Domani si vota sulle restituzioni

Domani, martedì 21 maggio, gli iscritti all’Associazione MoVimento 5 Stelle abilitati ad accedere a Rousseau, saranno chiamati a votare per decidere sulle restituzioni. La votazione sarà attiva dalle 10.00 alle 19.00 nella nuova area voto di Rousseau e ogni iscritto avrà a disposizione una preferenza.

Dobbiamo decidere dove destinare 2.000.000 di euro delle restituzioni che derivano dal taglio degli stipendi dei parlamentari del MoVimento 5 Stelle.

Le tre opzioni sono:
1 – Fondo per la povertà educativa infantile che serve per rimuovere gli ostacoli di natura economica, sociale e culturale che impediscono la piena fruizione dei processi educativi da parte dei minori conibambini.org
2 – Fondo per il diritto al lavoro dei disabili che ha l’obbiettivo di sostenere con incentivi i datori di lavoro che effettuano assunzioni di lavoratori con disabilità, nonché finanziare i progetti sperimentali di inclusione lavorativa delle persone con disabilità da parte del Ministero del Lavoro e delle Politiche Social.
3 – Fondo contro la violenza su donne che finanzia, tramite comuni e regioni, i centri antiviolenza su tutto il territorio italiano

Ogni voto conta! I soldi delle restituzioni saranno distribuiti a ogni fondo come indicato dalle percentuali del voto. La tua scelta darà un concreto aiuto economico al fondo che sceglierai di votare.

Corruzione: Businarolo, l’indipendenza dei magistrati è il pilastro della democrazia

La corruzione resta una grave emergenze nazionale: non c’e’ dubbio che l’autonomia e l’indipendenza della magistratura siano un pilastro del sistema democratico perche’ garantiscono l’azione penale.

Così come presidente della commissione giustizia di Montecitorio e deputata M5S, ho dichiarato all’Agi.

Personalmente credo che anche le ipotesi di separazione delle carriere, di cui spesso si discute, siano da respingere nell’ottica di difendere l’autonomia dell’azione penale da qualsiasi altra ingerenza. Dobbiamo preoccuparci di combattere illegalita’ e radicamento mafioso nei nostri territori: questa e’ l’unica è centrale priorita’ del l’agenda politica, insieme al conflitto d’interessi.

La nostra battaglia continua: il glifosato deve essere bandito

Edwin Hardeman ha 70 anni e, dopo aver usato per oltre vent’anni il diserbante Roundup, a base di glifosato, si è visto diagnosticare un tumore. Ha fatto causa all’azienda produttrice, la Monsanto, acquisita dalla casa farmaceutica tedesca Bayer, e ha vinto.

Attenzione però, non è il primo caso. Già ad ottobre la multinazionale era stata condannata a risarcire con 78,5 milioni di dollari un giardiniere, affetto dal linfoma non Hodgkin: tumore maligno. Adesso, si apre un altro importantissimo fronte giudiziario: i giudici americani infatti dovranno capire se l’azienda produttrice ha diffuso informazioni corrette sui rischi dell’erbicida. Una fase importante perché in ballo ci sarebbero circa 11.200 denunce da parte di agricoltori. Un’infinità.

Vi racconto questa storia perché in questi giorni la Commissione europea è tornata a parlare del glifosato. In ballo c’è la proposta di far valutare il fascicolo per far partire la procedura di autorizzazione del pericoloso pesticida a quattro Stati e non uno solo, come si fa generalmente.

Già questo dovrebbe far riflettere: la questione è talmente importante che nessuno Stato voleva assumersi da solo la responsabilità di rinnovare il via libera al pesticida. La licenza, ricordiamolo, scade nel 2022 ed in questi mesi si giocherà la partita del rinnovo.

L’Europa è divisa, ci sono interessi economici importanti, ma sulla salute non bisogna lasciare nulla al caso. Il problema è questo: se non abbiamo la certezza che non faccia male non possiamo rischiare. Questa sostanza non deve finire in alcun modo sulle nostre tavole.
La nostra battaglia è sempre la stessa e non è cambiata negli anni: il glifosato deve essere bandito.

Ecco tutti i danni dell’austerity – Lo studio Eurispes

Ecco tutti i danni dell’austerity. Lo studio Eurispes “Vincoli di bilancio comunitari e nazionali: l’influenza del Patto di stabilità e crescita sulla finanza delle Regioni ed Enti locali italiani”, realizzato in collaborazione con il gruppo Efdd al Parlamento europeo, analizza l’impatto delle politiche di austerity sull’economica e sulle finanze pubbliche italiane.

