Così il lavoro è ripartito

Di seguito l’intervista che ho rilasciato a Repubblica

Ministro Di Maio, i dati sulla disoccupazione e sull’occupazione sono positivi. Ma è proprio il caso di festeggiare? L’Italia resta nei bassifondi della classifica europea 
«È sicuramente il caso di dire le cose come stanno, ovvero che il decreto Dignità sta producendo gli effetti previsti. Più lavoro e più occupati a tempo indeterminato: 200 mila trasformazioni dal tempo determinato nei primi 4 mesi del 2019. Mi e ci hanno attaccato in ogni modo, hanno scritto di tutto, e invece avevamo ragione noi. Sul lavoro andiamo avanti, è la vera priorità di questo Paese. Il prossimo passo sarà una legge sul salario minimo, proprio per riportare l’Italia sugli standard europei. L’Inps ha certificato che ci sono 4,3 milioni di persone che prendono meno di 9 euro l’ora lordi in Italia. In un Paese civile e democratico non puoi lavorare 12 ore al giorno e prendere 600-700 euro al mese. Quello non è lavoro, è schiavitù».

Decreto dignità: vi prendete tutto il merito?
«Le misure sono state diverse. Comprendo che sia difficile ammetterlo per qualcuno, ma io ho firmato Quota 100, io ho firmato il decreto crescita, io ho firmato il reddito di cittadinanza, il decreto dignità, lo sblocca cantieri così come le nuove tariffe Inail: 600 milioni solo nel 2019, un primo segnale concreto di taglio del costo del lavoro. Tutte queste misure fanno parte di una ricetta economica complessiva che ha il timbro del M5S».

Mettendo risorse sugli investimenti anziché sul reddito di cittadinanza i dati avrebbero potuto essere migliori?
«Chiariamo un attimo: le due misure non le considero alternative, ma complementari. Il Movimento ha scelto di dare ascolto prima agli ultimi, a chi non riusciva nemmeno a garantire un pasto ai propri figli. La nostra è stata una scelta politica, ne siamo orgogliosi. Abbiamo introdotto la prima vera misura a contrasto dell’emarginazione sociale e l’abbiamo inserita in una riforma più ampia che porterà queste persone ad integrarsi nel mondo del lavoro. Con noi si è tornato a parlare di Welfare, con il Pd per anni si è parlato di abolire l’articolo 18. Ma tutto questo non ha precluso la spinta del governo sugli investimenti: io ho votato un piano straordinario da 140 milioni di euro per l’export del Made in Italy. Mai un governo si era impegnato tanto sul piano internazionale. E vale lo stesso per la Via della Seta».

Restano i 158 tavoli di crisi aperti e il boom della cassa integrazione. Anche questi sono numeri. Per niente positivi 
«Questa storia delle crisi aziendali è una montatura grottesca della realtà. E che le ho aperte io? Ma per favore. Parliamo di crisi in corso da anni, i lavoratori lo sanno, lo sanno anche gli ex ministri, le aziende, i sindacati e la verità è che le stiamo risolvendo noi. Veda il caso Whirlpool: l’azienda ha garantito che non lascerà Napoli. Non bisogna esultare ma mi sembra già un passo avanti».

Ecco appunto. La Confindustria spegno i trionfalismi: calano la produzione industriale e gli ordini, l’economia resta debole. Il Movimento ha un problema con le imprese? 
«Confindustria è una voce importante del Paese che il governo deve ascoltare. In legge di Bilancio ho previsto di inserire una misura per la riduzione del cuneo fiscale. Meno tasse alle imprese che creano posti di lavoro. Ne discuteremo con il mondo aziendale ed entrerà in manovra».

Ma il sistema industriale la accusa di spaventare le aziende. Dal caso Atlantia alla Tav ad Alitalia a Ilva dove si cambiano le regole in corsa. I soliti grillini contro la crescita
«Noi contro la crescita? Ma lo sblocca cantieri chi lo ha firmato? Il M5S. Sa quante opere erano bloccate? 600. Sa quante sono di competenza di comuni e Regioni amministrati non certo da noi? 540. E allora non raccontiamo fesserie. E poi mi perdoni, ogni caso è a sé. Sulla Tav, la nostra posizione è nota, sono 20 anni che ci dicono che è urgente. Ora il dossier è in mano a Conte. Vogliamo parlare di infrastrutture? Pensiamo al Mezzogiorno allora. Portiamo l’alta velocità al Sud, dove a volte impieghi ore per andare da un Comune all’altro. Facciamo le cose con la testa. Su Alitalia c’è un lavoro in corso e sono fiducioso, l’azienda deve ripartire, ma non dimentichiamoci chi è stato a buttarla giù. Io sto riparando i disastri del governo Berlusconi-Lega del 2008, lo sanno anche i sassi. Infine sull’Ilva: tutti vogliamo trovare una soluzione, salvaguardare l’indotto e il rispetto dell’ambiente non si escludono a vicenda. Se però la risposta è il ricatto, non va bene. Siamo aperti al dialogo, mi auguro lo sia anche Mittal».

La revoca ad Autostrade è scontata o c’è una via d’uscita?
«Ci stiamo muovendo nel solco della legge e dei contratti in essere. Non mi diverto a revocare la concessione. Ma se per anni hai fatto profitto alle nostre spalle, se dovevi occuparti della manutenzione e non l’hai fatto e se poi succede una tragedia come è accaduto a Genova, il governo non può restare in silenzio. Sono morte 43 persone, si rende conto? Poteva esserci suo figlio su quel ponte mentre andava in vacanza. I tecnici delle Infrastrutture nella loro relazione hanno evidenziato i presupposti per procedere alla risoluzione unilaterale, la revoca a questo punto è doverosa. Io vorrei solo dire due cose: non mi piace l’atteggiamento irriverente di Autostrade, non mi piace quando qualcuno ricatta lo Stato. È lo stesso atteggiamento di certi burocrati europei. Siamo pronti a individuare una soluzione, a patto che Autostrade paghi e si faccia giustizia verso le vittime. Chi investe in Italia deve sapere che è il benvenuto, che supportiamo il business, ma nel massimo rispetto degli interessi nazionali».

