Funivia Monte Baldo: rinnovo dei vertici fermo da un anno. Scatta la segnalazione all’Anac

Il rinnovo del cda del consorzio Funivia Monte Baldo attende da oltre un anno e mezzo. Solo l’ultima di una lunga serie di anomalia che hanno caratterizzato la gestione di questa azienda partecipata dalla Provincia di Verona, dal Comune di Malcesine e dalla Camera di Commercio di Verona. La questione è arrivata sul tavolo dell’Anac, l’Autorità nazionale anticorruzione, tramite una segnalazione di Francesca Businarolo, deputata del Movimento 5 Stelle. Nella lettera si menziona il ricorso presentato lo scorso marzo presso il tribunale di Verona, presentato dal cda uscente, eletto nel 2014, contro il rinnovo dell’organo, bocciato dai giudici, così come i pareri legali richiesti dal comune di Malcesine, dal servizio avvocatura della Provincia, e quello del Ministero dell’Interno. Tutti sono orientati a ritenere infondate le pretese dell’attuale cda.

“È da tempo che il consorzio Funivia Monte Baldo si fa notare per il mancato rispetto delle regole – afferma Francesca Businarolo – per anni i componenti del cda hanno percepito illegalmente il compenso, essendoci una legge che prevede la partecipazione al consiglio d’amministrazione a titolo gratuito per i consorzi intercomunali non obbligatori. Adesso ci troviamo davanti a un ente partecipato da un comune il cui nuovo consiglio comunale si è insediato nel 2015, mentre il consiglio provinciale è stato rinnovato nel 2017. È tempo di agire nel rispetto delle normative, invece che mostrare un triste attaccamento alle poltrone”.

In allegato la lettera all’Anac sul rinnovo del cda di ATF

Chi inquina paga!

Intervento a casa Don Diana

Credetemi, credeteci! E se ci crediamo tutti, possiamo riuscirci. Io ci sto provando… Ad Maiora semper…#IoSonoAmbiente

Pubblicato da Sergio Costa su Sabato 7 luglio 2018

di Sergio Costa, Ministro dell’Ambiente (intervento a casa Don Diana)

Pensate veramente che chi inquina lo faccia per il gusto di inquinare? No, lo fa solo ed esclusivamente per un motivo: per il business. E allora chi inquina deve pagare, utilizzando delle norme dello Stato che già esistono e che si applicano ai mafiosi. Ecco: chi inquina è un mafioso, dal punto di vista morale. E noi dobbiamo andare a prenderci i beni di chi inquina.

Non vogliamo giornalisti amici, ma giornalisti liberi

Di seguito la risposta di Vito Crimi al direttore Calabresi pubblicata su Repubblica

Garantire il pluralismo dell’informazione e la libertà di espressione, non solo nei media tradizionali ma anche e sopratutto in rete, sono e saranno nostro obiettivo primario, ma questo non significa necessariamente inondare il mercato di soldi pubblici come é stato fatto finora.

Come si può vedere dalla tabella allegata solo di contributi indiretti negli ultimi sedici anni sono stati erogati quasi 3 miliardi e altrettanto di contributi diretti.


Gentile Direttore,
La ringrazio per le sollecitazioni da lei esposte che mi permettono di chiarire ulteriormente alcune questioni.

Innanzitutto lei stesso fa notare che il Movimento 5 Stelle fa dell’abolizione del finanziamento pubblico ai giornali un suo cavallo di battaglia. E lo fa da oltre 10 anni. Cosa si aspettava,Direttore, ora che siamo al governo? Che cambiassimo improvvisamente idea, come le banderuole alle quali la politica dei partiti degli ultimi decenni ci ha abituati? La nostra, Direttore, si chiama coerenza. E voglio sperare che non sia stata proprio la nostra coerenza a scandalizzarla.

Se è vero che il finanziamento pubblico diretto all’editoria si è ridotto all’osso, è altrettanto vero che nel tempo ha avuto modo di trasformarsi ed assumere varie forme indirette: iva agevolata, tariffe postali agevolate, credito d’imposta, sostegni ai prepensionamenti e alle ristrutturazioni aziendali, energia elettrica, carta, spese telefoniche e molto altro. Tutte forme di agevolazione di cui anche il suo giornale, direttore, ha fruito e fruisce ancora oggi. Incentivi che tuttavia non sostengono il sistema industriale dell’editoria, ma vanno a finire nelle attività private degli editori. Anziché rilanciare l’editoria sono serviti in taluni casi a risanare i bilanci e in altri hanno contribuito a dividendi milionari.

Dal 2001 sono stati stanziati finanziamenti indiretti all’editoria (di cui hanno fruito tutti i giornali) per un ammontare di oltre 3 miliardi di euro, senza contare l’iva agevolata al 4%.

Nei commenti e nelle interviste che ho rilasciato finora, ho sempre parlato di “efficacia” del finanziamento pubblico all’editoria. È indubbio che in questi anni ci sia stato un finanziamento diretto a pioggia, una pratica che non ha fatto bene. Per un periodo c’è stato il diritto soggettivo ad accedere ai finanziamenti: non c’era un tetto massimo e gli editori lavoravano in funzione del numero di copie e della tiratura, non dell’informazione da corrispondere ai lettori. Una chiara aberrazione nel sistema, che ha contribuito a “dopare” l’industria dell’editoria.

È vero: oggi il finanziamento diretto ai giornali è stato ridotto al minimo. Ma esiste ancora, ed esiste non solo per quegli innumerevoli periodici che rappresentano le loro comunità locali e che senza un sostegno pubblico vedrebbero le loro voci spegnersi, ma esiste anche per quei due/tre diretti concorrenti del suo giornale che drenano il 15% – 20% delle risorse complessive assegnate. Ecco, da lei mi sarei aspettato piuttosto un apprezzamento nei confronti di chi (come noi e tanti altri) sostiene il diritto del suo giornale di poter svolgere la propria attività alla pari dei suoi diretti concorrenti.

Sostenere il pluralismo dell’informazione non significa sostenere gli editori. Significa sostenere la libera circolazione e il libero accesso a contenuti, verità, fatti. Significa sostenere quel diritto, costituzionalmente garantito, di informare ed essere informati. Purtroppo, ed è innegabile, per decenni questo diritto è stato interpretato esclusivamente come sostegno per risanare i bilanci e curare i tornaconti di chi produce informazione con l’obiettivo del profitto ad ogni costo, e non come sostegno all’intero sistema che dovrebbe garantire ai cittadini il diritto ad una corretta, imparziale, libera informazione.

Caro direttore, non è certo responsabilità di questo governo o della mia persona, se l’informazione tradizionale su carta sta a poco a poco morendo per lasciare il posto ad un’informazione diretta, istantanea e in grado di diffondersi in rete o tramite strumenti tecnologici innovativi e senza filtri (indipendentemente dalle conseguenze positive o negative che ciò può determinare). Siamo dinnanzi ad un mutamento epocale, inesorabile e velocissimo, un fenomeno che accade e accadrà a prescindere dalla resistenza che qualcuno potrà opporgli. Un fenomeno dal quale non possiamo farci travolgere, ma che dobbiamo anzi governare: è in questo senso che vanno interpretate le mie parole, le idee e le proposte delle quali ci siamo fatti portavoce. Se il governo deve garantire il diritto all’informazione, la libertà ad informare ed informarsi, deve farlo accompagnando e sostenendo queste nuove tecnologie, e non mantenendo in vita un sistema di comunicazione obsoleto che è destinato a scomparire.