SCARICA E DIFFONDI LO STUDIO

Ecco la conferenza stampa in diretta. Partecipano il Presidente di Eurispes Gian Maria Fara, il dott. Giovambattista Palumbo, Direttore dell’Osservatorio Eurispes sulle Politiche fiscali e Laura Agea, capodelegazione del Movimento 5 Stelle al Parlamento europeo. I saluti introduttivi saranno a cura di Fabio Massimo Castaldo, vice presidente del Parlamento europeo.

di Laura Agea, Efdd – MoVimento 5 Stelle Europa

“oggi siamo qui per presentare i risultati di uno studio dettagliato dell’Eurispes sui vincoli di bilancio europei che la nostra delegazione ha fortemente voluto e che – come vedremo – conferma la correttezza delle battaglie che abbiamo condotto in questa sede durante tutta la legislatura.

Ma, non solo: questo rapporto aggiunge infatti un ulteriore tassello alla nostra proposta analitica e costruttiva di una nuova Europa, capace di adattarsi e cambiare le proprie normative per essere davvero vicina ai bisogni dei cittadini e dei territori, invece che schiava di assurdi paradigmi economici che la indeboliscono e ne condizionano lo sviluppo economico e sociale.

Come sappiamo bene, in seguito alla crisi economica e finanziaria vi è stato un progressivo rafforzamento delle politiche di austerity con la riforma della governance economica dell’Ue – in particolare tra il 2011 e 2013 – che ha portato, nel luglio 2012, alla ratifica, con il governo Monti, del Trattato sul Fiscal Compact. Trattato che ha introdotto, tra le altre cose, la dannosissima regola del pareggio di bilancio in Costituzione. E noi – vorrei ricordarlo ancora una volta – già allora fummo gli unici ad apporci sia al Fiscal Compact che al pareggio di bilancio in Costituzione.

L’idea di fondo era che, introducendo in Costituzione vincoli al bilancio, ed in particolare, il principio del pareggio di bilancio, se ne rendesse difficile, per il futuro, l’aggiramento, garantendo così un alleggerimento della spesa pubblica e dunque del ricorso all’indebitamento.

Peccato, però, che così facendo Mario Monti e l’allora maggioranza PD-Forza Italia avevano di fatto consegnato la nostra sovranità economica all’Europa e ai falchi dell’austerity. E adesso cercare di sfilarsi da questo vincolo, senza una revisione dei Trattati, significa finire come la Grecia, nelle mani Troika.

La nuova disciplina costituzionale, con la riforma del 2012, ha introdotto misure di tipo strutturale ed esteso i nuovi princìpi alla Pubblica amministrazione e agli Enti territoriali, con tutte le ricadute sul nostro welfare che possiamo immaginare, in quanto gli Enti territoriali sono esplicitamente vincolati a “concorrere” al rispetto dei vincoli europei e dunque degli obiettivi economico-finanziari.

Come purtroppo sappiamo e come evidenziato anche da Eurispes, i vincoli di bilancio incidono anche sul sistema di welfare.

L’inserimento del principio del pareggio di bilancio in Costituzione incide sulla nostra forma di Stato sociale, che, in applicazione dell’articolo 3 della Costituzione, sarebbe tenuta ad intervenire attivamente a favore dei gruppi o delle classi più deboli realizzando il principio di eguaglianza sostanziale e non solo formale. Dal 2012 in poi, a seguito di questo provvedimento, la composizione dei conflitti tra logica del vincolo di bilancio e tutela dei diritti appare invece molto più problematica.

Cito solo una parte dello studio, per noi molto significativa:
“Alla luce di quanto evidenziato, il momento di crisi non sembra dunque essere stato affrontato in Italia, in questi anni, nel modo più efficace, essendo stata focalizzata l’attenzione più sugli strumenti contabili, sulla riduzione di spesa e sul futuro pareggio di bilancio, piuttosto che sugli investimenti, sulla costruzione di infrastrutture e sul rilancio della spesa interna, con anche maggiore attenzione e tutela ai diritti sociali” (pag, 28 rapporto Eurispes)

Noi denunciamo da tempo tutto questo, sia nelle istituzioni italiane che in quelle europee . Le misure di austerity, imposte fino ad oggi, hanno prodotto solo carneficine sociali e lo studio lo conferma.