Intanto su Autostrade si è aperto un nuovo fronte con la Lega. Lei ha accusato direttamente Salvini di fare il gioco dei Benetton e non è andato in consiglio dei ministri.
«Avevo avvertito della mia assenza. E non c’è alcun problema con Salvini. Ho detto semplicemente che mi dispiace il silenzio della Lega perché mi aspetto sostegno su questo tema».

Dopo i dati Istat il ministro dell’Interno ha subito detto: giù le tasse alle imprese e ai cittadini. La flat tax sarà nella manovra?
«Di cose ne sento dire tante. Noi siamo d’accordo, le tasse vanno abbassate subito e aspettiamo le coperture sulla flat tax. La proposta è della Lega, non vogliamo fare invasioni di campo, siamo rispettosi del contratto».

Sulla Sea-Watch il suo silenzio è stato assordante. La vostra svolta a destra sembra definitiva. 
«E una volta la svolta a sinistra, un’altra quella a destra. E siamo populisti e poi siamo moderati. Sono anni che ci si sforza di darci un’etichetta. Se non ci riuscite è perché non c’è, è perché a differenza degli altri diciamo quello che pensiamo, ciò che sia giusto. Noi non parliamo per partito preso».

Non è abnorme l’arresto della capitana Carola Rackete?
«Se violi le leggi è normale che ci siano delle conseguenze. Ma oltre alla Sea-Watch mi preoccuperei anche dei piccoli sbarchi dell’ultimo mese. Sono arrivati in 300 e nessuno ne parla».

Conte in Europa sta remando contro la nomina di Timmermans alla guida della Commissione. Ma per i 5 stelle non sarebbe la soluzione migliore? Meglio di un falco del Ppe, no?
«Abbiamo la massima fiducia nel lavoro che sta portando avanti il premier».

Timmermans è contro l’austerity e a favore del salario minimo. Cosa vogliono di più i 5 stelle? 
«Ripeto, massimo fiducia in Conte».

Il presidente della Camera pensa che le anime del Movimento debbano tornare a parlarsi. C’è bisogno di un incontro tra lei, Fico e Di Battista?
«Queste sono liturgie da vecchia politica, serve che la gente lavori».

Lavoro, siamo sulla strada giusta

Qualcuno profetizzava che smontando il Jobs act sarebbe arrivata l’invasione delle cavallette, si sarebbero persi migliaia di posti di lavoro e sarebbe saltato per aria il Paese. Beh, si sbagliavano.
dati diffusi in questi giorni dall’Istat dicono che sono aumentate le persone che hanno un lavoro. Nei primi tre mesi di quest’anno ci sono 25 mila nuovi occupati e si prevedono 144 mila nuovi assunti per tutto il 2019.

Allo stesso tempo diminuisce anche il tasso di disoccupazione che scende al 10,4% (era al 10,6%).

Questi numeri non servono per dire che siamo bravi. Servono per dire che bisognava fare il contrario di quello che hanno fatto Pd e compagnia cantante, cioè rendere più conveniente assumere a tempo indeterminato, e noi abbiamo iniziato a luglio dell’anno scorso con il Decreto che abbiamo chiamato – non a caso – Decreto Dignità. Adesso andremo avanti, sappiamo bene che la strada è lunga ancora, ma imprenditori e cittadini hanno dimostrato che non è tagliando i diritti che si fa ripartire l’Italia. È dando più diritti, più fiducia, più sicurezza alle persone per progettare la loro vita che troviamo la strada giusta.

Il tempo indeterminato sta tornando di moda, con il Decreto Dignità

Stanno cercando di delegittimare il Decreto Dignità in tutti i modi. Adesso inizia a girare la voce che aumenterà la percentuale di contratti precari a disposizione di una singola impresa sul totale dei suoi dipendenti. È tutto falso e ve lo spieghiamo in maniera molto semplice: prima del decreto su 100 lavoratori l’impresa poteva assumerne 20 con contratti a termine, ma quanti ne voleva con contratti in somministrazione. Era un vincolo di fatto facilmente aggirabile per abusare del precariato. Non c’erano limiti al cosiddetto lavoro interinale.

Noi manteniamo il limite dei 20 contratti a termine e interveniamo con un emendamento di maggioranza per limitare anche il numero dei contratti in somministrazione, i quali non potranno superare il 30% del totale, e la gran parte delle volte saranno ancora inferiori, dato che una parte di quel 30% sarà già occupato dai contratti a termine. Ad esempio, se il 10% fosse occupato dai contratti a termine quello interninali non potrebbero superare il 20%. Questo significa che vengono incentivati i contratti a tempo indeterminato, i quali dovranno essere obbligatoriamente almeno il 70% per ogni azienda.

Il miglioramento quindi è enorme: si passa da una situazione in cui un’azienda poteva assumere tutti i lavoratori con contratti precari ad una in cui il contratto stabile sarà quello maggiormente utilizzato. Basta falsità sul nostro decreto. La stabilità del posto di lavoro sta tornando di moda.

Rilanciamo il lavoro e lo sviluppo per tornare grandi nel mondo!

In diretta da Roma il mio intervento all’assemblea nazionale UIL

Pubblicato da Luigi Di Maio su Venerdì 22 giugno 2018

di Luigi Di Maio, Ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico

Unire il mondo delle imprese con il mondo dei lavoratori è l’unico modo per far ripartire il nostro grande Paese. Questa sinergia è il collante delle piccole e medie imprese italiane che ci hanno reso grandi nel mondo, rendendo il Made in Italy un fiore all’occhiello a livello internazionale. Per questo ho voluto accogliere la sfida di mettere insieme due Ministeri, quello del Lavoro e dello Sviluppo Economico. È una sfida che possiamo vincere perché siamo in un momento storico in cui ci sediamo al tavolo sia con i rappresentanti sindacali, sia con quelli delle aziende. Con i lavoratori e la dirigenza di TIM, qualche settimana fa, abbiamo scongiurato la cassa integrazione, raggiungendo un accordo reso possibile grazie ai funzionari del Ministero del Lavoro e a questa unione d’intenti. Abbiamo attraversato la strada che ci portava dal Ministero del Lavoro a quello dello Sviluppo economico e abbiamo cominciato a parlare di un nuovo modello di sviluppo per le telecomunicazioni e per rilanciare il settore. È questo quello che sto e che dobbiamo cercare di fare nei prossimi anni.

