I negozi rifiuti zero: la rivoluzione che serve all’Italia

L’economia circolare è già presente in moltissime realtà. Bisogna solo diffonderla il più possibile.

dal sito Plaid zebratraduzione a cura di MoVimento 5 Stelle Europa

Dimenticate Whole Foods. I tedeschi hanno creato un negozio tenendo ben presenti le esigenze dei clienti eco-consapevoli. O almeno a Berlino, dove è stato aperto il più recente punto vendita Original Unverpackt. Qui non troverete sacchetti di carta o plastica, o nessun genere di sacchetto nella fattispecie. Questo nuovo negozio di alimentari non genera rifiuti consentendo ai clienti di acquistare esattamente le quantità di cui hanno bisogno, riducendo i rifiuti nelle loro case. Original Unverpackt non vende prodotti di marchi famosi; offre invece per lo più prodotti organici. Original Unverpackt rifornisce i propri scaffali attraverso un sistema di contenitori pallettizzabili con un assortimento di frutta, verdura e cereali. Anche lo shampoo e il latte sono erogati da contenitori riempibili, secondo Salon.

Le due fondatrici Sara Wolf e Milena Glimbovski volevano creare “l’impossibile“: attraverso il crowdfunding hanno sostenuto il progetto di questo negozio e hanno deciso di sfidare la tradizionale idea di “fare la spesa“. La mission del negozio è quella di smettere di creare rifiuti connessi al packaging degli alimenti, vendendo alimenti in modo sostenibile (16 milioni di tonnellate l’anno nella sola Germania). Tre studi condotti nel 2013 hanno rivelato che ogni anno vengono accumulati 12 milioni di tonnellate di rifiuti alimentari, con un costo totale di 19 miliardi di sterline l’anno. Questa cifra non significa solo il riempimento delle discariche, ma è anche sinonimo di 20 milioni di tonnellate annue di emissioni di gas serra della nazione-
Lo stesso studio rivela che il 75% di questi rifiuti potrebbe essere facilmente evitato attraverso un’infrastruttura più efficiente. In termini di prezzi, alcuni dei prodotti offerti presso Original Unverpackt sono più costosi, principalmente perché organici, ma i prezzi di altri articoli sono simili, se non addirittura inferiori, a quelli dei supermercati standard. Il concetto “riempi il tuo contenitore” consente ai clienti di risparmiare denaro evitando loro una spesa eccessiva per gli alimenti: essi possono portare i loro contenitori, quali vaschette e sacchetti riciclati, venduti anche presso il negozio, e pagare in base al peso dei prodotti. Sebbene molti ritengano che tale modello di supermercato sostenibile difficilmente potrà raggiungere il nord America in tempi brevi, la consapevolezza e la richiesta di alternative low-waste sono destinate ad accelerare il processo.

Legittima difesa: Lega fa ostruzionismo alla sua stessa proposta

La richiesta della Lega di invertire l’ordine dei lavori tra testamento biologico e legittima difesa, è solo una mossa dettata da intenti elettorali, stupida come chiedere ad un bambino se vuole più bene a mamma o papà. Tanto rumore per nulla, dato che la proposta sulla legittima difesa è già calendarizzata come prossimo punto all’ordine del giorno in Aula.

Se la Lega non facesse ostruzionismo inutile contro il testamento biologico, potremmo subito cominciare a lavorare sulla legittima difesa. Invece di far procedere con velocità i lavori parlamentari su proposte delicate che una volta tanto sono in favore dei cittadini come capita raramente in questa legislatura, la Lega li blocca. Il testamento biologico è in Aula da troppo tempo e si deve chiudere essendo una legge attesa ed importante.

Probabilmente la Lega non si rende conto che con il suo ostruzionismo al testamento biologico sta bloccando la stessa legge che tanto dice di volere in Aula, come al solito un atteggiamento ridicolo e contraddittorio

La democrazia diretta elettronica è il futuro

Intervista ad Alfonso Celotto: Professore ordinario di Diritto costituzionale presso l’Università degli studi Roma Tre. Dal 2012 al 2014 presidente di Università telematica “Unitelma Sapienza”. Insegna Diritto pubblico comparato presso la Libera Università Internazionale degli Studi Sociali “Guido Carli” di Roma.