In seguito alle misure di austerità, un’ampia fetta della popolazione italiana non riesce più ad accedere alle cure per ragioni economiche. Nel 2008, la spesa pubblica sanitaria in percentuale al Pil ha iniziato a decrescere, invertendo uno storico trend positivo e toccando il minimo del 6,4% nel 2018…

Nel 2015, oltre 12 milioni di italiani hanno dichiarato di aver rinunciato alle cure per motivi economici, mentre 7,8 milioni hanno speso tutti i loro risparmi o si sono indebitati per far fronte alle spese mediche.

I draconiani tagli alla sanità hanno anche esacerbato le iniquità socio-economiche. Infatti, dall’inizio della crisi, la percentuale di persone appartenenti al quintile di reddito più povero che dichiara di non aver avuto accesso alle cure per motivi economici, di distanza, o a causa di lunghe liste d’attesa, è cresciuta in modo significativo, raggiungendo quasi il 16% nel 2015. Le persone appartenenti al quintile più ricco, invece, non sono state per nulla intaccate dalla crisi. Similmente, è aumentato il divario tra Nord e Sud, e molte regioni stentano a garantire i Livelli essenziali di assistenza (Lea).

Le regole interpretative sul patto di stabilità e crescita emanante nel 2015 dalla Commissione Europea, con alcune clausole per investimenti e per le riforme strutturali, non sono state abbastanza ambiziose e sono state limitate ad alcuni strumenti come il piano Juncker, oppure applicate ai fondi strutturali solo tramite vincoli rigidissimi.

Da quando siamo al Parlamento Europeo, abbiamo invece sempre insistito su alcuni aspetti sui quali adesso anche lo studio Eurispes ci dà ragione. Mi riferisco, in particolare, a:

1) Lo scorporo dai criteri di deficit della quota delle spese nazionali per il cofinanziamento di fondi europei. Questo, nella pratica, significa due cose, ovverosia – e cito da pag.53 del rapporto Eurispes:
a) promuovere iniziative affinché la quota delle spese nazionali per il cofinanziamento di fondi europei possa essere scorporata dai criteri di deficit e di debito degli Stati membri;
b) escludere dagli aggregati rilevanti del Patto di stabilità le spese sostenute da Enti locali e Regioni per il cofinanziamento dei fondi strutturali europei

2) lo scomputo della spesa per infrastrutture dal calcolo del deficit ai fini del Patto di stabilità e cito ancora lo studio: “Appare infatti ragionevole finanziare investimenti in debito dal momento che questo debito potrà essere ripagato con il maggiore gettito fiscale che discenderà dall’aumento del Pil, generato a sua volta da infrastrutture più funzionali. L’Italia è infatti un Paese in cui la spesa pubblica incide per oltre il 50% sul Pil. Tuttavia, la quasi totalità della spesa viene indirizzata in spesa corrente e non in spesa per investimenti. Gli investimenti pubblici, in periodo di recessione o di bassa crescita, hanno effetti moltiplicativi sul Pil. Gli investimenti, inoltre, non rilanciano solo la domanda, ma aiutano a far crescere il rendimento atteso del capitale privato, dunque portano anche più investimenti privati, coi conseguenti effetti positivi sul Pil.

3) Riconsiderare la mission della BCE. Da anni chiediamo una modifica dello statuto della BCE per cambiare l’obiettivo della stabilità dei prezzi – che è stata una ossessione principalmente tedesca – in quello della piena occupazione. Inoltre chiediamo che la BCE possa agire come prestatore di ultima istanza (“lender of last resort”) nel mercato dei titoli di Stato per fornire liquidità agli Stati Membri proprio come fa per il settore finanziario.

4) Modificare la procedura di calcolo del Pil potenziale, ovverosia il livello del Pil che un Paese otterrebbe utilizzando al massimo livello possibile i suoi fattori produttivi: ad oggi il calcolo del pil potenziale è calcolato considerando un tasso di disoccupazione ottimale, che molto spesso è fuorviante, perché non considera la forza lavoro scoraggiata. Per questo motivo la metodologia europea, che sottostima il Pil potenziale di molti Stati membri, va rivista urgentemente.