Sono arrivato in Parlamento circa 6 anni fa, in questo tempo ho rappresentato le istanze di tante persone che venivano da me e mi portavano le loro sofferenze. Questo è un Paese che ha circa 2,7 milioni di persone che non hanno più cibo, circa 4,7 milioni di cittadini sono in povertà assoluta e 8,2 in povertà relativa. Ma la cosa che più mi sta a cuore e che devo affrontare ogni giorno è quel 12% di lavoratori italiani che lavora sotto la soglia di povertà relativa. C’è un problema di povertà, di lavoro, ma anche di quale lavoro può risolvere il problema della povertà.
Questa è la grande sfida che ci aspetta, se non la affrontiamo ci ritroveremo a non avere abbastanza contributi per arrivare ad una pensione sopra la soglia di povertà relativa. L’altra vera grande questione, che ho ribadito ieri quando sono intervenuto al Consiglio dell’UE, è quella della crescita demografica di questo Paese.
Siamo l’ultimo Paese che fa figli in Europa, un dato legato anche al tema del lavoro e della solidità del contratto con cui veniamo assunti. Voglio lavorare con tutti per riuscire ad arrivare a delle soluzioni soddisfacenti in entrambe le direzioni. Qual è la questione principale? È che si fa un grande sforzo per difendere il lavoro esistente, per non far scappare le aziende all’estero, per non farle demoralizzare (a volte in malafede), per non farle chiudere con un comunicato o con una lettera.

Stanno nascendo nuove categorie di lavoratori che a volte non conoscono il loro datore di lavoro, che non hanno un contratto e che oggi, in alcuni casi – soprattutto i più giovani – chiedono di lavorare pur senza stipendio. Solo per dire di avere un lavoro. Questo concetto sta distruggendo la cultura del lavoro in Italia, tanti ragazzi oggi chiedono di lavorare pur di non stare a casa e a volte ci rimettono pure dei soldi.
Questo tema è rappresentato da una categoria, non l’unica a vivere questa sofferenza, che ho deciso di accogliere subito al Ministero del lavoro, ancora prima d’incontrare i rappresentanti del settore metalmeccanico sulla questione ILVA. Sto parlando dei cosiddetti riders, simbolo di una generazione abbandonata, oggi in balia di app, piattaforme digitali, multinazionali che a volte utilizzano la loro forza-lavoro senza fargli nemmeno un contratto, senza dargli una minima tutela.
Secondo i nostri studi, entro il 2025-2030 il 50% dei lavori così come lo conosciamo si trasformerà in Italia. Molte di queste persone lavoreranno per delle piattaforme digitali, che devono iniziare a fornire delle tutele. Perché quando un ragazzo mi consegna del cibo a casa in bicicletta e viene messo in competizione con una macchina, quel ragazzo mi stringe la mano, mi sorride, mi fornisce il servizio con un valore aggiunto che va retribuito. Le capacità, il talento e l’umanità delle persone devono essere pagate, non le puoi mettere in competizione con una qualsivoglia tecnologia.

Ho detto a questi ragazzi una cosa molto semplice: voglio fare delle norme che vi tutelino e che facciano in modo che quello che fate sia lavoro e non sfruttamento. Le tutele per chi lavora con le piattaforme digitali le mettiamo in un testo e le facciamo diventare legge. Poi si sono fatte sentire le piattaforme digitali, le ho incontrate al Ministero del Lavoro e gli ho proposto un percorso: da una parte mettiamo le rappresentanze dei lavoratori e dall’altra le piattaforme digitali.
Se a quel tavolo si trova una soluzione per le tutele di questi ragazzi non c’è bisogno di null’altro, perché a quel punto avremmo trovato un accordo, un nuovo tipo di contratto per la cosiddetta gig economy che li possa tutelare. Ma se, invece, subiamo delle minacce come il trasferimento delle aziende all’estero, allora facciamo la legge. Questo è il mio modo di vedere le cose. Devo dire che c’è stata un’ampia disponibilità, settimana prossima ci sentiremo e cominceremo questo tavolo sui lavori della gig economy.
La questione dei giovani è molto importante: vanno coinvolti soprattutto sul concetto che vogliamo dare di lavoratore. Ieri, per poco, al Consiglio dell’UE non siamo riusciti ad inserire la definizione di lavoratore all’interno di una direttiva che stavamo discutendo, e si è demandato agli ordinamenti nazionali.

Questa direttiva, ovviamente l’ho presa in corsa perché faceva parte delle discussioni del vecchio governo, spero venga migliorata al Parlamento Europeo. C’è bisogno di stabilire chi è il lavoratore, che cos’è un lavoratore e con quali tutele e definizioni. Perché stiamo andando in una direzione che mi preoccupa molto, quella proprio di quei ragazzi – non per forza del Sud, ma anche delle periferie del Nord – che oggi accettano qualunque cosa pur di dire ai genitori di aver trovato un’occupazione, pur di dire agli amici che hanno trovato un lavoro.
Mi fa piacere si inizi a parlare della partecipazione dei lavoratori, per orientare le decisioni che un’organizzazione di rappresentanza. Questa partecipazione, che a noi sta molto a cuore, vede anche altri strumenti che noi abbiamo individuato nel contratto di Governo: mi riferisco all’abolizione del quorum nel referendum abrogativo. È un tema che chiama la mobilitazione, per anni i referendum li vinceva chi se ne stava a casa. È arrivato il momento di fare in modo che chi va a votare conta e chi se ne sta a casa si prende le sue responsabilità.