Quanto all’obbligo per le Pubbliche Amministrazioni di pubblicare gli avvisi di gara sui giornali, si tratta di una norma obsoleta e anacronistica. Un obbligo assurdo, se pensiamo che gli avvisi di gara sono già pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale Europea ed Italiana, e se guardiamo agli strumenti tecnologici disponibili oggi per imprese e professionisti, al tempo di internet, dei social network, dei servizi di messaggistica istantanea e di tantissimo altro. Eppure gli stessi editori hanno fatto di tutto perché l’obbligo di pubblicazione non venisse abolito quando si è tentato di sopprimerlo. E si tratta, va detto, di un finanziamento indiretto di cui usufruisce anche Repubblica.

E ancora, le sembra corretto che una Pubblica Amministrazione addebiti all’aggiudicatario di un bando di gara, impresa o professionista che sia, la spesa per la pubblicazione, che l’impresa non è in grado di conoscere prima di partecipare al bando? E che l’impresa ancor prima di vedere l’ombra di un quattrino debba già rimborsare quella spesa?

Quando parlo di trasparenza in materia di inserzioni pubblicitarie, intendo la necessità di rendere facilmente accessibili (e senza un intenso lavoro di ricerca) i dati relativi agli investimenti che gli inserzionisti destinano ai giornali. In passato abbiamo assistito, nostro malgrado, a intimidazioni da parte di alcune grandi aziende che hanno ridotto fino ad annullare le proprie inserzioni su una specifica testata giornalistica perché questa non parlava bene della stessa azienda. Questo non fa bene al giornalismo. Anche questa è intimidazione, forse perfino di tipo “mafioso”, ed avviene ogni giorno, con maggiore frequenza rispetto alle intimidazioni provenienti dalla criminalità organizzata.

Qui non né mai stata in discussione la libertà d’informazione. Il Movimento 5 Stelle la ritiene da sempre un diritto e un valore sacrosanto. Ancora prima che parole scritte in Costituzione, dovrebbe essere un sentimento comune, presente e vivo in ognuno di noi. Il Movimento al quale appartengo non dovrà avere alcun potere sui giornali e sui giornalisti, così come non deve averne il governo di cui fa parte o i governi che verranno. Liberare l’informazione dal finanziamento pubblico, significa liberare l’informazione dal potere esecutivo temporaneo. Se vogliamo davvero che oggi l’informazione sia libera, allora dovremo lavorare per garantire il libero accesso ai nuovi strumenti che oggi consentono di fare informazione.

Concludo ribadendo quanto ho detto nei giorni scorsi, che non si è ricordato di citare nel suo editoriale: “Non vogliamo giornalisti amici, ma giornalisti liberi”.

Roma capitale mondiale della democrazia diretta

di Riccardo Fraccaro, ministro per i rapporti con il Parlamento e la democrazia diretta

Il mio intervento in diretta alla conferenza stampa di presentazione del "GLOBAL FORUM ON MODERN DIRECT DEMOCRACY 2018" a Roma.

Pubblicato da Riccardo Fraccaro su Mercoledì 4 luglio 2018

L’Italia diventa protagonista mondiale della democrazia diretta. Roma ospiterà l’edizione 2018 del Global Forum on modern direct Democracy, un evento internazionale con 350 delegati da 6 continenti dedicato allo sviluppo e alla promozione degli strumenti di partecipazione diretta. Nelle scorse edizioni sono stato ospite del forum in qualità di parlamentare, a settembre potrò partecipare come Ministro con la delega alla democrazia diretta. Il cambiamento del M5S al Governo è nei fatti, abbiamo messo in cima all’agenda politica il nostro storico impegno per la partecipazione attiva ai meccanismi decisionali. Ora possiamo inaugure la Terza Repubblica.

Abbiamo degli obiettivi di ampio respiro, questa sarà una legislatura costituente che avrà come obiettivo di favorire la partecipazione come mai prima d’ora nella storia del Paese secondo lo spirito della nostra Carta fondamentale. L’impegno in questo senso si svilupperà lungo 3 direttrici: referendum propositivo, abolizione del quorum e leggi popolari a data certa.

L’introduzione del referendum propositivo, che partirà già da quest’anno con il dibattito parlamentare, consentirà ai cittadini di veder rispettata la volontà popolare traducendola direttamente in legge. È uno strumento di partecipazione e di responsabilizzazione, perché restituisce agli italiani le chiavi del loro futuro. Non è mai successo che un Governo, anziché limitarsi a chiedere la fiducia agli italiani, si preoccupi di concederla restituendo la sovranità al suo legittimo proprietario: il popolo.

Il secondo punto in tema di democrazia diretta è rendere effettivo ed efficace il referendum abrogativo abolendo il quorum, che scoraggia la partecipazione. Non ci sarà più un politico che inviterà gli italiani ad andare al mare, invece di votare, o che tiferà per il mancato raggiungimento del quorum. Nella prassi internazionale, penso ad esempio al Codice di buona condotta del Consiglio d’Europa, decide chi partecipa, non chi sta a casa. Il M5S è sempre stato una forza propositiva ed è nato con la raccolta firme per le proposte di legge di iniziativa popolare, che però venivano lasciate ad impolverarsi negli archivi. Questo non deve più accadere: se c’è una richiesta dal basso di discutere una proposta di legge il Parlamento sarà tenuto ad esaminarla, restituendo dignità all’impegno civile dei cittadini.

Particolare attenzione rivestirà, anche a livello di enti locali, la semplificazione delle procedure per l’attivazione degli strumenti di democrazia diretta, perché c’è anche una burocrazia della partecipazione che va affrontata. La democrazia diretta è responsabilizzazione collettiva, tutti siamo chiamati a fare la nostra parte per la crescita della comunità. Ci tenevo particolarmente che fosse scelta Roma come sede dell’edizione di quest’anno per aprire un dibattito pubblico nazionale sulla democrazia diretta, dobbiamo discutere delle migliori pratiche adottate all’estero perché la partecipazione non è solo un esercizio di sovranità ma ha anche effetti concreti sul piano del benessere economico e sociale.

L’appuntamento di settembre è un punto di partenza. Vogliamo che nelle prossime edizioni del Global Forum l’Italia venga indicata come Paese delle best practices, come esempio internazionale di partecipazione dei cittadini alla vita politica.

Buona democrazia diretta a tutti.

Conte al Consiglio Europeo. Davvero è stato un flop? Per la stampa estera no

fonte: Il Cappello Pensatore

I giornali italiani quasi all’unisono sostengono che il Presidente del Consiglio italiano Giuseppe Conte al Consiglio europeo non avrebbe ottenuto nulla. Che i “vincitori” sono Macron e Merkel. Ma è una narrazione falsa.

La stampa italiana “controtendenza”

Il Süddeutsche Zeitung: Giuseppe Conte viene alla luce all’improvviso.

Le Figaro intervista Jean-Thomas Lesueur (delegato generale dell’istituto di studi internazionali Thomas More): Italia e Austria i nuovi leader d’Europa?