La democrazia diretta elettronica è il futuroIntervista ad Alfonso Celotto: Professore ordinario di Diritto costituzionale presso l'Università degli studi Roma Tre. Dal 2012 al 2014 presidente di Università telematica "Unitelma Sapienza". Insegna Diritto pubblico comparato presso la Libera Università Internazionale degli Studi Sociali "Guido Carli" di Roma.

Pubblicato da MoVimento 5 Stelle su Lunedì 17 aprile 2017

Danilo Toninelli: Siamo qui, oggi, con il professore ordinario di Diritto costituzionale a Roma Tre Alfonso Celotto. Il M5S ha presentato la delibera per introdurre strumenti di democrazia partecipativa all’interno dello Statuto del Comune di Roma. Molti suoi colleghi hanno espresso opinioni critiche su questi strumenti, quindi è molto importante confrontarci con esperti come lei per chiedere: come vede oggi, in un contesto diverso di democrazia da quella ottocentesca, questi strumenti di democrazia partecipativa?

Alfonso Celotto: Assolutamente necessari. Sono temi che studio da qualche anno, perché il nostro modello di Stato è un modello a democrazia rappresentativa, significa che si eleggono dei rappresentanti che trasmettono la volontà del popolo. Però la stessa Costituzione prevede anche strumenti di democrazia diretta, in quanto il popolo che detiene la sovranità (art.1) deve poter partecipare direttamente. Ma questi strumenti, la petizione (articolo 51), l’iniziativa legislativa popolare, il referendum abrogativo, sono ormai col tempo completamente decotti, desueti, e quindi è importante -come sta accadendo in tutte le principali democrazie- cercare di recuperare la partecipazione popolare. Come? Con nuovi strumenti di democrazia diretta. Anche perché la democrazia della Costituzione a base ottocentesca passa attraverso l’intermediazione dei partiti, ma ormai il partito tradizionale di massa non esiste più, non si va più in sezione il pomeriggio, quindi occorre recuperare la partecipazione in altri modi altrimenti si verifica lontananza dalla politica.

Danilo Toninelli: Tra gli strumenti presentati a Roma c’è la petizione online, i referendum abrogativi e consultivi, abbiamo aggiunto anche quelli propositivi senza quorum, e c’è il bilancio partecipativo, il tutto ordinato anche con il voto elettronico che stiamo elaborando. Come vede, per i referendum, l’assenza di quorum? In quali referendum ritiene che il “senza quorum” possa permettere ai cittadini maggior affluenza? Le porto un esempio: nel referendum trivelle dell’aprile 2016 c’era il quorum, e solo il 32% degli aventi diritto al voto è andato a votare. Nel referendum del 4 dicembre 2016 invece, senza quorum, oltre il 65 %. Si potrebbe allora concludere che in certi casi l’assenza di quorum aumenti il numero dei votanti perché i partiti non possono incitare strumentalmente l’elettorato a non andare a votare al referendum, quindi i cittadini vanno e c’è più competizione.

Alfonso Celotto: La storia ci aiuta a capire i fenomeni. La Costituzione prevede due referendum: uno è il referendum costituzionale senza quorum, perché? Perché si tratta di un referendum eccezionale che si verifica in pochi casi, e la serietà del tema spingerà le persone a votare. Infatti, la partecipazione è stata sempre alta. Sul referendum abrogativo -art. 75-, è stato invece inserito il quorum per dare una soglia di serietà, perché ad abrogare una legge parlamentare deve essere una porzione significativa di popolo. Il referendum abrogativo in Italia nasce nel 1973, in occasione del quesito sul divorzio: ai primi referendum parteciparono in tanti, l’ 80% della popolazione. Ma negli anni con i troppi referendum abrogativi, si parla di decine, si è creata una disaffezione e il quorum è diventato una barriera all’accesso, perché si calcolano i votanti sugli aventi diritto. E visto che in Italia normalmente il 30% non vota, la lotta nel referendum abrogativo non è più tra il Si e il No, ma fra Si e astensione, perché i partiti che favoriscono il no preferiscono che la gente non vada a votare. Ma così si invalida il referendum partendo col 30% di vantaggio, come se alla partita di calcio parti 3 a 0. Non va bene. Quindi il quorum va studiato con serietà, va prevista una soglia di serietà. Però il referendum per come è adesso è sicuramente antistorico, bisogna ragionare su come favorire la partecipazione.