Questo concetto, ovviamente, mi permette di introdurre un’altra cosa che riguarda anche le aziende. Come dicevo ho voluto unire Sviluppo Economico e Lavoro perché credo si possa fare un gioco di squadra tra la parte datoriale e la parte dipendente. Queste due parti, soprattutto nelle piccole e medie imprese italiane, hanno fatto il miracolo del Made in Italy nel mondo. Dev’esser chiara una cosa, non penso che tutti i problemi di questo Paese si possano risolvere con delle leggi.
Non voglio intervenire e non voglio che questo Governo intervenga continuamente con leggi in ogni dinamica economica, perché facendo così molto spesso si sono bloccati gli investimenti complicando troppo il codice degli appalti. Si sono anche bloccate le imprese riempiendole di burocrazia per oltre 30 miliardi di Euro all’anno di costi, si volevano perseguire gli evasori con degli strumenti che stanno perseguendo quelli che le tasse le hanno sempre pagate e alla fine il meccanismo generale che si è creato è una paura generalizzata di esser sempre fregato da una delle 187mila leggi esistenti nel Paese che prima o poi ti sfuggono.
Ho rivolto più volte un appello ai parlamentari: da domani cominciano a lavorare nelle commissioni che si sono formate oggi. Quindi, da lunedì, dal punto di vista lavorativo del Parlamento, ho chiesto di non bombardate i cittadini di troppe leggi, perché è arrivato il momento di semplificarne e abolirne un po’ di quelle che non servono.
Credo, invece, che l’Italia si possa cambiare con l’esempio delle istituzioni. Se nelle istituzioni ci sono persone che danno l’esempio, allora il Paese può cambiare molto più velocemente. Credo che questa sia finalmente la settimana buona per abolire i vitalizi agli ex parlamentari; è prima di tutto un messaggio che si vuole dare da questo punto di vista. È una questione di giustizia sociale. Dopo i vitalizi passeremo anche alle pensioni d’oro, sopra i 5mila Euro netti vanno tagliate se non hai versato i contributi.

Il lavoro si crea con gli investimenti in Italia. Su questo dobbiamo chiarire una cosa: nel nostro contratto di governo abbiamo inserito una clausola che individua uno studio costi-benefici sulle grandi opere italiane. Il vero problema in Italia è che in alcuni casi si facevano opere per spendere soldi e non si spendevano soldi per fare opere. Questo concetto è alla base di alcune questioni che noi abbiamo posto, come quella della TAV in Val di Susa.
Poi ci sono da spendere soldi per fare delle opere importanti, penso a Matera Capitale della Cultura che non ha ancora il treno. Ci sono ponti sul Po, nella ricca Lombardia che traina quasi un quarto del PIL italiano, che crollano per mancate manutenzioni. Ci sono investimenti da fare in strade e autostrade in alcune zone del nostro Paese.
Io penso che sulle infrastrutture ci sia molto da fare. Mi chiederete: ma dove prenderete tutti questi soldi? Dobbiamo sbloccare quelli che sono già negli enti locali e territoriali, che non si muovono. Il Ministero del Sud che abbiamo individuato lavorerà dalla mattina alla sera per sbloccare i fondi europei che sono già destinati e non si stanno spendendo. Soprattutto, dobbiamo semplificare il codice degli appalti, perché in alcuni enti locali e territoriali ormai c’è la paura di mettere una firma sotto una delibera per sbloccare un investimento.

Se riusciremo a sbloccare i miliardi di Euro che sono già allocati negli enti territoriali e locali, allora potremmo già rimettere in parte in moto l’economia. Come prima si citava l’ILVA è una delle questioni più importanti che abbiamo sul tavolo e giustamente mi si chiede non da voi, ma in generale, di risolvere in 15 giorni una questione rinviata per sei anni e trascurata per venti. Io ce la metterò tutta, stiamo studiando le carte nel modo più scrupoloso possibile: il piano industriale, il piano ambientale, il piano finanziario, cose che non erano note pubblicamente fino a qualche tempo fa. È chiaro, ci sono due interessi primari da tutelare: quelli di coloro che lavorano nell’ILVA e quello dei tarantini, che devono tornare a respirare e che hanno il diritto di respirare.

Il costo del lavoro in Italia è ben al di sopra delle medie europee. Un provvedimento in questo senso deve andare nella direzione dei lavori che stanno arrivando e che possono dare nuove occasioni lavorative ai cittadini italiani. Con i livelli di disoccupazione giovanile che abbiamo, noi possiamo agganciare una grande rivoluzione nelle nuove tecnologie, nel Made in Italy, nella cultura e nel turismo. Il tutto per sgravare prima di tutto quei settori dal costo del lavoro, in modo tale da poter incentivare assunzioni e poter far sviluppare un comparto che in altri paesi d’Europa è molto più avanti.
L’Italia ha messo poche centinaia di milioni di Euro sulle start-up innovative; Macron, in Francia, con il quale non corrono buonissimi rapporti da qualche giorno, ha investito 4 miliardi di Euro. Questo settore permette anche la digitalizzazione e l’innovazione d’industrie della vecchia economia, parliamo di ricerca, sviluppo, ma soprattutto di giovani.

Ovviamente tante persone che faranno parte di questo cambiamento del mondo del lavoro avranno un grande problema, che è quello della riqualificazione. Ci saranno realtà che andranno nella direzione non della chiusura, ma della riconversione. E avranno bisogno di nuovo personale. Ieri ho incontrato il Ministro del Lavoro tedesco, loro hanno un sistema di centri per l’impiego molto efficiente.
Come ministro del lavoro riunirò il prima possibile gli assessori al lavoro delle singole regioni, perché i centri per l’impiego e le politiche attive del lavoro fanno parte dell’impianto della legislazione concorrente, quindi delle regioni. Quel tema lo dobbiamo affrontare prima di qualunque altra cosa: oggi i centri per l’impiego – in molte parti del Paese – sono un’umiliazione e non un’opportunità.

Ce la metterò tutta su quel fronte, tanti ragazzi stanno diventando NEET, stanno perdendo le speranze in qualsiasi cosa. Sia che si tratti di studiare o di cercare un lavoro. Stanno diventando NEET anche perché sbattono contro un centro per l’impiego che si prende il loro curriculum e gli dice: “Vi faremo sapere” e poi sparisce.
Questa è la premessa per un’altra questione, noi siamo stati mandati in Parlamento come forza politica dal 32% del Paese per realizzare una misura che si chiama reddito di cittadinanza: questo strumento crea tante giuste obiezioni, perché non lo conosciamo e devo dire che c’erano obiezioni anche nell’altra forza politica con cui condividiamo questo governo. Poi gliel’ho spiegato: l’obiettivo non è quello di dare soldi a qualcuno per starsene sul divano.
Tu hai perso il tuo lavoro perché quel settore è finito oppure si è trasformato? Ora ti è richiesto un percorso per formarti, qualificarti ed essere reinserito nei nuovi settori su cui stiamo facendo degli investimenti. Ma siccome hai dei figli, mentre ti formi e mentre lo Stato investe su di te, ti do un reddito. In cambio dai al tuo sindaco, ogni settimana, otto ore gratuite per lavori di pubblica utilità.
Sul reddito di cittadinanza noi non arretreremo e ci metteremo insieme come forze politiche, e se vorrete anche come parti sociali. Perché la vera grande questione è la riconversione di chi oggi ha bisogno di essere riqualificato e reinserito; una questione che passa dai centri per l’impiego, ma anche da un reddito.