Per Bloomberg «Il novizio Giuseppe Conte è emerso dal suo primo vertice dell’Unione europea con un pacchetto di misure per arginare il flusso di migranti e condividere il peso della gestione di coloro che arrivano».

Le Monde: «L’Italia ha ottenuto la sepoltura di fatto del Regolamento di Dublino».

Ancora Bloomberg: «La strategia dei populisti italiani: come scuotere l’establishment europeo».

Perfino la stampa giapponese. The Japan Times scrive: «Il primo ministro italiano Giuseppe Conte, da un mese a capo di un governo anti-immigrazione, aveva posto il veto alle conclusioni comuni dell’intero ordine del giorno del vertice di Bruxelles fino a quando le sue richieste sono state finalmente soddisfatte prima dell’alba».

In Italia abbiamo, invece, un coro unanime costituito da PD, Forza Italia e giornali, giornalini e giornaloni che dichiarano il fallimento di Giuseppe Conte al Consiglio europeo. E pure con una certa soddisfazione autolesionista.

Evvabbè!

Il successo più evidente
Per prima cosa occorre sottolineare il successo enorme.

Solo dopo anni abbiamo scoperto che Renzi aveva fatto un accordo per far arrivare tutti i migranti in Italia.

Del Consiglio europeo di giovedì e venerdì invece ne parlano tutti. Tutti sanno di cosa si tratta e chiunque ne conosce o può conoscerne i contenuti.

In Italia sta accadendo un fatto inedito: La gente sta tornando a interessarsi alla politica. Comincia a sentirla più vicina, più sua.

È stata stravolta una liturgia che durava da decenni.

Francia e Germania preparavano i documenti finali degli incontri giorni prima degli incontri stessi. Conclusioni che avvantaggiavano solo Francia e Germania, ma che l’Italia firmava senza fiatare “per non rimanere isolata”. Una sorta di “Sindrome di Stoccolma“.

Un masochismo autoflagellante che portava i Governi italiani a sottoscrivere accordi assolutamente contrari all’interesse dell’Italia e del suo Popolo.

E così il fatto che per la prima volta l’Italia abbia assunto un ruolo protagonista crea nella stampa, nel PD e in Berlusconi un senso di disorientamento. Dissonante con il convincimento dell’ineluttabile subalternità all’asse Franco-Tedesco.

I Fatti

Il pre-vertice. L’antefatto
Lo scorso 24 giugno si è tenuto un “pre-vertice” in cui era già stato tutto scritto (come al solito) da Macron e dalla Merkel.

Fondamentalmente i punti sull’immigrazione erano due:

Centri di riconoscimento nei Paesi di primo approdo, quindi Malta, Italia, Spagna e Grecia. Voluto da Macron serviva a destabilizzare l’Italia per avere campo libero in Libia ed Egitto. Ne ho già accennato in “Macron: psicopatico in crisi di nervi. Il piano coloniale gli scoppia in mano“
Tutti i migranti che si trovano in Europa sarebbero dovuti ritornare nei Paesi di primo approdo. Quindi Italia e Grecia. Voluto dalla Merkel per tenere in piedi il suo Governo messo in pericolo dal suo Ministro dell’Interno Horst Seehofer.
Il Presidente del Consiglio Conte fa sapere che non andrà a incontri in cui le conclusioni siano già scritte.

Un fatto inedito. Le conclusioni dei vertici erano sempre state scritte dalla Francia e dallla Germania prima dei vertici. I Paesi europei, ridotti al ruolo di comparse, dovevano solo fare lo sforzo di prendere una penna e firmare.

Il Pre-vertice: la telefonata di Angela Merkel
Angela Merkel chiama Giuseppe Conte e comunica che c’è un malinteso e non esistono conclusioni già scritte. È il primo schiaffo a Emmanuel Macron.

Conte, altro fatto inedito, rende pubblica la telefonata con un post Facebook

Angela Merkel si adombra. Secondo lei, la telefonata doveva rimanere privata. Mai accaduto che il Presidente del Consiglio di un Paese “al traino” abbia dimostrato una simile trasparenza.

È sempre stata lei a gestire i Governi italiani come fossero marionette. È emblematico l’atteggiamento tenuto con Gentiloni lo scorso 7 febbraio.

Un incontro già programmato viene annullato all’ultimo momento.

Quando Gentiloni era già arrivato in Germania, Angela Merkel fa sapere che è impegnata nelle trattative di Governo e non può riceverlo.

Ovviamente, venuto a conoscenza della telefonata della Merkel a Conte, anche Macron si adombra. È rimasto con il cerino in mano e, psicopatico com’è, da di matto.

Il pre-vertice
Al pre-vertice, Giuseppe Conte arriva con una proposta italiana. Ottiene anche di parlare per primo e quindi orienta l’intera discussione.

Altro fatto inedito.

Ecco la proposta

La proposta italiana va incontro il “Gruppo di Visegrad”, perché consente che l’accoglienza dei migranti economici non sia obbligatoria.

Nel contempo consente alla Merkel di salvare il suo Governo, perché offre una soluzione al problema dei movimenti secondari.

L’unico “ingrugnato” resta Macron.

Come ho già scritto, Macron vorrebbe estendere il colonialismo francese1 alla Libia e stringere accordi con l’Egitto.

Macron vorrebbe

“conquistare” la Libia
cacciare l’ENI
riempire l’Italia di “migranti” generati dal colonialismo francese
Da qui l’accordo che aveva stretto con la Merkel per rispedire in Italia e in Grecia tutti i migranti che si trovino in un qualsiasi Paese Europeo.

Il vertice. L’antefatto
Con questi presupposti, Francia e Germania si sono affrettati a sostenere che il vertice del 28 e 29 giugno non sarebbe giunto ad alcuna conclusione in tema di immigrazione.

Tutti i giornali hanno rilanciato questa notizia.

Nessuna dichiarazione dal Governo italiano, ma abituati come sono al fatto che siano Merkel e Macron a comandare in Europa, si sono tutti adagiati su questo: Il Consiglio Europeo non giungerà ad alcun accordo sull’immigrazione.

Nessuno che abbia poi chiesto scusa per essersi clamorosamente sbagliato (ancora una volta)!

Il veto anticipato da Conte al Consiglio europeo
Ancora non arresi al fatto che non comandano più l’Europa, Merke e Macron (sopratutto) avevano tentato l’ultima carta: stralciare la questione delle immigrazioni dall’ordine del giorno del Consiglio Europeo.

Inoltre, sempre nel convincimento che nessuno avrebbe osato sollevare la testa, giovedì 28 giugno era già stata convocata la conferenza stampa che anticipava le conclusioni del vertice stesso.

Ma ecco l’imprevisto. L’annuncio di Conte al Consiglio europeo che voterà solo il documento conclusivo al termine del vertice. Preannuncia, inoltre, che non firmerà il documento finale se non si dovesse parlare di immigrazione.

Quella sganciata da Conte al Consiglio europeo è una vera e propria bomba.

Succede il caos e la Conferenza stampa viene annullata.

I veri interessi di Macron
Prima del vertice ci sono stati gli incontri bilaterali.

Il Presidente Conte ha incontrato in privato Angela Merkel.

Emmanuel Macron aveva chiesto un incontro bilaterale con Giuseppe Conte, ma “purtroppo” la fitta agenda di Conte non ha consentito l’incontro.