5) Infine, modificare il valore del debito di riferimento: il 60% del debito/PIL è un valore arbitrale e privo di fondamenti economici. È necessario rivedere al rialzo questo rapporto portandolo, ad esempio, al 90% poiché più realistico (dato che è uguale alla media del debito pubblico a livello UE)

In conclusione, lasciateci dire che alcune delle cose che ripetiamo da anni, e per le quali continueremo a batterci nella prossima legislatura, ormai non sono più tabu. Dobbiamo restituire un futuro ai giovani in Italia e in Europa: le politiche di austerità, che condannano i nostri figli a una povertà materiale e immateriale, hanno fallito. E questa “certificazione” non viene solo da Eurispes, ma dalla realtà dei fatti. Perfino il presidente della Commissione europea Juncker ha recentemente fatto mea culpa parlando di “austerità avventata” da parte delle istituzioni comunitarie e di “scarsa solidarietà” nei confronti della Grecia.

Appare quindi fondamentale, per costruire una nuova Europa, imprimere una svolta decisiva per la revisione di uno strumento normativo che – come suggerito nel rapporto “riesamini, innovi e riorganizzi l’insieme delle norme che hanno sovrapposto e via via integrato le regole strutturali, a partire dal Six pact, per pervenire ad un nuovo punto di sintesi, che riconosca la necessità di sottrarre al vincolo numerico dell’equilibrio nominale e strutturale un’area ben determinata di spese per investimenti produttivi, idonea a funzionare come volano di politiche anticicliche a scala europea” (pag.57).

Infine vorrei concludere citando i due passaggi finali del rapporto Eurispes:

1) il primo, laddove non solo si dice a chiare lettere che congelare gli investimenti nei vincoli di bilancio è analiticamente errato ma, viene addirittura visto come “un’operazione masochistica”;

2) Il secondo – e possiamo prendere spunto dall’annosa questione che in questa legislatura abbiamo affrontato sulle riforme strutturali – è che in realtà la crisi dell’ultimo decennio ha dimostrato che, contrariamente a quanto ci dicono e ci ripetono i falchi dell’austerity, “è proprio la macchina europea – e non i nostri sistemi pensionistici e sanitari – ad avere bisogno di profonde riforme strutturali”.

Ed è su questo che continueremo a lavorare anche nella prossima legislatura: vogliamo riformare l’Europa, non vogliamo distruggerla. Vogliamo passare dall’Europa delle banche e della finanza a un’Europa sociale e solidale, dove i diritti e gli interessi del cittadino vengano messi prima di tutto”.

Alla Lega dico che l’autodeterminazione delle donne è un valore da rispettare

Volantino Lega, Businarolo (M5S): autodeterminazione donne è un valore da rispettare

Le affermazioni sessiste contenute nel volantino diffuso dai giovani della Lega, a Crotone, sono sconcertanti. L’autodeterminazione delle donne è un diritto, oltre che un valore, e come tale va rispettato. La pubblicazione di un simile testo è un atto che deve essere stigmatizzato, sopratutto in un Paese, il nostro, dove ogni giorno le donne sono sottoposte a indicibili violenze e troppo spesso sono vittime dei propri partner.

Si vota su Rousseau, win win per M5S

Oggi si vota su Rousseau sul caso Diciotti una questione complessa e dalle molte sfacettature. Informatevi, informatevi, informatevi. E poi votate con la consapevolezza che votare è sempre una cosa bellissima, sempre!

Per rispetto del voto non dirò che cosa voterò.

La votazione è attiva su Rousseau nella giornata di oggi, lunedì 18 febbraio, dalle 11.00 alle 20.00. Buona democrazia a tutti!

#AcquaPubblica: la nostra prima stella

Se le guerre del Ventesimo secolo sono state combattute per il petrolio, quelle del Ventunesimo avranno come oggetto del contendere l’acqua“.

Ismail Serageldin, vice presidente della Banca Mondiale, anno 1995

Ogni epoca si contraddistingue per la lotta tra alternative opposte. Fin dalla notte dei tempi. Il mondo stesso nacque dalla distinzione tra buio e luce. E così via le “antitesi dominanti” hanno segnato la storia dell’uomo: il bene contro il male, la Repubblica contro l’impero, i ricchi contro i poveri, lo Stato contro la Chiesa, la campagna contro la città, la democrazia contro la dittatura.

Oggi lo scontro dominante è tra il popolo, i cittadini, la moltitudine e le grandi élite economiche finanziarie, determinate a fare profitto su tutto. Tra il 99% (noi) e l’1% (loro). I fronti di questa guerra sono tantissimi, e uno di questi – forse il più delicato – è quello della guerra dell’acqua. Su questo lo scontro è culturale prima che economico.

