragionevole suppore, che sia possibile, la riattivazione di circa un milione di nuovi lavoratori in 2-3 anni, in condizioni economiche generali normali, cioè non di stagnazione o recessione.

Veniamo inoltre al cosiddetto doppio bonus per le imprese. Nel caso in cui il datore di lavoro abbia esaurito gli esoneri contributivi in forza degli sgravi previsti nella scorsa legge di bilancio per le imprese nel Sud che assumono nel 2019 e 2020 giovani sotto i 35 anni o disoccupati da oltre 6 mesi over 35 anni, gli incentivi contributivi previsti nel Reddito di cittadinanza si trasformano in credito di imposta. In questo caso, sebbene l’impresa abbia ampia libertà e flessibilità di poter usare il credito d’imposta come crede, sarebbe molto coerente con l’impianto del programma, e più efficace per l’impresa stessa, usare il credito di imposta per la formazione dei neoassunti attraverso il reddito di cittadinanza.

Conclude questa batteria di incentivi all’inserimento nel mercato del lavoro un altro strumento: l’assegno di ricollocazione (AdR). Esso ha la finalità di aiutare la persona disoccupata beneficiaria del reddito di cittadinanza a migliorare le possibilità di ricollocarsi nel mondo del lavoro. Si tratta di una somma di denaro che può variare tra 250 e 5.000 euro, a secondo della difficolta del soggetto beneficiario, e può essere considerata una “dote” per il lavoratore. Può essere spesa presso enti accreditati e centri per l’impiego, e permette di ricevere un servizio di assistenza intensiva alla ricerca di occupazione da parte di un centro per l’impiego o di un ente accreditato ai servizi per il lavoro. La dote è effettivamente incassata da ApL o Cpi solo nel momento in cui il lavoratore viene allocato sul mercato.

La logica di fondo alla base di questa batteria di incentivi, è la riattivazione nel mercato del lavoro di un gran numero di inattivi. Inoltre, rafforzare lo Stato sociale, attraverso uno strumento cardine di welfare quale il reddito minimo, pone un freno ad una tendenza di riduzione dello stato sociale e di salario indiretto che negli ultimi tre decenni ha costituito, insieme alla flessibilizzazione del mercato del lavoro, una costante della politica economica italiana, che ha favorito il declino della quota salario sul Pil, e la perdita di potere contrattuale da parte dei lavoratori, con inevitabile stagnazione dei salari. In questo senso, il Reddito di cittadinanza, la più grande politica sociale degli ultimi 30 anni almeno, può rappresentare anche la spinta iniziale di una pressione verso l’alto dei salari, e il riposizionamento, per l’Italia, su una frontiera produttività più elevata, caratterizzata da investimenti ad alta intensità di capitale, piuttosto che investimenti che sfruttano maggiormente il lavoro a basso costo.

Più in generale, possiamo dire che l’impatto macroeconomico del Reddito di cittadinanza può essere di notevole importanza, sia sull’efficienza del mercato del lavoro, in termini di aumento di occupazione e produttività, da realizzarsi con il miglioramento dei Cpi, la riqualificazione formativa dei lavoratori, e la batteria di incentivi inseriti, sia su alcuni aspetti macroeconomici che riguardano il moltiplicatore dei consumi, l’output gap e il recupero di spazio fiscale nel bilancio. Da una parte l’attuazione del Reddito di cittadinanza associata al potenziamento dei Cpi costituisce una vera e propria riforma strutturale del mercato del lavoro, nella misura in cui può aiutare a reimpiegare parte di quegli oltre tre milioni di scoraggiati (secondo i dati dell’ISTAT 2018) che da anni non cercano più attivamente lavoro, tra cui moltissimi giovani NEET. L’afflusso degli scoraggiati presso i Cpi permetterebbe di rivedere al rialzo il tasso di partecipazione alla forza lavoro, che nella metodologia europea contribuisce alla crescita del Pil potenziale. Si aprirebbe così uno spazio fiscale aggiuntivo che può essere utilizzato per aumentare l’occupazione evitando di far crescere in percentuale il deficit strutturale a livelli passibili di sanzioni comunitari. Dall’altra parte, le finalità sociali, di contrasto alla povertà e di sostegno al reddito sono necessari, in una economia avanzata come la nostra, per garantire la stabilità sociale e una maggiore coesione, soprattutto in periodi di dinamica lenta del Pil come quella che sembra profilarsi per via di una congiuntura internazionale sfavorevole. In questi periodi, azionare la leva anticiclica della politica economica, addirittura in anticipo, potrebbe rivelarsi fondamentale per garantire la stabilità dei consumi e della domanda aggregata, con la soddisfazione che per una volta almeno si potrà dire che si è iniziato dagli ultimi.