Come ho già scritto più volte (e, probabilmente, ci tornerò in altro post) il problema dell’immigrazione è stato creato dalla Francia con la destabilizzazione della Libia.

Nell’assoluta inconcludenza dei Governi italiani, Macron si era pure posto quale mediatore fra il Governo di accordo nazionale (Gna) di Fayez al-Sarraj e il Generale Khalifa Haftar.

In realtà sostenendo quest’ultimo che controlla – illegittimamente – i pozzi petroliferi del sud della Libia (e che, per questo motivo, rifiuta ogni possibile “hotspot” controllato dall’Unione Europea nei confini meridionali della Libia).

Il problema è che l’unico gasdotto libico è di proprietà di ENI e sbocca nel porto di Mellitah.

Khalifa Haftar può solo contare sull’esportazione del petrolio illegale. Se il Mediterraneo cessa di essere “terra di nessuno”, se al Governo di al-Sarraji venisse consentito di controllare seriamente le coste libiche, Haftar sarebbe finito e con lui la Francia di Macron.

Il doppio gioco dello psicopatico Macron
Mentre era in corso il vertice, Macron ha mandato il suo Ministro degli Esteri Jean-Yves Le Drien a incontrare il Presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi. La discussione è sulla stabilizzazione della Libia. La Francia – attore principale della destabilizzazione della Libia – vorrebbe completare l’opera con un altro disastro politico, militare e diplomatico.

Occorre anche comprendere Macron.

Nelle acque egiziane è stato trovato il più grande giacimento di gas mai scoperto nel Mediterraneo. È all’interno della concessione di Shorouk, nel nord del Sinai, ed è ENI il titolare della concessione.

Di tutto questo ad Angela Merkel non può fregar di meno. Non ha interessi in Libia e deve garantire la tenuta del suo Governo dagli attacchi di Horst Seehofer.

Quindi ordina a Macron di trovare una soluzione, foss’anche la totale sottomissione a Conte.

Macron e Conte al Consiglio europeo lavorano fino all’alba
Macron, quindi, è costretto a trovare una soluzione con Conte che, pure, l’aveva snobbato al pre-vertice.

È costretto a sottoscrivere, anzi, a compartecipare alla soluzione proposta da Conte al Consiglio europeo.

Il “nuovo Napoleone” trova la sua Waterlooo in Giuseppe Conte.

Il documento finale trova l’accordo dei 28 Paesi, ma è esattamente la proposta italiana al pre-vertice.

Macron è costretto a sparare sciocchezze in Francia, ma la realtà è diversa. Ha capitolato in una resa senza condizioni.

Il documento finale è questo

Nessuno poteva aspettarsi che il Trattato di Dublino potesse essere modificato in questo Consiglio europeo. Non era nelle competenze e non era all’ordine del giorno.

Conte al Consiglio europeo doveva porre le precondizioni, i principi per la riforma del Trattato. Questo ha fatto.

Ha, inoltre, ottenuto che alcuni principi siano di immediata applicazione.

Con buona pace di Macron e dei giornalucoli nostrani non esiste già più il principio del Paese di primo approdo. Basta leggere il documento finale per rendersene conto.

Conte al Consiglio europeo ha ottenuto che le ONG debbano sottostare alle regole internazionali.

Basta ingaggiare lotte con la Guardia Costiera libica per sottrarre i “migranti” e poi rappresentare la questione come se la Guardia Costiera libica avesse minacciato le ONG per “impedire” di portare in salvo i migranti!

Le ONG hanno sovvertito il diritto internazionale. “Salvano” migranti in acque SAR libiche e accusano la Guardia Costiera libica di aver tentato di impedire la tratta degli schiavi verso l’Italia.

Confrontiamo la proposta italiana con il documento finale dell’EUCO

Questa è la proposta italiana

e questo è il documento finale

Per i giornalisti ciechi, ecco le corrispondenze dei punti:

1 della proposta è rinvenibile al punto 3 del documento finale
2 ai punti 5, 7 e 8
3 ai punti 1, 9 e 10
4 al punto 12
5 ai punti 5 e 6
6 al punto 6
7 ai punti 3 e 5
8 al punto 6
9 al punto 11
10 ai punti 4 e 6
Macron ha perso la faccia, la battaglia e la guerra
I giornalucoli nostrani continuano a riportare le dichiarazioni finali di Macron e di Conte al Consiglio europeo.

Mettendole in contrasto e tifando per la versione Macron.

Ma nel documento finale non si parla affatto di hotspot nei Paesi di primo approdo.

Il giornalucolo per eccellenza, il Sole 24 Ore, titola: «Migranti, gelo tra Conte e Merkel-Macron sui centri di accoglienza».

Ma leggiamo il testo e le dichiarazioni di Angela Merkel:

Merkel: da Italia nessun impegno sui centri
«L’Italia non ha preso nessun obbligo per mettere in piedi questi centri controllati» e «non vede assolutamente nessuna possibilità» ha confermato la cancelliera Angela Merkel al termine del vertice Ue. Inoltre «non c’è nessun accordo concreto» bilaterale tra Italia e Germania sui movimenti secondari, perché «per l’Italia è un problema cruciale la migrazione primaria» e «per ora è una posizione che rispetto»..

Dove starebbe il “gelo” della Merkel verso l’Italia? È l’Italia ad averle salvato il Governo.

E non solo. Merkel smentisce Macron e conferma le dichiarazioni di Conte al Consiglio europeo.

Per questo, stranamente, il nostro mainstream non riporta le dichiarazioni di Angela Merkel.

Cosa è successo davvero al Consiglio europeo e cosa ha ottenuto l’Italia

di Laura Ferrara, portavoce del MoVimento 5 Stelle in Parlamento Europeo

Ricapitoliamo:
PD et similia, quelli che hanno firmato il regolamento di Dublino (che prevede il principio del primo Paese di ingresso responsabile per le domande d’asilo) e che hanno negoziato e firmato l’operazione Triton (che prevede che l’Italia sia l’unico Paese ospitante per gli sbarchi da effettuare a seguito di operazioni di ricerca e salvataggio) oggi sentenziano sulle conclusioni del Consiglio europeo “grave sconfitta!” alternato a “resta tutto come prima!”.

Mi chiedo se, ad esempio, abbiano letto il punto 5 del testo, che per la prima volta prevede, scritto nero su bianco, che lo sbarco di chi viene salvato in operazioni di ricerca e salvataggio dovrà basarsi su azioni condivise o complementari tra gli Stati membri. E mi chiedo se abbiano colto, sempre nel punto 5 del testo, che per la prima volta si comincia a parlare di vie legali di accesso all’UE, cosa a mio avviso fondamentale e rivoluzionaria per tutelare chi fugge da guerre e persecuzioni e per combattere i trafficanti di esseri umani. È poco? Non mi sembra affatto.

Forza italia parla addirittura di “passo indietro”. Ma indietro rispetto a cosa? Ricordano il regolamento di Dublino, tuttora in vigore, che anche loro hanno firmato? Più indietro del testo che hanno firmato, non si può andare.