Da un lato c’è chi vede l’acqua come qualcosa di sacro, la cui equa distribuzione rappresenta un dovere per preservare la vita e la dignità dei cittadini. Dall’altro chi la considera una merce e ritiene il suo possesso e commercio come un qualsiasi altro prodotto. Per costoro la gestione delle risorse idriche rientra pienamente nelle logiche di mercato. E dunque l’acqua dovrebbe essere commercializzata e assoggettata alla dinamica del consumo e dell’offerta. Un’aberrazione, che ha visto però il sostegno di quasi tutte le forze politiche che hanno governato l’Italia in passato.

Nel nostro Paese l’unica forza politica che si è SEMPRE, fin dalla sua costituzione, nettamente schierata a favore dell’acqua pubblica è stato il Movimento 5 Stelle. Per noi privatizzare l’acqua vuol dire ledere un diritto naturale dell’uomo. L’acqua è di tutti: un vero e proprio diritto di cittadinanza.

C’eravamo, nei comitati, nelle piazze e nelle strade, a promuovere il referendum del 12 e 13 giugno 2011, quando oltre 27 milioni di italiani hanno votato SI all’abrogazione delle norme sula remunerazione del capitale dei servizi idrici. C’eravamo, in Parlamento, a lottare contro chi ha voluto sovvertire l’esito di quella battaglia storica, con norme come lo “Sblocca Italia” e i Decreti “Madia” del 2016. E ci siamo oggi, nel 2019, al Governo, per approvare finalmente la legge sull’acqua pubblica. Un testo che prevede trasparenza su dati e procedure, la ridefinizione del sistema di pianificazione e gestione dell’acqua, e soprattutto avvia il processo di cambiamento verso una gestione pubblica e partecipata del Servizio Idrico Integrato.

In questo mese di febbraio, ti chiediamo di diffondere questa notizia nel tuo territorio organizzando appositi banchetti e gazebo, per portare questa grande battaglia in ogni angolo d’Italia. Come puoi fare? È semplice!

PARTECIPA! Vuoi proporre un’iniziativa? Vuoi organizzare un gazebo o un evento sul tema dell’acqua pubblica? Accedi a Rousseau, entra nella funzione CALL TO ACTION, clicca su CREA INIZIATIVA e definisci luogo, ora e data della chiamata all’azione.

ATTIVATI! Per conoscere i dettagli dei tanti eventi sull’acqua pubblica organizzati dal Movimento 5 Stelle nel mese di febbraio, basta andare su Rousseau ed entrare nella funzione Activism. Dopo aver scelto l’etichetta “iniziative correnti e future”, è sufficiente selezionare l’evento a cui si è interessati. In questo modo sarà possibile visualizzare una mappa costantemente aggiornata in tempo reale attraverso la quale poter scoprire con facilità le iniziative previste nel proprio Comune o nella propria Regione.

Puoi scaricare e stampare QUI il volantino!

CONDIVIDI, attraverso i social, foto e mini-video di una fontana di acqua pubblica della tua città, utilizzando l’hashtag #AcquaPubblica.

Insieme daremo voce alle fontane di tutta Italia!

Se ancora non sei iscritto a Rousseau, fallo subito. Scrivi STELLE al 43030.

Il Reddito di cittadinanza: un programma di contrasto alla povertà e di attivazione nel mercato del lavoro

di Pasquale Tridico

Quando finalmente finirà la polemica sterile contro il Reddito di cittadinanza, quella che tira fuori solo problemi inerenti l’elusione, i furbi, gli scansafatiche, fino ad arrivare al “divano”, e alle “vacanze” dei poveri, e quando si comincerà a leggere e conoscere nella sua interezza il provvedimento che introduce il Reddito di cittadinanza, come misura di reddito minimo in Italia, di contrasto alla povertà e di riattivazione verso il mercato del lavoro, allora, penso, necessariamente si apprezzerà l’intero provvedimento, la finalità degli obiettivi, i mezzi attraverso i quali agisce e le risorse che mobilita.
L’esigenza di uno strumento di reddito minimo in Italia, come il Reddito di cittadinanza, trova una pluralità di giustificazioni teoriche, economiche, giuridiche e morali. Dall’inizio del secolo scorso economisti come James Meade, Oskar Lange, ma anche Karl Polanyi e più recentemente Amartya Sen, solo per citarne alcuni, sostengono la necessità economica e sociale di uno strumento di sostegno al reddito universale, nelle diverse varietà di sussidio sociale, di reddito garantito, di dividendo sociale, di reddito minimo o di reddito universale. Anche economisti considerati in qualche modo conservatori come von Hayek o Milton Friedman sostengono tale necessità.