Settimana prossima, in Consiglio dei Ministri, porterò già una prima norma stringente sulle delocalizzazioni, perché le aziende non possono lasciare i lavoratori in mezzo ad una strada dopo che hanno preso i soldi dalle loro tasse. Per andarsene a delocalizzare in giro per il mondo.
Lasciatemi dire un’ultima cosa sull’Unione Europea. In questi anni è stata quella che abbiamo conosciuto ogni volta che si toccavano argomenti come le pensioni: ce lo chiede l’Europa e si è fatta la legge Fornero, poi si sono fatte le delocalizzazioni perché c’era una norma europea che lo consentiva, poi si sono licenziati i lavoratori perché c’erano una serie di questioni che riguardavano alcune quote di mercato che non ci permettevano più di sviluppare un settore, poi abbiamo visto l’agricoltura arretrare perché ci si apriva a dei mercati che producevano alla metà del costo del lavoro e senza norme di sicurezza. Abbiamo conosciuto un’Europa che, dal punto di vista dei pensionati, dei lavoratori e dei disoccupati è sempre stata purtroppo una matrigna più che, invece, una realtà che doveva accompagnarci nei diritti e nella solidarietà.

L’Europa serve se lavora sul pilastro sociale. Se continua a prostrarsi alle banche e alla finanza i cittadini non ha seguiranno. Ieri ho detto alla Commissaria Thyssen, che è la commissaria di riferimento per il mio Ministero, che sosteniamo tutti gli interventi di politiche sociali che vorrà fare l’Unione Europea con il Fondo Sociale Europeo e con il fondo sulla Globalizzazione. Ma a due condizioni: prima di tutto ci deve essere un semplice accesso a questi fondi, perché a volte anche le più grandi entità dello Stato non riescono ad accedervi per problemi di burocrazia europea. L’altra è che non si possono destinare questi fondi a parti dell’Italia solo in base al PIL di quella zona del Paese, dobbiamo cominciare a destinarli in base agli indici di disoccupazione.
È vero che il PIL è un indicatore della ricchezza, ma è anche vero che il PIL dell’Italia cresce e allo stesso tempo i livelli di povertà continuano ad essere notevoli e a non arretrare. Voglio infine comunicare una cosa: sono consapevole che da soli non si va da nessuna parte, se si riesce a lavorare tutti insieme si trovano le soluzioni migliori ed è questo quello che voglio fare come Ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico.

M5S PER UN LAVORO DI QUALITÀ, UNA PENSIONE CON DIGNITÀ

Al centro i diritti, il merito e le competenze

In questa prima legislatura abbiamo gettato le basi per una politica sul lavoro che guarda oltre il proprio naso e si preoccupa di programmare a lungo termine, leggendo e orientando un futuro carico di innovazioni che stanno accelerando la trasformazione del modo di lavorare. Vogliamo anche garantire i diritti e le tutele “attive” che gli scenari del ventunesimo secolo esigono, ristabilendo quella dignità del lavoratore, e del pensionato, che i governi degli ultimi 20 anni hanno via via distrutto.

Scarica il Programma Lavoro M5S

Qualità, democrazia e diritti: ecco il lavoro del futuro

L’innovazione, la digitalizzazione e l’avvento dell’economia dei beni immateriali ci spingono a rivedere il rapporto tra tempo di vita e tempo di lavoro, svincolando il concetto di produttività dal totem del cartellino da timbrare. Bisogna poi promuovere nuove forme di democrazia e di partecipazione dei lavoratori alla vita dell’azienda, sostenendo un rinnovamento radicale del funzionamento dei sindacati che devono abbandonare anacronistici privilegi. Infine c’è il grande tema della flessibilità previdenziale in uscita, delle tutele per i lavoratori precoci e per i mestieri più gravosi, perché sia le imprese che la Pubblica amministrazione hanno bisogno di ringiovanirsi per guadagnare efficienza e competitività.

Guarda il percorso del programma su Rousseau

Internet è la più grande fabbrica di lavoro del mondo

Se l’Italia avesse una diffusione di Internet pari a quella della Francia ci sarebbero 186.000 occupati in più. Se avesse la diffusione di internet pari a quella dell’Olanda avremmo 270.000 posti di lavoro in più.

Mi fanno morire i vecchi partiti quando ironizzano sul Movimento 5 Stelle e le nostre politiche per incentivare l’utilizzo di internet in ogni settore del nostro Paese. Partendo dalla banda larga, passando per la sanità, l’istruzione e la pubblica amministrazione. Sono 10 anni che chiediamo investimenti nella banda larga (ormai ultra larga), nell’innovazione, nella sharing economy. Vogliamo che venga riconosciuto il diritto universale di accesso a internet. Ma abbiamo sempre e solo ricevuto sfottò del tipo: “Noi abbiamo un partito, voi un blog”, “Siete il partito dei click” con Vincenzo De Luca, evidentemente ossessionato da un suo giovane conterraneo, che crede di deridermi usando il mestiere di Webmaster in termini dispregiativi: “Giggino o Webmaster”. Non ne ha ancora capito l’utilità e il significato. Vabbè, gli diamo tempo, chissà un giorno forse ce la faranno, lui e il suo partito.

Eppure se quella classe politica di dinosauri avesse investito dieci anni fa in questo settore, anziché regalare soldi a banche e palazzinari, oggi avremmo centinaia di migliaia di posti di lavoro in più.

Secondo Marco Simoni e Sergio De Ferra, se l’Italia incrementasse la diffusione di internet del 10% si produrrebbe un aumento del Pil dello 0,44 per cento dell’occupazione generale e dell’1,47 per cento quella giovanile.