Allora anche in questo caso mi chiedo se ad esempio abbiano letto, oltre al punto 5, anche il punto 12 del testo, dov’è scritto a chiare lettere “È necessario trovare un consenso sul regolamento Dublino per riformarlo sulla base di un equilibrio tra responsabilità e solidarietà, tenendo conto delle persone sbarcate a seguito di operazioni di ricerca e soccorso”.
Per la prima volta, anche in questo caso, si evidenzia come la riforma di Dublino non possa essere affrontata senza tenere conto dei flussi migratori e delle loro rotte. E poi, non erano loro quelli del “aiutiamoli a casa loro!”? Chissà se avranno letto i punti 7 e 8 del testo, che mirano a impegnare l’Unione Europea nel garantire uno sviluppo dei Paesi africani, con particolare attenzione all’istruzione, alla salute, alle infrastrutture, all’innovazione, al buon governo e all’emancipazione femminile.

Di tutti i commenti e le dichiarazioni che ho letto, l’attenzione si è concentrata solo sul punto 6, ovvero sulla vittoria (di Pirro) di Macron. In puro stile politichese, hanno letto e commentato il ricollocamento dei migranti su base volontaria lì previsto, slegato dal contesto. Il contesto sono i centri da istituire negli Stati membri per individuare chi ha diritto alla protezione internazionale e chi questo diritto non lo ha. Ma attenzione: anche questi centri potranno essere creati su base volontaria!! Dunque? Un nulla di fatto. Già tutti i Paesi -noi compresi- si sono dichiarati non disponibili ad istituirli sul proprio territorio.

Cosa resta allora delle lunghe negoziazioni del Consiglio europeo?
Resta, tra l’altro, l’introduzione delle vie legali di accesso, il potenziamento del partenariato con l’Africa, operazioni di ricerca e salvataggio e relativi sbarchi da gestire in maniera condivisa e solidale e una riforma di Dublino ancora sul tavolo che dovrà tener conto degli sbarchi e dell’equilibrio tra responsabilità e solidarietà. Dunque, una partita tutt’altro che chiusa.

E se si pensa alle posizioni diametralmente opposte da cui si partiva, personalmente leggo in questo testo un buon risultato e un gran lavoro fatto dal nostro premier Giuseppe Conte.

L’ipocrisia sui migranti affonda l’Europa

Emergenza umanitaria, solidarietà, rispetto dei diritti. Quante belle parole, ma quanta ipocrisia si sta spargendo intorno al tema dei migranti. La domanda vera però è a chi giova questo atteggiamento?

Fin dal suo insediamento il Governo del Cambiamento ha posto il tema dell’immigrazione sui tavoli internazionali del G7, negli incontri bilaterali con Macron e Merkel e lo farà ancora al Consiglio europeo di fine mese. I fallimenti del passato sono sotto gli occhi di tutti, è il momento di agire.

È il momento di richiamare al rispetto delle regole i nostri partner europei e tutti i soggetti impegnati nella gestione e nell’accoglienza della moltitudine di disperati che si riversa in mare in cerca di un futuro in Europa.
Regole e principi nobilissimi che tutti hanno approvato e sottoscritto, ma che pochi, quasi nessuno, rispetta davvero. Anzi, richiamarsi a nobili ideali è diventato un modo per lanciare accuse ipocrite, o peggio ancora insulti.
In Italia soltanto tra il 2015 e il 2017 è entrato quasi mezzo milione di migranti (454.674, dati Fondazione Migrantes). Molti arrivano facendo richiesta di protezione, reclamando lo status di rifugiato, ma su un campione di 80mila domande esaminate, ben il 60% viene respinto.

In base agli impegni assunti dall’Unione Europea fin dal 2015 circa 35mila richiedenti protezione presenti in Italia dovevano essere ridistribuiti in altri paesi. Chiacchiere! Secondo il Ministero dell’Interno al 18 giugno di quest’anno soltanto 640 persone sono state ricollocate in Francia, 235 in Spagna. Meglio va in Germania, dove ne hanno accolto 5.438, ma – secondo gli stessi accordi – dovevano farsi carico di oltre 10mila richieste.
Sappiamo benissimo che intanto la creazione dei centri Sprar e Cas è diventato un business, oggi in Italia ci sono circa 180mila persone in attesa di riconoscimento del loro status. Così come è un business vergognoso il traffico di esseri umani, alimentato da oscure organizzazioni di cui sappiamo ancora poco.
Alla continua produzione di regolamenti e accordi internazionali non corrisponde la reale volontà di attuarli, perché affrontare questi problemi ha un costo non solo economico, ma anche in termini di consenso per i governi che se ne fanno carico. La vicenda dell’Aquarius è solo l’ultimo evidente esempio di questo cinico modo di fare. A parole son tutti bravi a reclamare il rispetto dei diritti umani, ma quando si viene al dunque la storia la conosciamo bene…

Aprire o chiudere i porti è un finto problema. La questione vera è quale legge vige nel Mediterraneo, chi la fa rispettare e come? Ma soprattutto quali valori ispirano questa legge?

È il momento per l’Europa di ritrovarsi intorno ai principi che tutti predicano, ma che pochi praticano sinceramente. Non è in gioco soltanto la gestione del fenomeno epocale delle migrazioni. È in gioco il futuro dell’Europa come comunità politica e dei suoi valori.

Rilanciamo il lavoro e lo sviluppo per tornare grandi nel mondo!

In diretta da Roma il mio intervento all’assemblea nazionale UIL

Pubblicato da Luigi Di Maio su Venerdì 22 giugno 2018

di Luigi Di Maio, Ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico

Unire il mondo delle imprese con il mondo dei lavoratori è l’unico modo per far ripartire il nostro grande Paese. Questa sinergia è il collante delle piccole e medie imprese italiane che ci hanno reso grandi nel mondo, rendendo il Made in Italy un fiore all’occhiello a livello internazionale. Per questo ho voluto accogliere la sfida di mettere insieme due Ministeri, quello del Lavoro e dello Sviluppo Economico. È una sfida che possiamo vincere perché siamo in un momento storico in cui ci sediamo al tavolo sia con i rappresentanti sindacali, sia con quelli delle aziende. Con i lavoratori e la dirigenza di TIM, qualche settimana fa, abbiamo scongiurato la cassa integrazione, raggiungendo un accordo reso possibile grazie ai funzionari del Ministero del Lavoro e a questa unione d’intenti. Abbiamo attraversato la strada che ci portava dal Ministero del Lavoro a quello dello Sviluppo economico e abbiamo cominciato a parlare di un nuovo modello di sviluppo per le telecomunicazioni e per rilanciare il settore. È questo quello che sto e che dobbiamo cercare di fare nei prossimi anni.

Sono arrivato in Parlamento circa 6 anni fa, in questo tempo ho rappresentato le istanze di tante persone che venivano da me e mi portavano le loro sofferenze. Questo è un Paese che ha circa 2,7 milioni di persone che non hanno più cibo, circa 4,7 milioni di cittadini sono in povertà assoluta e 8,2 in povertà relativa. Ma la cosa che più mi sta a cuore e che devo affrontare ogni giorno è quel 12% di lavoratori italiani che lavora sotto la soglia di povertà relativa. C’è un problema di povertà, di lavoro, ma anche di quale lavoro può risolvere il problema della povertà.
Questa è la grande sfida che ci aspetta, se non la affrontiamo ci ritroveremo a non avere abbastanza contributi per arrivare ad una pensione sopra la soglia di povertà relativa. L’altra vera grande questione, che ho ribadito ieri quando sono intervenuto al Consiglio dell’UE, è quella della crescita demografica di questo Paese.
Siamo l’ultimo Paese che fa figli in Europa, un dato legato anche al tema del lavoro e della solidità del contratto con cui veniamo assunti. Voglio lavorare con tutti per riuscire ad arrivare a delle soluzioni soddisfacenti in entrambe le direzioni. Qual è la questione principale? È che si fa un grande sforzo per difendere il lavoro esistente, per non far scappare le aziende all’estero, per non farle demoralizzare (a volte in malafede), per non farle chiudere con un comunicato o con una lettera.