Danilo Toninelli: Ultimissima domanda. Parto da un esempio: 2014, referendum sull’indipendenza della Scozia, il referendum non è passato; 2016 referendum Brexit, il referendum passa. In occasione del primo, l’estabilishment ha affermato che è stato un grande successo della democrazia; per la Brexit, lo stesso estabilishment ha detto che è stato un errore fare il referendum. La domanda è un po’ tecnica un po’ politica: professore, questo estabilishment ha paura del referendum, o ha paura dell’esito?

Alfonso Celotto: questo è il dilemma tra democrazia diretta e democrazia rappresentativa. Anche l’esempio di dicembre in Italia ce lo dimostra: in fondo la riforma costituzionale, che è una riforma molto complicata e molto tecnica, è diventata un referendum sulla figura del Presidente del Consiglio, su Renzi. E lui sperava in un plebiscito a proprio favore, approfittando della scelta sulla Costituzione, e invece il popolo ha votato contro. La tua domanda mi fa quindi capire che molto spesso la politica cerca di cavalcare gli esiti della democrazia diretta, però la democrazia diretta è spesso imprevedibile perché il popolo ha una sua anima, una sua pancia, che può essere distante dalla volontà dell’estabilishment. Quindi è giusto che esista la democrazia diretta, e anche che vada guidata, perché non è pensabile che ogni legge sottoposta al Parlamento passi per un referendum popolare. Però la politica deve accettare la volontà popolare, soprattutto se il quesito è posto in maniera chiara, univoca e precisa: a quel punto la sovranità appartiene al popolo, e quando lo chiami a intervenire consapevolmente poi ti devi adeguare alla scelta.

Danilo Toninelli: ringraziamo a nome di tutto il Movimento 5 Stelle il professor Alfonso Celotto. Intervisteremo altri esperti professori di Diritto Costituzionale, per capire se anche loro ritengono che gli strumenti di democrazia partecipativa possano affiancare e integrare la democrazia in maniera sana, per migliorare la partecipazione e il livello qualitativo della nostra democrazia.

Alfonso Celotto: vorrei aggiungere una cosa: il nostro modello costituzionale è un modello ottocentesco. Oggi lo si deve attualizzare, con gli strumenti moderni. Quindi non solo democrazia diretta, ma democrazia diretta partecipata elettronica. Quel modello sarà necessariamente il futuro.

Bonifazi non la racconta tutta

Francesco Bonifazi, tesoriere del PD, ha risposto alle nostre domande. Solo le prime tre, però, perché sulle altre ha fatto il furbetto.

Sulla domanda che scotta (la n.7), Bonifazi guarda caso dice di non conoscere la vicenda, insomma se ne lava le mani. E così facendo lascia in piedi i nostri legittimi interrogativi, cioè: non è inopportuno che il Gruppo Pessina, socio del PD e proprietario del quotidiano L’Unità, abbia ricevuto senza alcuna gara appalti milionari per opere da realizzarsi in Kazakistan e Iran a seguito di accordi governativi presi da Matteo Renzi?

Oltretutto: se Bonifazi dice non conoscere la vicenda, non si comprende come fa ad escludere con tanta sicurezza il coinvolgimento di Matteo Renzi? Mistero!

Bonifazi, con disinvoltura, ci risponde che per lui non c’è niente di strano se Renzi si porta in viaggi istituzionali all’estero Guido Stefanelli, l’imprenditore privato che, contemporaneamente, è socio del PD e proprietario del giornale del suo partito. Per Bonifazi, dunque, è tutto sotto controllo!