Non è tutto: la costituzione Italiana, almeno in 2 articoli fondamentali, l’articolo 3 e l’articolo 38, ritiene necessario l’intervento dello Stato nel rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano la libertà e l’uguaglianza dei cittadini (art 3), e stabiliscono il diritto al mantenimento e all’assistenza sociale dei poveri, degli indigenti e dei disoccupati (art 38).
E ancora, il più recente Pilastro Sociale dell’UE, all’art 14, stabilisce chiaramente il diritto al reddito minimo per garantire una vita dignitosa e allo stesso tempo ritiene utile combinare tale reddito minimo con incentivi alla integrazione nel mercato del lavoro. Due obiettivi ed uno strumento, appunto, come il Reddito di cittadinanza.
Ci sono infine diversi leader religiosi nel mondo come Papa Francesco, che considerano tali strumenti, e il welfare in generale, un mezzo per lo sviluppo umano, e non un costo.
Ma se tutto questo non convince ancora i più scettici, allora c’è l’evidenza empirica, che evidenzia come in periodi di crisi, come quella che ha colpito gran parte d’Europa dal 2009 in poi, strumenti come il reddito minimo non solo sono utili per evitare l’esplosione della povertà, come avvenuto in Italia, ma sono necessari per stabilizzare, o almeno compensare in modo quasi automatico, il ciclo negativo, sostenere i consumi, la domanda aggregata e quindi l’economia, evitando così una spirale recessiva o quantomeno attutendola.

Quando la critica al reddito di cittadinanza diventa meno aggressiva, si tirano fuori argomenti del tipo: “si poteva rinforzare il Rei”. Anche in questo caso la critica non trova fondamento, poiché non solo si è “rinforzato” il Rei in modo oggettivo ed evidente in termini di beneficiari, platee e risorse, passando da un contributo individuale massimo di 187 a 780 euro e da una platea potenziale di 1 milione ad una di quasi 5 milioni di persone, e da un fondo di poco più di 2 miliardi complessivi a poco più di 8 miliardi complessivi. Ma si è anche “rinforzato” il Rei nella parte che riguarda il “cuore” di quel provvedimento, ovvero il contrasto alla povertà, la rete dei servizi sociali attraverso i comuni e l’inclusione sociale. Infatti, per questo obiettivo le risorse aumentano notevolmente, di circa 130 milioni nel 2019 passando a circa 347 milioni, raggiungono 587 milioni nel 2020 e triplicano nel 2021 passando a 615 milioni di euro. Una dotazione di risorse mai vista prima per l’obiettivo della lotta alla povertà. Una vera rivoluzione, e per conoscerne bene la portata basterebbe chiedere alla Caritas o alla Alleanza contro la Povertà che negli anni scorsi non hanno mai visto tante risorse. Tutto questo fa parte del cosiddetto Patto per l’inclusione sociale, per quelli più distanti dal mercato del lavoro, con particolari disagi sociali e non proprio pronti a lavorare. I beneficiari di Reddito di cittadinanza che stipulano il Patto di inclusione sociale presso i Comuni e i Servizi sociali avranno condizionalità e obblighi diversi, prevalentemente di tipo sociale, rispetto a coloro che stipulano il Patto per il Lavoro, come succede in tutti i paesi europei. Perché la povertà non dipende solo dalla mancanza di lavoro. Perché la povertà è un problema multidimensionale. E l’obiettivo è fare in modo che il Patto di inclusione sociale sia in qualche modo “propedeutico” rispetto al Patto per il Lavoro. Anche rispetto a questo obiettivo, di più diretto contrasto alla povertà, dovrà essere valutato il Reddito di cittadinanza.