Stanno nascendo nuove categorie di lavoratori che a volte non conoscono il loro datore di lavoro, che non hanno un contratto e che oggi, in alcuni casi – soprattutto i più giovani – chiedono di lavorare pur senza stipendio. Solo per dire di avere un lavoro. Questo concetto sta distruggendo la cultura del lavoro in Italia, tanti ragazzi oggi chiedono di lavorare pur di non stare a casa e a volte ci rimettono pure dei soldi.
Questo tema è rappresentato da una categoria, non l’unica a vivere questa sofferenza, che ho deciso di accogliere subito al Ministero del lavoro, ancora prima d’incontrare i rappresentanti del settore metalmeccanico sulla questione ILVA. Sto parlando dei cosiddetti riders, simbolo di una generazione abbandonata, oggi in balia di app, piattaforme digitali, multinazionali che a volte utilizzano la loro forza-lavoro senza fargli nemmeno un contratto, senza dargli una minima tutela.
Secondo i nostri studi, entro il 2025-2030 il 50% dei lavori così come lo conosciamo si trasformerà in Italia. Molte di queste persone lavoreranno per delle piattaforme digitali, che devono iniziare a fornire delle tutele. Perché quando un ragazzo mi consegna del cibo a casa in bicicletta e viene messo in competizione con una macchina, quel ragazzo mi stringe la mano, mi sorride, mi fornisce il servizio con un valore aggiunto che va retribuito. Le capacità, il talento e l’umanità delle persone devono essere pagate, non le puoi mettere in competizione con una qualsivoglia tecnologia.

Ho detto a questi ragazzi una cosa molto semplice: voglio fare delle norme che vi tutelino e che facciano in modo che quello che fate sia lavoro e non sfruttamento. Le tutele per chi lavora con le piattaforme digitali le mettiamo in un testo e le facciamo diventare legge. Poi si sono fatte sentire le piattaforme digitali, le ho incontrate al Ministero del Lavoro e gli ho proposto un percorso: da una parte mettiamo le rappresentanze dei lavoratori e dall’altra le piattaforme digitali.
Se a quel tavolo si trova una soluzione per le tutele di questi ragazzi non c’è bisogno di null’altro, perché a quel punto avremmo trovato un accordo, un nuovo tipo di contratto per la cosiddetta gig economy che li possa tutelare. Ma se, invece, subiamo delle minacce come il trasferimento delle aziende all’estero, allora facciamo la legge. Questo è il mio modo di vedere le cose. Devo dire che c’è stata un’ampia disponibilità, settimana prossima ci sentiremo e cominceremo questo tavolo sui lavori della gig economy.
La questione dei giovani è molto importante: vanno coinvolti soprattutto sul concetto che vogliamo dare di lavoratore. Ieri, per poco, al Consiglio dell’UE non siamo riusciti ad inserire la definizione di lavoratore all’interno di una direttiva che stavamo discutendo, e si è demandato agli ordinamenti nazionali.

Questa direttiva, ovviamente l’ho presa in corsa perché faceva parte delle discussioni del vecchio governo, spero venga migliorata al Parlamento Europeo. C’è bisogno di stabilire chi è il lavoratore, che cos’è un lavoratore e con quali tutele e definizioni. Perché stiamo andando in una direzione che mi preoccupa molto, quella proprio di quei ragazzi – non per forza del Sud, ma anche delle periferie del Nord – che oggi accettano qualunque cosa pur di dire ai genitori di aver trovato un’occupazione, pur di dire agli amici che hanno trovato un lavoro.
Mi fa piacere si inizi a parlare della partecipazione dei lavoratori, per orientare le decisioni che un’organizzazione di rappresentanza. Questa partecipazione, che a noi sta molto a cuore, vede anche altri strumenti che noi abbiamo individuato nel contratto di Governo: mi riferisco all’abolizione del quorum nel referendum abrogativo. È un tema che chiama la mobilitazione, per anni i referendum li vinceva chi se ne stava a casa. È arrivato il momento di fare in modo che chi va a votare conta e chi se ne sta a casa si prende le sue responsabilità.

Questo concetto, ovviamente, mi permette di introdurre un’altra cosa che riguarda anche le aziende. Come dicevo ho voluto unire Sviluppo Economico e Lavoro perché credo si possa fare un gioco di squadra tra la parte datoriale e la parte dipendente. Queste due parti, soprattutto nelle piccole e medie imprese italiane, hanno fatto il miracolo del Made in Italy nel mondo. Dev’esser chiara una cosa, non penso che tutti i problemi di questo Paese si possano risolvere con delle leggi.
Non voglio intervenire e non voglio che questo Governo intervenga continuamente con leggi in ogni dinamica economica, perché facendo così molto spesso si sono bloccati gli investimenti complicando troppo il codice degli appalti. Si sono anche bloccate le imprese riempiendole di burocrazia per oltre 30 miliardi di Euro all’anno di costi, si volevano perseguire gli evasori con degli strumenti che stanno perseguendo quelli che le tasse le hanno sempre pagate e alla fine il meccanismo generale che si è creato è una paura generalizzata di esser sempre fregato da una delle 187mila leggi esistenti nel Paese che prima o poi ti sfuggono.
Ho rivolto più volte un appello ai parlamentari: da domani cominciano a lavorare nelle commissioni che si sono formate oggi. Quindi, da lunedì, dal punto di vista lavorativo del Parlamento, ho chiesto di non bombardate i cittadini di troppe leggi, perché è arrivato il momento di semplificarne e abolirne un po’ di quelle che non servono.
Credo, invece, che l’Italia si possa cambiare con l’esempio delle istituzioni. Se nelle istituzioni ci sono persone che danno l’esempio, allora il Paese può cambiare molto più velocemente. Credo che questa sia finalmente la settimana buona per abolire i vitalizi agli ex parlamentari; è prima di tutto un messaggio che si vuole dare da questo punto di vista. È una questione di giustizia sociale. Dopo i vitalizi passeremo anche alle pensioni d’oro, sopra i 5mila Euro netti vanno tagliate se non hai versato i contributi.