Bonifazi non risponde nemmeno quando si parla dell’appalto ottenuto dal suo editore Gruppo Pessina per l’ospedale di La Spezia con un ribasso di offerta pubblica dello 0,01%, opera finanziata per ben 112 milioni proprio dal Governo Renzi. Tra l’altro la Regione Liguria, all’epoca dell’appalto, era guarda caso guidata proprio dal suo PD. Ma Bonifazi ‘non conosce la vicenda’.

Infine, Bonifazi ha le idee confuse anche sul significato del conflitto di interessi. Per un’interpretazione più ampia e per lui autentica del termine, gli suggeriamo di andarsi a leggere le proposte di legge sul tema che il suo stesso partito, il PD, ha presentato in Parlamento.

La proposta di legge n. 3426, a prima firma Simonetta Rubinato, solo per fare un esempio, recita testualmente che: “ogni persona incaricata di una funzione pubblica (per esempio Matteo Renzi, all’epoca dei fatti – 2014 – 2015 – 2016 è Segretario del PD e contemporaneamente Presidente del Consiglio) deve agire esclusivamente nel pubblico interesse e ha il dovere di evitare di porsi in una situazione di conflitto di interessi (evitando magari di portarsi dietro il socio privato del suo partito e proprietario del suo giornale, a cui poi vanno appalti e commesse) o di rimediarvi immediatamente nel caso in cui sopraggiunga”.

La proposta di legge è stata presentata, ma dalla vicenda del salvataggio de L’Unità appare chiaro che il PD non ha alcuna intenzione di farla diventare legge.

E a proposito di conflitto di interesse, serve a poco il ritornello di Bonifazi che ci invita a riportare le risposte del Gruppo Pessina: i cittadini le risposte, chiare e trasparenti, le vogliono da chi ricopre incarichi pubblici e rappresenta interessi collettivi, come il Presidente del Consiglio e il PD.

#InMemoriaDiGianroberto

Un anno fa se ne andava il cofondatore del MoVimento 5 Stelle Gianroberto Casaleggio. Ha lasciato un vuoto incolmabile in tutti noi. Gianroberto ci ha insegnato tanto, soprattutto il potere dell’immaginazione per modificare la realtà e disegnare il futuro che vogliamo. Dopo l’evento SUM #01 Capire il Futuro, organizzato sabato scorso dall’Associazione che porta il suo nome, oggi vogliamo ricordare il suo pensiero con un testo da lui scritto tanti anni fa. #InMemoriaDiGianroberto.