Secondo una ricerca della Banca Mondiale, una crescita della penetrazione di internet del 10% porterebbe un incremento del Pil che varia dallo 0,24% all’1,50%. Parliamo di centinaia di milioni di euro.

Ciò significa che se l’Italia ampliasse del 30% la diffusione di internet, l’occupazione giovanile aumenterebbe del 5% e il Pil crescerebbe tra lo 0,7% e il 4,5%.
È veramente incredibile che si sia perso un treno di questa importanza. Mentre si spendono miliardi di euro in pensioni d’oro, si mettono pochi milioni – e male – sullo sviluppo delle autostrade telematiche.

Dateci l’opportunità di governare e colmeremo questo gap.

*dati tratti da La Cura di Luca Landò

Ps. Ci vediamo a Gela il 19 agosto da dove ripartirà il tuor #AtuttaSicilia

Luigi Di Maio

Tutti i numeri di #Lavoro2025. Questo è il MoVimento 5 Stelle

Forse qualcuno ora comprenderà che il MoVimento 5 Stelle fa sul serio. Ecco i numeri di #lavoro2025:

– 1° gruppo politico a realizzare una ricerca previsionale con metodo scientifico sui temi del lavoro;
– 9 mesi di lavori dall’inizio del progetto;
– 11 esperti coinvolti nello studio;
– 1 comitato scientifico composto dal prof. De Masi, 2 ricercatrici e i committenti (M5S);
– 300 pagine di studio previsionale elaborato con metodologia Delphi;
– 16 scenari probabili emersi dalla ricerca;
– 12 prestigiosi discussant coinvolti nel dibattito pubblico sui risultati della ricerca;
– 4 giornalisti delle più importanti testate in qualità di moderatori;
– 650 iscritti alla due giorni di convegno;
– 16 ore di lavori suddivisi in 4 panel;
– 439.730 visualizzazioni complessive delle dirette facebook;
– decine di articoli di stampa nazionale pubblicati.

Sì, lo ammetto, questa volta posso ritenermi soddisfatto. È stata una fatica immane, ma ne è valsa la pena. Grazie di cuore a tutti quelli che hanno reso possibile questo grande successo. Sono commosso, credetemi.

Claudio Cominardi

Lavoro 2025: come evolverà il lavoro nel prossimo decennio

La società industriale, centrata sulla produzione di beni materiali come le auto e i frigoriferi, è nata nella metà del Settecento e si è esaurita nella metà del Novecento. Ralf Dahrendorf avverte che solo nella metà dell’Ottocento, cioè cento anni dopo la sua nascita, la “società industriale” fu così definita da Lorenz V. Stein.
Qualcosa di analogo sta succedendo oggi con l’avvento postindustriale. Dopo la seconda Guerra Mondiale, grazie a una serie di fattori come il progresso tecnologico, la globalizzazione, la diffusione dei media e la scolarizzazione di massa, la società industriale ha ceduto il passo a una società profondamente diversa – che per comodità chiamiamo “postindustriale” – centrata sulla produzione di beni immateriali come i servizi, le informazioni, i simboli, i valori, l’estetica. Questo passaggio epocale non è stato ancora metabolizzato e teorizzato compiutamente dagli economisti, dai sociologi e dai politologi per cui la nuova realtà viene interpretata e gestita in base ai vecchi criteri, generando quello stato di disorientamento che gli antropologi chiamano cultural gap per cui la nuova realtà è gestita secondo vecchie regole.

La questione lavoro

Uno dei settori maggiormente toccati da questo passaggio epocale e che più ne soffre gli effetti, è il lavoro. Nella metà dell’Ottocento, quando Manchester era la città più industrializzata del mondo, i lavoratori dipendenti che vivevano in quella città erano per il 94% manovali e operai. Oggi in Italia, come in tutti i Paesi avanzati del mondo, i lavoratori che svolgono mansioni prevalentemente fisiche raggiungono appena il 33% della forza lavoro; un altro 33% è costituito da impiegati che svolgono compiti intellettuali di tipo esecutivo; un ultimo 33% è costituito da operatori che svolgono attività intellettuali di tipo creativo.
Tutti sono incalzati dalla disoccupazione tecnologica. Tutti sono compresi sotto la medesima etichetta di “lavoro” e accomunati in una medesima normativa nonostante la loro profonda diversità. Altri equivoci nascono dal tentativo di gestire per mezzo del controllo anche quelle attività intellettuali che rispondono soprattutto allo stimolo della motivazione. Altri ancora nascono dalla persistenza di sistemi organizzativi che si ostinano ad applicare i criteri dell’unità di tempo e di luogo propri della vecchia fabbrica metalmeccanica anche a tipi di attività che andrebbero organizzate per obiettivo e destrutturate nel tempo e nello spazio.
Ma gli equivoci maggiori nascono in materia di politiche occupazionali, dove più incisiva è l’influenza di variabili come la demografia, la mobilità geografica, la tecnologia, lo sviluppo organizzativo, la globalizzazione e la scolarizzazione.

Prevedere per programmare

L’essenza stessa della società postindustriale risiede nella progettazione di futuro, ma non è possibile progettare il futuro senza prevederlo. Perciò il gruppo dei parlamentari 5 Stelle che fanno parte della Commissione Lavoro della Camera ha commissionato a Domenico De Masi, professore emerito di Sociologia del Lavoro presso l’Università “La Sapienza” di Roma, una ricerca previsionale su come evolverà il lavoro nel prossimo decennio. La ricerca ha adottato il metodo Delphi e si è avvalsa dei contributi di undici prestigiosi esperti della materia: Leonardo Becchetti, Federico Butera, Nicola Cacace, Luca De Biase, Donata Francescato, Diego Fusaro, Fabiano Longoni, Walter Passerini, Umberto Romagnoli, Riccardo Staglianò, Michele Tiraboschi.