Il lavoro si crea con gli investimenti in Italia. Su questo dobbiamo chiarire una cosa: nel nostro contratto di governo abbiamo inserito una clausola che individua uno studio costi-benefici sulle grandi opere italiane. Il vero problema in Italia è che in alcuni casi si facevano opere per spendere soldi e non si spendevano soldi per fare opere. Questo concetto è alla base di alcune questioni che noi abbiamo posto, come quella della TAV in Val di Susa.
Poi ci sono da spendere soldi per fare delle opere importanti, penso a Matera Capitale della Cultura che non ha ancora il treno. Ci sono ponti sul Po, nella ricca Lombardia che traina quasi un quarto del PIL italiano, che crollano per mancate manutenzioni. Ci sono investimenti da fare in strade e autostrade in alcune zone del nostro Paese.
Io penso che sulle infrastrutture ci sia molto da fare. Mi chiederete: ma dove prenderete tutti questi soldi? Dobbiamo sbloccare quelli che sono già negli enti locali e territoriali, che non si muovono. Il Ministero del Sud che abbiamo individuato lavorerà dalla mattina alla sera per sbloccare i fondi europei che sono già destinati e non si stanno spendendo. Soprattutto, dobbiamo semplificare il codice degli appalti, perché in alcuni enti locali e territoriali ormai c’è la paura di mettere una firma sotto una delibera per sbloccare un investimento.

Se riusciremo a sbloccare i miliardi di Euro che sono già allocati negli enti territoriali e locali, allora potremmo già rimettere in parte in moto l’economia. Come prima si citava l’ILVA è una delle questioni più importanti che abbiamo sul tavolo e giustamente mi si chiede non da voi, ma in generale, di risolvere in 15 giorni una questione rinviata per sei anni e trascurata per venti. Io ce la metterò tutta, stiamo studiando le carte nel modo più scrupoloso possibile: il piano industriale, il piano ambientale, il piano finanziario, cose che non erano note pubblicamente fino a qualche tempo fa. È chiaro, ci sono due interessi primari da tutelare: quelli di coloro che lavorano nell’ILVA e quello dei tarantini, che devono tornare a respirare e che hanno il diritto di respirare.

Il costo del lavoro in Italia è ben al di sopra delle medie europee. Un provvedimento in questo senso deve andare nella direzione dei lavori che stanno arrivando e che possono dare nuove occasioni lavorative ai cittadini italiani. Con i livelli di disoccupazione giovanile che abbiamo, noi possiamo agganciare una grande rivoluzione nelle nuove tecnologie, nel Made in Italy, nella cultura e nel turismo. Il tutto per sgravare prima di tutto quei settori dal costo del lavoro, in modo tale da poter incentivare assunzioni e poter far sviluppare un comparto che in altri paesi d’Europa è molto più avanti.
L’Italia ha messo poche centinaia di milioni di Euro sulle start-up innovative; Macron, in Francia, con il quale non corrono buonissimi rapporti da qualche giorno, ha investito 4 miliardi di Euro. Questo settore permette anche la digitalizzazione e l’innovazione d’industrie della vecchia economia, parliamo di ricerca, sviluppo, ma soprattutto di giovani.

Ovviamente tante persone che faranno parte di questo cambiamento del mondo del lavoro avranno un grande problema, che è quello della riqualificazione. Ci saranno realtà che andranno nella direzione non della chiusura, ma della riconversione. E avranno bisogno di nuovo personale. Ieri ho incontrato il Ministro del Lavoro tedesco, loro hanno un sistema di centri per l’impiego molto efficiente.
Come ministro del lavoro riunirò il prima possibile gli assessori al lavoro delle singole regioni, perché i centri per l’impiego e le politiche attive del lavoro fanno parte dell’impianto della legislazione concorrente, quindi delle regioni. Quel tema lo dobbiamo affrontare prima di qualunque altra cosa: oggi i centri per l’impiego – in molte parti del Paese – sono un’umiliazione e non un’opportunità.

Ce la metterò tutta su quel fronte, tanti ragazzi stanno diventando NEET, stanno perdendo le speranze in qualsiasi cosa. Sia che si tratti di studiare o di cercare un lavoro. Stanno diventando NEET anche perché sbattono contro un centro per l’impiego che si prende il loro curriculum e gli dice: “Vi faremo sapere” e poi sparisce.
Questa è la premessa per un’altra questione, noi siamo stati mandati in Parlamento come forza politica dal 32% del Paese per realizzare una misura che si chiama reddito di cittadinanza: questo strumento crea tante giuste obiezioni, perché non lo conosciamo e devo dire che c’erano obiezioni anche nell’altra forza politica con cui condividiamo questo governo. Poi gliel’ho spiegato: l’obiettivo non è quello di dare soldi a qualcuno per starsene sul divano.
Tu hai perso il tuo lavoro perché quel settore è finito oppure si è trasformato? Ora ti è richiesto un percorso per formarti, qualificarti ed essere reinserito nei nuovi settori su cui stiamo facendo degli investimenti. Ma siccome hai dei figli, mentre ti formi e mentre lo Stato investe su di te, ti do un reddito. In cambio dai al tuo sindaco, ogni settimana, otto ore gratuite per lavori di pubblica utilità.
Sul reddito di cittadinanza noi non arretreremo e ci metteremo insieme come forze politiche, e se vorrete anche come parti sociali. Perché la vera grande questione è la riconversione di chi oggi ha bisogno di essere riqualificato e reinserito; una questione che passa dai centri per l’impiego, ma anche da un reddito.

Settimana prossima, in Consiglio dei Ministri, porterò già una prima norma stringente sulle delocalizzazioni, perché le aziende non possono lasciare i lavoratori in mezzo ad una strada dopo che hanno preso i soldi dalle loro tasse. Per andarsene a delocalizzare in giro per il mondo.
Lasciatemi dire un’ultima cosa sull’Unione Europea. In questi anni è stata quella che abbiamo conosciuto ogni volta che si toccavano argomenti come le pensioni: ce lo chiede l’Europa e si è fatta la legge Fornero, poi si sono fatte le delocalizzazioni perché c’era una norma europea che lo consentiva, poi si sono licenziati i lavoratori perché c’erano una serie di questioni che riguardavano alcune quote di mercato che non ci permettevano più di sviluppare un settore, poi abbiamo visto l’agricoltura arretrare perché ci si apriva a dei mercati che producevano alla metà del costo del lavoro e senza norme di sicurezza. Abbiamo conosciuto un’Europa che, dal punto di vista dei pensionati, dei lavoratori e dei disoccupati è sempre stata purtroppo una matrigna più che, invece, una realtà che doveva accompagnarci nei diritti e nella solidarietà.

L’Europa serve se lavora sul pilastro sociale. Se continua a prostrarsi alle banche e alla finanza i cittadini non ha seguiranno. Ieri ho detto alla Commissaria Thyssen, che è la commissaria di riferimento per il mio Ministero, che sosteniamo tutti gli interventi di politiche sociali che vorrà fare l’Unione Europea con il Fondo Sociale Europeo e con il fondo sulla Globalizzazione. Ma a due condizioni: prima di tutto ci deve essere un semplice accesso a questi fondi, perché a volte anche le più grandi entità dello Stato non riescono ad accedervi per problemi di burocrazia europea. L’altra è che non si possono destinare questi fondi a parti dell’Italia solo in base al PIL di quella zona del Paese, dobbiamo cominciare a destinarli in base agli indici di disoccupazione.
È vero che il PIL è un indicatore della ricchezza, ma è anche vero che il PIL dell’Italia cresce e allo stesso tempo i livelli di povertà continuano ad essere notevoli e a non arretrare. Voglio infine comunicare una cosa: sono consapevole che da soli non si va da nessuna parte, se si riesce a lavorare tutti insieme si trovano le soluzioni migliori ed è questo quello che voglio fare come Ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico.