Testo di Gianroberto Casaleggio tratto dal libro: Il Web è morto, viva il web

“Qual è la direzione? Quale il senso della vita lavorativa? La nostra attività assorbe la maggior parte del tempo, la miglior parte del tempo: la giovinezza e la maturità.
A fare cosa? E per quale motivo? Guidati da qualche significato? L’avvento della produzione industriale ha reso queste domande abituali per le persone. La ripetizione, la spersonalizzazione e il profitto, considerato valore fondamentale, sono normali nelle aziende e nelle fabbriche.
Si lavora per mangiare, per guadagnare di più, per carriera, per recitare un ruolo sociale, per potere. Tutti motivi comprensibili, in particolare il mangiare, ma è veramente tutto qui? 35 anni moltiplicati per 200 giorni per 8 ore meritano di più.
Quanti lavorano per realizzare sé stessi? Quanti si accorgono delle loro potenzialità? Quanti, entrando in ufficio o in fabbrica, hanno la sensazione di fare la cosa giusta, di esercitare una scelta non dettata dal bisogno o da una rinuncia a priori? E’ stupefacente il numero delle persone che tirano letteralmente a campare convinte che sia giusto così, “Del resto è così” direbbe Enrico Bertolino.
Il lavoro come obbligo, come dipendenza diventa allora una condizione umana simile all’autoipnosi, un sogno permanente dal quale è meglio non svegliarsi, non si sa mai.
Il tempo, l’unica reale ricchezza di cui disponiamo, è sprecato, banalizzato, utilizzato come se fosse una risorsa infinita. Spesso il tempo lavorativo è visto come una gabbia temporale in cui le persone sono autorizzate a non pensare, a non esistere. Il cartellino è la chiave della gabbia. Poi, finalmente, il tempo libero, oasi, fuga dal lavoro, ma in fondo da esso totalmente dipendente. Replichiamo gli ambienti lavorativi anche in vacanza. Courmayeur e Rimini sono rese sempre più simili alle città in cui lavoriamo. E spesso ci incontriamo pure i colleghi.
A fine agosto, tornando in ufficio dalla Bretagna, sono stato infastidito dalla ripetitività delle frasi che sentivo: “Finite le vacanze? – Sì, purtroppo – Io non me lo ricordo neanche più – Adesso dobbiamo aspettare l’anno prossimo – Siamo di nuovo qui – Si stava meglio prima!
Un mantra ripetuto per esorcizzare il rientro. Ma nessuno ci obbliga ad accettare una condizione di dipendenza. Se non esprimiamo noi stessi, la colpa non può essere addebitata al sistema. Noi siamo i responsabili.
Wasteland è il nome dato dai Celti alla terra senza vita, piena di desolazione che divenne per un certo periodo l’Inghilterra al tempo di Re Artù. La Britannia sembrava preda di un sortilegio. Merlino convinse Artù che per sciogliere l’incantesimo doveva trovare il Graal. Il cavaliere puro di cuore inviato a cercarlo fu Parsifal. Ma cosa doveva in realtà cercare? All’inizio lo ignorava e solo quando comprese il vero significato della ricerca, Wasteland cessò di esistere. Il Graal ha avuto molte interpretazioni: piatto in cui Gesù consumò l’agnello pasquale, pietra magica, corno dell’abbondanza, calice dell’Eucaristia, calderone celtico della vita, la conoscenza assoluta e altre ancora. Probabilmente è la ricerca del significato della nostra esistenza.
Wasteland è la nostra vita in assenza di significato. “To waste” in lingua inglese vuol dire guastare, distruggere, sprecare, dissipare. Quello che quotidianamente facciamo in assenza di una ragione superiore per le nostre azioni. Di un significato.
Quella “ragione superiore” che nel nostro lavoro dovrebbe essere la volontà di migliorare, di creare, di generare positività. A chi scuotesse la testa suggerisco di provare a cambiare e di usare la sua immaginazione senza porsi dei limiti a priori. Ad applicare ed esercitare la sua volontà. Significato, volontà e immaginazione sono tre potenti talismani che chiunque possiede, di solito sono latenti, ma sono lì, a nostra completa disposizione. Con essi si può creare una nuova realtà che prima non sembrava possibile. Non è forse così che sono successe tutte le cose importanti nella Storia con la esse maiuscola e anche nella nostra vita quotidiana? Con un significato, l’immaginazione e la volontà?
Usiamo i nostri talismani, dissolviamo il sortilegio di Wasteland.”

Concorso Serenissima, tra candidati «stipati come topi» e dubbi sulle graduatorie. Il M5S: «Fare verifiche»

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Con i concorsi per infermiere non si scherza». È quanto ribadiscono Francesca Businarolo, deputata del Movimento 5 Stelle e Manuel Brusco, consigliere regionale, dopo l’inqualificabile episodio di lunedì 27 marzo, quando al palasport di Mestre si è tenuto il concorso organizzato dall’Usl Serenissima per alcune posizioni per il personale infermieristico. Il risultato è stato un vero e proprio disastro. Ore di ritardo (fino a tre per l’inizio delle prove), candidati (ben 4.200) stipati «come topi» (come denunceranno le associazioni di settore) e tante incertezze sulla segretezza al momento della valutazione: i bar-code che identificavano ciascun candidato sono stati infilati in buste aperte con molti errori di abbinamento. Anche la graduatoria finale ha dato adito a sospetti, dovuti alla provenienza dei primissimi in classifica.

«Il lavoro va rispettato – afferma Businarolo – non si può prendere in giro chi ne è alla disperata ricerca. Soprattutto in un mestiere difficile come quello dell’infermiere, categoria di cui c’è disperatamente bisogno, che viene sistematicamente sfruttata e che la Regione Veneto si sta rivelando da anni non riesce a regolarizzare adeguatamente».