I quesiti cui la ricerca ha cercato di dare risposta sono molteplici.
Nel prossimo decennio il futuro del nostro Paese sarà connotato da crescita o da decrescita? Come evolverà il mercato del lavoro? I posti di lavoro aumenteranno o diminuiranno in rapporto alla popolazione attiva? Quali settori saranno carenti, quali adeguati e quali esuberanti di occupati? Come evolverà il mix tra lavoro fisico, lavoro intellettuale di tipo esecutivo e lavoro intellettuale di tipo creativo? La globalizzazione, lo sviluppo dei metodi organizzativi, il progresso tecnologico, la longevità, i flussi migratori come influiranno sulla creazione e sulla distruzione dei posti di lavoro? La criminalità organizzata come influirà sulla creazione e sulla distruzione dei posti di lavoro? Quali tipi di professioni vedranno crescere la domanda e quali la vedranno decrescere? Il Terzo settore si estenderà o si contrarrà? Rappresenterà un modello organizzativo anche per le imprese profit o avverrà il contrario? Quale ruolo giocheranno sul mercato del lavoro lo Stato, le istituzioni, gli imprenditori, i sindacati, i partiti politici, la società civile? Le professionalità disponibili saranno più o meno adeguate alle professionalità necessarie per produrre i beni e i servizi richiesti dal mercato? Nell’evoluzione del mercato del lavoro che ruolo e che peso avranno la scuola e la formazione? La cultura del lavoro sarà sempre più globalizzata e innovativa o prevarranno le sue connotazioni locali e tradizionali? Come evolverà l’organizzazione del lavoro? Sarà product oriented o marketing oriented? Prevarrà l’organizzazione per processo o per obiettivi? Nella gestione delle risorse umane si farà leva più sul controllo o sulla motivazione? Si diffonderanno, e in quale misura, le forme destrutturate di lavoro come il telelavoro e lo smart working? Nel mondo del lavoro aumenterà la coesione sociale o la conflittualità? Che forma assumeranno i conflitti di lavoro? Che forma assumerà la solidarietà sociale? Come saranno gestite le differenze di genere, di razza e religione? Come volveranno i rapporti di lavoro nel settore pubblico e nel settore privato? Come evolverà il reclutamento e la cultura della classe dirigente aziendale? e di quella sindacale?

Convegno

La ricerca, iniziata nel maggio 2016, è stata portata a termine entro il settembre dello stesso anno. I risultati, ricchi e interessanti, meritano una discussione approfondita e una diffusione ampia. A tale scopo è stato organizzato un convegno di due giornate (18 e 19 gennaio 2017) durante il quale i risultati saranno esposti e discussi per contribuire all’impostazione di una strategia di intervento politico in materia di lavoro. Al Convegno partecipano, oltre agli Esperti che hanno contribuito alla sua realizzazione, anche politici, imprenditori, sindacalisti e giornalisti.
Programma odierno (mercoledì 18 gennaio)

MATTINA – LA SOCIETÀ POSTINDUSTRIALE
Chairman: Roberto Petrini
Società postindustriale: produzione e servizi; uomini e robot; differenze regionali, omologazione e identità.
Crescita e decrescita: Crescita improbabile; prodotto interno lordo; confronto internazionale; tecnologia, crescita, occupazione.
Globalizzazione e finanza: globalizzazione crescente; rapporti di forza; posti di lavoro; globalizzazione e imprese; finanza.
Demografia e flussi migratori: invecchiamento della popolazione; sistema pensionistico; invecchiamento e lavoro; immigrazione e integrazione; immigrazione e lavoro; conflitti e sinergie.

Ore 9.00 – 9.15 Apertura dei lavori (Tiziana Ciprini e Claudio Cominardi)
Ore 9.15 – 9.30 Esposizione dei risultati
Ore 9.30 – 10,30 Riflessioni dei Discussant (Roberto Cingolani, Barbara Labate, Enrico Mentana)
Ore 10.30 – 11.00 Coffee Break
Ore 11.00 – 12.00 Riflessioni degli Esperti (Leonardo Becchetti, Nicola Cacace, Luca De Biase, Donata Francescato)
Ore 12.00 – 13.00 Discussione plenaria

POMERIGGIO – TECNOLOGIA E LAVORO
Chairman: Manuela Perrone
Progresso tecnologico e produttività: automazione; tecnologia e lavoro; creatività e innovazione; i posti di lavoro diminuiranno; i posti di lavoro non diminuiranno.
Analogici e digitali: la società dei millennials; l’azienda dei millennials; generazioni a confronto.
Tre tipi di lavoro: operai, impiegati, creativi; mestieri e professioni; operai e impiegati; attività creative; formazione e addestramento; normativa; pensionamento.
Riorganizzazione e destrutturazione: organizzazione creativa; miglioramento continuo; il ruolo della tecnologia; risorse umane; consulenza e libere professioni; strumenti nuovi per destrutturare; lavoro destrutturato e per obiettivi; vantaggi e svantaggi; resistenze al cambiamento.

Ore 15.00 – 15.30 Esposizione dei risultati
Ore 15.30 – 16,30 Riflessioni dei Discussant (Filippo Abramo, Romolo Calcagno, Antonello Calvaruso)
Ore 16.30 – 17.00 Coffee Break
Ore 17.00 – 18.00 Riflessioni degli Esperti (Federico Butera, Luca De Biase, Umberto Romagnoli)
Ore 18.00 – 19.00 Discussione plenaria

Svenduti e mazziati

Svenduti e Mazziati. Se qualcuno ha ancora dubbi sulle conseguenze catastrofiche dell’apertura commerciale alla Cina si legga l’ultimo report della Deutsche Bank Research. Lo abbiamo tradotto per voi. Scaricatelo. Mentre l’Europa svende il posto di lavoro di 3,5 milioni di suoi cittadini, per Stati Uniti, Canada, Giappone e India la Cina non è una economia di mercato e come tale viene trattata.

Lo scorso 11 dicembre la Commissione europea doveva scegliere se concedere o meno lo status di economia di mercato alla Cina. Ha vinto un ipocrita compromesso che fa cadere la distinzione tra i Paesi considerati economia di mercato e quelli che non lo sono, aprendo quindi alla Cina. La contestuale riforma degli strumenti di difesa commerciale presentata dal Consiglio europeo è una ulteriore beffa per le piccole e medie imprese perché sarà più difficile imporre i dazi a chi fa concorrenza sleale. L’effetto sarà devastante: un’immediata invasione di merci verso l’Europa, così come documentato dal report della Deutsche Bank Research. Secondo i dati della Commissione, oltre il 40% delle imprese europee difese finora dai dazi antidumping sono italiane. Imprese che adesso vengono lasciate sole.