Infine, oltre a “rinforzare” il Rei in lungo e in largo, si è aggiunto un altro fondamentale pilastro, che potremmo definire “lavorista”, di riattivazione verso il mercato del lavoro, seguendo alla lettera l’art. 14 del Pilastro Sociale dell’Ue citato sopra, e costruendo un reddito minimo che possa garantire una vita dignitosa combinato con incentivi alla integrazione nel mercato del lavoro. Anche in questo caso, la critica al pilastro “lavorista” è priva di fondamento. I centri per l’impiego (Cpi) non sono pronti, si dice, le politiche attive sono inesistenti o quasi, e via discorrendo. Vero. Ma proprio per questo è giusto partire al più presto possibile, e questa è una occasione d’oro. Del resto la finalità di contrasto alla povertà e sostegno al reddito rimane soddisfatta anche durante la costruzione e il potenziamento dei Cpi, da cui quella finalità è indipendente, e con cui la riforma dei Cpi non è in conflitto. Come per il contrasto alla povertà e la rete ad essa connessa, anche i Cpi, le regioni e tutti i servizi ad essi collegati, non hanno mai visto tante risorse: 120 milioni nel 2019 e 160 milioni dal 2020 per 4000 nuove assunzioni presso i Cpi. 200 milioni per l’assunzione di 6000 navigator nel 2019, 250 milioni per il 2020 e 50 milioni per il 2021, attraverso Anpal servizi Spa. Quindi una dotazione di 10 mila nuovi operatori per i servizi dell’impiego pubblici che si aggiungono ai circa 8000 esistenti. A ciò si aggiunge una ulteriore dotazione di 480 milioni nel 2019 e di 420 milioni nel 2020 per strutture e infrastrutture fisiche e tecnologiche presso i Cpi e le regioni che in questo hanno competenza. Sono inoltre compresi fondi per la stabilizzazione degli attuali precari dell’Anpal, per nuove assunzioni in Inps, per i Caf, e per i sistemi informativi unitari, ovvero le piattaforme tecnologiche su cui poggia l’intero programma. Inoltre, la differenza tra il Fondo per il Reddito di cittadinanza, cioè 8,32 miliardi a regime dal 2021, e l’erogazione del beneficio, pari a regime a 7,21 miliardi, è di oltre 1 miliardo di risorse per il mantenimento di tutta la struttura dei CPI, di Anpal, e di tutti i soggetti coinvolti (Inps, Caf, Comuni, Enti di formazione, Enti accreditati, sistemi informativi, piattaforme, ecc).

Il programma del Reddito di cittadinanza ha una architettura complessa, studiata sulla scia dei migliori esempi europei di reddito minimo, e prevede formazione e condizionalità, oltre che un vasto programma di incentivi alle imprese e agli enti di formazione accreditati. Questa parte del programma del Reddito di cittadinanza identifica un approccio molto orientato verso le politiche attive e il reinserimento nel mercato del lavoro dei beneficiari. All’interno del Patto per il Lavoro che il beneficiario di Reddito di cittadinanza stipula presso i Cpi o gli enti accreditati quali le Agenzie del Lavoro (ApL) si identifica un percorso di riattivazione del beneficiario e può includere anche un Patto per la Formazione con il quale l’impresa si impegna a fornire formazione al beneficiario. Il programma prevede incentivi per le imprese che assumono il beneficiario a tempo pieno e indeterminato, e non lo licenziano senza giusta causa o giustificato motivo, pena la restituzione dell’incentivo. Le imprese che assumono un beneficiario nei primi 18 mesi di fruizione del beneficio ottengono un incentivo sotto forma di esonero contributivo, nel limite dell’importo mensile percepito dal beneficiario, ed entro un massimo di 780 euro, e per un valore totale massimo pari alla differenza tra 18 mesi e i mesi usufruiti. Il contributo non può comunque essere inferiore a 5 mensilità. In caso di rinnovo del Reddito di cittadinanza, l’incentivo per le imprese è concesso nella misura fissa di 5 mensilità.

Gli enti di formazione accreditati possono stipulare presso i Cpi e presso le ApL un Patto di formazione, finalizzato allo svolgimento di un percorso professionale, alla fine del quale se il beneficiario ottiene un lavoro coerente con il profilo formativo sarà riconosciuto all’ente di formazione un esonero contributivo, nel limite della metà dell’importo mensile del Reddito di cittadinanza percepito dal lavoratore all’atto dell’assunzione, entro un massimo di 390 euro e per un valore totale pari alla differenza tra 18 mesi e i mesi già usufruiti. L’altra metà, nel limite di 390 euro, va all’impresa che assume il lavoratore. Il contributo non può comunque essere inferiore a 6 mensilità (3 per l’ente di formazione e 3 per l’impresa). Qui c’è chiaramente un incentivo di mercato agli enti di formazione che saranno spinti ad organizzare e ad inserire singoli o gruppi di beneficiari di reddito di cittadinanza all’interno di corsi di formazione attraenti, che diano reali sbocchi di lavoro, perché solo a conclusione di essi, ed in caso di successo cioè assunzione da parte dell’impresa, l’ente di formazione riceverà l’incentivo. Saranno quindi spinti ad organizzare corsi di formazione per posizioni per cui esistono vacancy, perché i loro incentivi dipendono dall’assunzione, piuttosto che da opachi finanziamenti regionali a pioggia. Inoltre questi incentivi spingono imprese e enti di formazione a stipulare il Patto di formazione e ad assumere al più presto un beneficiario, per ottenere un beneficio più cospicuo.