Il Movimento 5 Stelle ha presentato due interrogazioni riguardo l’accaduto, a Venezia, in consiglio regionale  e al ministro della Sanità, Beatrice Lorenzin. In entrambe si chiede di far luce sugli errori commessi durante la selezione, per ammissione della stessa società che aveva il compito di correggere il test, la Psycometrics Srl. «Il concorso va annullato e indetto di nuovo – concludono Businarolo e Brusco – non si può giocare sulla pelle di chi cerca lavoro, a maggior ragione in un settore come la sanità pubblica, dove gli utenti hanno il diritto di essere seguiti da personale qualificato e correttamente selezionato».

Funivia, esposto alla Corte dei Conti firmato Businarolo

Un esposto alla Corte dei Conti sulla vicenda dei compensi corrisposti, dopo il 2010, al Cda della Funivia di Malcesine. A inoltrarlo è stata l’onorevole veronese del Movimento 5 Stelle, Francesca Businarolo.

Da gennaio 2017, come scritto nei giorni scorsi, il direttore della Funivia di Malcesine Enrico Boni ha cautelativamente «congelato» gli emolumenti del Cda in virtù di due perentorie lettere inviate dalla Provincia di Verona sia ad Atf, che al revisore dei conti della Funivia.

La Provincia ha reso noto agli altri due soci di Atf (Comune di Malcesine e Camera di commercio di Verona) il parere della Corte dei Conti del Veneto che, a gennaio 2017, si era espressa su richiesta del presidente Antonio Pastorello sulla necessità della gratuità del Cda della Funivia. «La partecipazione al Consiglio di amministrazione della Funivia di Malcesine deve essere a titolo gratuito, ai sensi dell’articolo 5 comma 7 del decreto legislativo numero 78 del 31 maggio 2010», avevano scritto dai Palazzi Scaligeri. Ora Businarolo attacca a testa bassa. «Quanti soldi si sono presi, indebitamente, il presidente e i consiglieri del Cda della Funivia di Malcesine?», ha scritto la deputata. «Almeno 35mila euro l’anno il primo, e 10mila euro l’anno i secondi. Denaro che è stato ricevuto illegittimamente almeno dal 2010, da quando cioè un’apposita legge ha disposto che le partecipazioni nei consorzi- azienda non obbligatori composti da enti locali, debba essere a titolo gratuito. In questa categoria rientra, infatti, anche il Consorzio della Funivia del Baldo».

«Ma i soldi», attacca ancora la Businarolo, «almeno fino allo scorso dicembre, sono stati erogati generosamente. Finché la Provincia, con ritardo di almeno sei anni, ha deciso di farsi i conti in casa».

Sulla vicenda la deputata ha quindi chiarito di aver presentato un esposto alla Corte dei Conti del Veneto chiedendo «alle luce della normativa in vigore, la restituzione di ogni emolumento, gettone e indennità, indebitamente percepiti dai componenti del Cda». «È lecito chiedersi», ha concluso la Businarolo, «perché la Provincia abbia impiegato così tanto ad accorgersi dell’errore. A pensar male viene da ipotizzare l’ennesimo regolamento di conti tra correnti politiche».

G.M. L’Arena

Pagati per anni per un incarico a titolo gratuito: il caso del Cda (tutto politico) della Funivia Malcesine – Baldo.

Francesca Businarolo (M5S)  firma un esposto: «Restituire i soldi ai cittadini. Nelle verifiche, tardive, della Provincia, l’ipotesi di una resa dei conti fra correnti»

Quanti soldi si sono presi – indebitamente – il presidente e i consiglieri del Cda della Funivia Malcesine – Monte Baldo? Almeno 35mila euro l’anno per il primo (pari a 2.900 euro al mese) e diecimila euro per i secondi (833 al mese).

Tutto denaro che è stato ricevuto illegittimamente, almeno dal 2010, da quando, cioè, un’apposita legge ha disposto che le partecipazioni nei consorzi – azienda non obbligatori composti da enti locali sia a titolo gratuito. In questa categoria rientra anche il consorzio della Funivia del Baldo. Ma i soldi, almeno fino allo scorso dicembre sono stati erogati generosamente. Finché la Provincia, con estremo ritardo – almeno sei anni! – non ha deciso di farsi i conti in casa, essendo tra i principali soci del consorzio.