INVASIONE CINESE: L’ESEMPIO DELL’ACCIAIO

La Cina è il più grande produttore di acciaio al mondo. L’anno scorso le esportazioni di acciaio della Cina hanno raggiunto un record per quantità anche se il loro valore è sceso del 10,5% a seguito del calo dei prezzi. Ciò ha portato a un eccesso di produzione che ha messo in crisi i produttori europei. Nel Regno Unito la società Indiana Tata ha messo in vendita le sue fabbriche mettendo 40.000 di posti di lavoro a rischio in tutto il Paese. Nel 2015 circa l’85% delle indagini antidumping dell’UE riguardano la Cina. Il 67% delle misure antidumping adottate colpiscono settori come il tessile, ceramica e vetro, metalli di base, plastica, macchinari e apparecchiature elettriche e prodotti petrolchimici.

LA CINA NON È UNA ECONOMIA DI MERCATO

Un report della “Deutsche Bank Research” dimostra per la prima volta in maniera analitica e circostanziata che la Cina non è una economia di mercato. La Cina deve ancora rispettare tutti i cinque criteri che sono:

1) Basso grado di influenza del governo nell’allocazione delle risorse e nelle decisioni delle imprese.
2) Assenza di distorsioni nel funzionamento dell’economia privatizzata.
3) Attuazione effettiva del diritto societario incluse le regole di governance delle imprese.
4) Efficace quadro giuridico di diritto privato e il corretto funzionamento di una libera economia di mercato.
5) Esistenza di un settore finanziario che opera in modo indipendente dallo Stato.

LA CINA NON È UNA ECONOMIA DI MERCATO. SCARICA E LEGGI LA TRADUZIONE IN ITALIANO DEL RAPPORTO DELLA Deutsche Bank Research.

L’APOCALISSE PER L’OCCUPAZIONE

Ci sono due scenari sulle conseguenze di queste politiche commerciali europee: uno scenario a basso impatto assume che la concessione dello status MES alla Cina farebbe aumentare le importazioni del 25% nei prossimi tre-cinque anni rispetto al loro livello di base nel 2011; lo scenario di grande impatto presuppone un aumento del 50% delle importazioni dalla Cina. Tra 2 e 4 milioni di persone perderebbero il posto di lavoro.

GRAFICO. Posti di lavoro a rischio se alla Cina verrà concesso MES, per paese, (fonte: Economic Policy Institute)

Dobbiamo proteggere le nostre PMI da questa follia. Tutti gli europarlamentari del Movimento 5 Stella sono scesi in piazza a Bruxelles e hanno marciato assieme a lavoratori e imprenditori per dire #NoMesCina. C’era anche Beppe Grillo. La creazione del gruppo di interesse al Parlamento europeo, la presentazione della contro-consultazione pubblica e il tour #NoMesCina in tutta Italia sono fatti che dimostrano l’impegno FORTE del Movimento 5 Stelle nel difendere l’economia europea e, in particolare, quella italiana.

La Repubblica sprofondata sul lavoro #VoucherNoGrazie

L’INPS sbugiarda il JobsAct di Renzi che si sta mostrando per quello che è: un disastro di riforma del lavoro che sta riducendo gli italiani in miseria. È odioso dire “ve lo avevamo detto” eppure ci risiamo: l’ennesima grande balla gonfiata ad arte da questo Governo.
L’INPS rivela dati aggiornati ed inquietanti. Nei primi dieci mesi del 2016, al netto delle trasformazioni, i contratti a tempo indeterminato sono stati 1 milione e 370 mila, ne sono cessati ben 1 milione e 308 mila, cioè un saldo positivo di appena 61 mila unità. L’Osservatorio dell’INPS conferma che questo dato è peggiore dell’89% rispetto al saldo positivo di 588.039 contratti stabili dei primi dieci mesi del 2015. Perché questo crollo? Semplice, riduzione degli incentivi: diminuito il doping, sgonfiato il muscolo.
A proposito di doping: aumentano i voucher del 32%, utili a gonfiare i dati sull’occupazione. Ben 121,5 milioni i voucher per remunerare con un valore nominale di 10 euro il lavoro occasionale. A diminuire in questo caso, solo i diritti e le speranze degli italiani che ormai vivono una situazione di caporalato legalizzato.
Sempre l’Osservatorio dell’INPS conferma il triste trend dei licenziamenti: ben +3,4%, passando dai 490.039 agli attuali 506.938. Gran parte di questi per motivi disciplinari, passati da 47.728 a 60.817; e poi qualcuno si chiede ancora perché difendevamo ARTICOLO 18 e contestavamo le (inesistenti) tutele crescenti. Soldi pubblici, ben diciassette miliardi di euro gettati in decontribuzioni e bonus, senza i quali torna tutto come prima e anche peggio. Alla faccia delle riforme strutturali, anche queste precarie, almeno in questo il governo Renzi è stato coerente. Eppure doveva essere la “volta buona”, e lo è stato, ma solo per erodere i diritti dei lavoratori che oggi tra JobsAct e Riforma Fornero si trovano imprigionati in un mercato del lavoro infernale.
Mentre si continua a spostare l’attenzione da una parte all’altra, l’Italia affonda. L’Italia di Renzi e Gentiloni è quella fondata sui voucher, con cui puoi permetterti al massimo un pasto in un fast food.
Infatti aumentano i poveri relativi e quelli assoluti: +141% negli ultimi dieci anni. Oggi infatti l’8% degli italiani, cioè ben 4,6 milioni di persone, vivono in uno stato di indigenza assoluta. Un dato vergognoso che raffrontato con il dato Istat-Eurostat del 2005, dove la popolazione in povertà assoluta era meno di 2 milioni, evidenzia l’unica crescita che gli ultimi governi hanno saputo realizzare: la povertà degli italiani.
L’undici gennaio la Corte Costituzionale deciderà sull’ammissibilità del referendum sul JobsAct. Se ci sarà la possibilità di andare al voto ed esprimere il parere del popolo sovrano sull’azione del governo, ricordatevi di questi numeri. Dopo il 4 dicembre prepariamoci a dare un altro schiaffone all’arroganza e alle prese in giro di questo esecutivo.