I corrotti devono andare in carcere

I CORROTTI DEVONO ANDARE IN CARCERE!

I CORROTTI DEVONO ANDARE IN CARCERE!VI RIPROPONGO UN ESTRATTO DEL MIO INTERVENTO DI IERI.Voglio chiarire che la certezza della pena non è incompatibile con la finalità rieducativa della pena stessa. Sono due principi che necessariamente e fisiologicamente convivono, ma il principio della certezza della pena, va ribadito e va tenuto presente per dare una risposta di credibilità ai cittadini e non a una presunta opinione pubblica, perché i cittadini quella risposta oggi ce la chiedono e da quella risposta passa la fiducia che i cittadini hanno nei confronti dello Stato italiano nella sua capacità di dare una risposta di giustizia effettiva e sostanziale.Inoltre faccio un esempio che per me è molto importante: i cittadini oggi si aspettano una risposta molto chiara e precisa nella lotta alla corruzione. Proprio ieri ho avuto il piacere di partecipare alla presentazione della relazione annuale dell’ANAC. La prevenzione ed il contrasto alla corruzione è uno dei punti qualificanti del programma di governo e, come Ministro della Giustizia, intendo mettere in campo le misure più risolute per stroncare questo fenomeno. Ben conscio che nessuna lotta al malaffare potrà dirsi credibile se alla condanna per i reati contro la P.A. dei c.d ‘colletti bianchi’, non seguirà un’adeguata o alcuna pena detentiva. Ricordo che attualmente – il dato è aggiornato al 31 dicembre 2017 – il numero di questi detenuti è oggi di 370, lo 0,6% del totale.Il mio impegno sarà quindi quello di creare condizioni di piena dignità della detenzione, rispondenti alle prescrizioni europee ed internazionali, sia in termini di aumento della capienza dei posti disponibili sia in termini di razionalizzazione complessiva delle strutture carcerarie. Un ambiente il più possibile favorevole per i detenuti e per tutti coloro che, a cominciare dalla Polizia penitenziaria, lavorano a stretto contatto con detenuti ed internati e, non li elenco tutti perché non voglio dimenticarne nessuno ma davvero ringrazio tutti coloro che lavorano all’interno delle carceri.Altro dato richiamato dal Presidente Palma, è quello – drammatico – dei suicidi. 23 nelle prime 24 settimane dell’anno, che fa facilmente prevedere che alla fine del 2018 il tragico bilancio non sarà lontano da quello del 2017 in cui 50 sono stati i detenuti che si sono tolti la vita. Esiste un Piano nazionale per la prevenzione delle condotte suicidiarie che dovrà essere potenziato. In uno Stato di diritto non è accettabile che un detenuto preferisca la morte alla detenzione.

Pubblicato da Alfonso Bonafede su sabato 16 giugno 2018

di Alfonso Bonafede, ministro della Giustizia

La certezza della pena non è incompatibile con la finalità rieducativa della pena stessa. Sono due principi che necessariamente e fisiologicamente convivono, ma il principio della certezza della pena, va ribadito e va tenuto presente per dare una risposta di credibilità ai cittadini e non a una presunta opinione pubblica, perché i cittadini quella risposta oggi ce la chiedono e da quella risposta passa la fiducia che i cittadini hanno nei confronti dello Stato italiano nella sua capacità di dare una risposta di giustizia effettiva e sostanziale.

Inoltre faccio un esempio che per me è molto importante: i cittadini oggi si aspettano una risposta molto chiara e precisa nella lotta alla corruzione. La prevenzione ed il contrasto alla corruzione è uno dei punti qualificanti del programma di governo e, come Ministro della Giustizia, intendo mettere in campo le misure più risolute per stroncare questo fenomeno. Ben conscio che nessuna lotta al malaffare potrà dirsi credibile se alla condanna per i reati contro la P.A. dei c.d ‘colletti bianchi’, non seguirà un’adeguata o alcuna pena detentiva. Ricordo che attualmente – il dato è aggiornato al 31 dicembre 2017 – il numero di questi detenuti è oggi di 370, lo 0,6% del totale.

Il mio impegno sarà quindi quello di creare condizioni di piena dignità della detenzione, rispondenti alle prescrizioni europee ed internazionali, sia in termini di aumento della capienza dei posti disponibili sia in termini di razionalizzazione complessiva delle strutture carcerarie. Un ambiente il più possibile favorevole per i detenuti e per tutti coloro che, a cominciare dalla Polizia penitenziaria, lavorano a stretto contatto con detenuti ed internati e, non li elenco tutti perché non voglio dimenticarne nessuno ma davvero ringrazio tutti coloro che lavorano all’interno delle carceri.

Altro dato richiamato dal Presidente Palma, è quello – drammatico – dei suicidi. 23 nelle prime 24 settimane dell’anno, che fa facilmente prevedere che alla fine del 2018 il tragico bilancio non sarà lontano da quello del 2017 in cui 50 sono stati i detenuti che si sono tolti la vita. Esiste un Piano nazionale per la prevenzione delle condotte suicidiarie che dovrà essere potenziato. In uno Stato di diritto non è accettabile che un detenuto preferisca la morte alla detenzione

Stop ai tempi biblici per le liste d’attesa: la mossa del ministro della Salute Giulia Grillo

Basta con la vergogna di ottenere una mammografia dopo 13 mesi, di aspettare fino a un anno una colonscopia, una visita oncologica o neurologica. Salvo pagare di tasca propria, impoverirsi sempre di più e far fare gli affari ai privati. Lo abbiamo promesso nel contratto di Governo e adesso cerchiamo di passare dalle parole ai fatti.

Oggi ho inviato una circolare alle Regioni in cui chiedo informazioni puntuali dettagliate di ogni singola struttura sanitaria, sia pubblica che privata accreditata, per fare il punto della situazione e di qui partire per la prossima messa a punto del Piano nazionale per il governo delle liste d’attesa. Informazioni che dovranno arrivare entro quindici giorni compilando apposite schede ed eventuali note di accompagmamento. Partiremo da qui, sapendo se e quante prestazioni sanitarie siano state erogate tramite il Cup (centro unico di prenotazione), se sono garantite – e quando e come – i tempi massimi d’attesa previsti in sede locale, se i volumi di attività svolti dai medici in libera professione dentro il Ssn siano fuori regola e rispettino il principio della libera scelta dei cittadini. Sapremo anche se agli assistiti vengano chiesti balzelli extra. Cercheremo di saperlo presto e di adottare un’adeguata strategia di cambiamento per debellare un fenomeno odioso, che mina l’equità, l’uniformità di trattamento sanitario in tutta Italia, che fa carta straccia della trasparenza, dell’informazione ai cittadini e che in sostanza mina alla radice l’universalità del Servizio sanitario pubblico.

Metterò il massimo impegno e mi aspetto una grande collaborazione da parte delle Regioni in favore dei cittadini per abbattere lunghi e impossibili tempi d’attesa e per avere un giusto e democratico accesso ai servizi e alle informazioni. Cercherò di andare incontro a tutte le esigenze delle Regioni e ai loro eventuali problemi organizzativi, ma seguirò con grande determinazione nel corso del mio mandato questo obiettivo come uno dei capisaldi del Servizio sanitario pubblico e della tutela dei diritti della salute.