Sulla vicenda, Francesca Businarolo, deputato del Movimento 5 Stelle, ha presentato un esposto alla Corte dei Conti del Veneto, chiedendo, alle luce della normativa in vigore, «la restituzione di ogni emolumento, gettone e indennità, sotto qualsiasi forma, indebitamente percepiti dai componenti del Cda».

«Alla Corte dei Conti del Veneto – precisa Businarolo – abbiamo inoltre richiesto se sussista o meno un danno erariale. Se esiste va stimato, così come l’eventuale danno di immagine alla pubblica amministrazione. È necessario, infine, che sia individuato un ente super partes che identifichi i responsabili che hanno permesso la retribuzione nonostante la legge. Non possono essere i soliti ignoti».

L’esposto è stato consegnato a Venezia la scorsa settimana. «Alla luce dei fatti – conclude Businarolo – è lecito chiedersi perché la Provincia abbia dato in un primo momento l’autorizzazione al compenso del Cda, per accorgersi molto tempo dopo dell’errore. A pensar male, viene da ipotizzare l’ennesimo regolamento di conti tra correnti politiche, essendo il consorzio della Funivia un fortino del centrodestra scaligero, in particolare di Forza Italia. La priorità, in ogni caso è quella di restituire i soldi ingiustamente presi ai cittadini».

In Svizzera il referendum dei cittadini contro i pesticidi

Una rivoluzione ecologica si aggira nel cuore dell’Europa. In Svizzera, a Neuchâtel, grazie allo strumento del referendum propositivo ancora inesistente in Italia, i cittadini stanno promuovendo un’agricoltura senza pesticidi di sintesi, quelli cioè tossici per la salute dell’uomo e dell’ambiente.

Ce lo ha raccontato proprio uno dei cittadini del Comitato promotore, Olivier De Meuron. Due gli obiettivi fondamentali, da realizzare in 10 anni: eliminarne l’uso dal territorio nazionale e bloccare l’importazione dei prodotti coltivati con queste sostanze. Un traguardo di medio-lungo termine che mira a sottrarre l’agricoltura dalle grinfie delle multinazionali della chimica e dalla speculazione per restituirla ai veri contadini. Un voto popolare che potrebbe innescare il cambiamento epocale, dando all’industria il tempo necessario per investire in ricerca e studiare soluzioni alternative che le consentano di avviare una exit strategy dai pesticidi su larga scala. Questa battaglia anticipa quella che potrebbe essere la guerra del futuro: il controllo del cibo e della sua qualità.

Per scongiurare questa guerra, dobbiamo armarci. E, come il MoVimento 5stelle sostiene da sempre, il miglior arsenale è quello degli strumenti della democrazia diretta. È questa la lezione che abbiamo raccolto dai cittadini di Neuchâtel e dal loro referendum propositivo, grazie al quale le comunità locali possono provare a costruire dal basso una società più sana e sostenibile.

Mirko Busto

Il governo impugna la legge veneta per chi disturba i cacciatori

Creare nuovi reati e relative sanzioni non è competenza della regione Veneto e questi nuovi reati potrebbero pure essere incostituzionali. “Complimenti” a chi ha avuto l’ideona: Zaia e Berlato

Il consiglio dei ministri del 10 marzo, ha deliberato l’impugnativa della legge della regione veneto 1/2017 con “norme regionali in materia di disturbo all’esercizio dell’attivita’ venatoria e piscatoria: modifiche alla legge regionale 50/1993, “norme regionali per la protezione della fauna selvatica e per il prelievo venatorio” e alla legge regionale 19/1998, “norme per la tutela delle risorse idrobiologiche e della fauna ittica e per la disciplina dell’esercizio della pesca nelle acque interne e marittime interne della regione veneto”, in quanto alcune norme, “che individuano come illeciti amministrativi comportamenti di disturbo o di ostruzionismo delle attivita’ venatorie e piscatorie, stabilendo al riguardo specifiche sanzioni amministrative, eccedono dalle competenze regionali.