Chiaramente questi incentivi non sono addizionali rispetto alle risorse stanziate per il fondo del Reddito di cittadinanza, ma anzi sono costruiti attraverso un meccanismo che prevede il trasferimento all’impresa solo in caso in cui il beneficiario sia assunto stabilmente e quindi non abbia più bisogno di Reddito di cittadinanza. Nel programma sono previsti anche incentivi per l’imprenditorialità e il self-employment: nel caso in cui il beneficiario avvia un’attività di lavoro autonomo o costituisce un’impresa individuale o una società cooperativa entro i primi dodici mesi di fruizione della misura è previsto il riconoscimento di un incentivo pari a 6 mensilità del Reddito di cittadinanza, nel limite di 780 euro mensili. La combinazione tra l’impossibilità di rifiutare più di 3 offerte di lavoro congrue, a scalare su 100 km, 250 km e tutto il territorio nazionale, insieme ai forti incentivi all’inserimento lavorativo, permette di affermare, ragionevolmente, che sebbene il Reddito di cittadinanza sia un reddito minimo strutturale, per sempre, per un singolo beneficiario potrebbe durare massimo due cicli. All’interno di questo contesto è allora ragionevole suppore, che sia possibile, la riattivazione di circa un milione di nuovi lavoratori in 2-3 anni, in condizioni economiche generali normali, cioè non di stagnazione o recessione.

Veniamo inoltre al cosiddetto doppio bonus per le imprese. Nel caso in cui il datore di lavoro abbia esaurito gli esoneri contributivi in forza degli sgravi previsti nella scorsa legge di bilancio per le imprese nel Sud che assumono nel 2019 e 2020 giovani sotto i 35 anni o disoccupati da oltre 6 mesi over 35 anni, gli incentivi contributivi previsti nel Reddito di cittadinanza si trasformano in credito di imposta. In questo caso, sebbene l’impresa abbia ampia libertà e flessibilità di poter usare il credito d’imposta come crede, sarebbe molto coerente con l’impianto del programma, e più efficace per l’impresa stessa, usare il credito di imposta per la formazione dei neoassunti attraverso il reddito di cittadinanza.

Conclude questa batteria di incentivi all’inserimento nel mercato del lavoro un altro strumento: l’assegno di ricollocazione (AdR). Esso ha la finalità di aiutare la persona disoccupata beneficiaria del reddito di cittadinanza a migliorare le possibilità di ricollocarsi nel mondo del lavoro. Si tratta di una somma di denaro che può variare tra 250 e 5.000 euro, a secondo della difficolta del soggetto beneficiario, e può essere considerata una “dote” per il lavoratore. Può essere spesa presso enti accreditati e centri per l’impiego, e permette di ricevere un servizio di assistenza intensiva alla ricerca di occupazione da parte di un centro per l’impiego o di un ente accreditato ai servizi per il lavoro. La dote è effettivamente incassata da ApL o Cpi solo nel momento in cui il lavoratore viene allocato sul mercato.

La logica di fondo alla base di questa batteria di incentivi, è la riattivazione nel mercato del lavoro di un gran numero di inattivi. Inoltre, rafforzare lo Stato sociale, attraverso uno strumento cardine di welfare quale il reddito minimo, pone un freno ad una tendenza di riduzione dello stato sociale e di salario indiretto che negli ultimi tre decenni ha costituito, insieme alla flessibilizzazione del mercato del lavoro, una costante della politica economica italiana, che ha favorito il declino della quota salario sul Pil, e la perdita di potere contrattuale da parte dei lavoratori, con inevitabile stagnazione dei salari. In questo senso, il Reddito di cittadinanza, la più grande politica sociale degli ultimi 30 anni almeno, può rappresentare anche la spinta iniziale di una pressione verso l’alto dei salari, e il riposizionamento, per l’Italia, su una frontiera produttività più elevata, caratterizzata da investimenti ad alta intensità di capitale, piuttosto che investimenti che sfruttano maggiormente il lavoro a basso costo.

Più in generale, possiamo dire che l’impatto macroeconomico del Reddito di cittadinanza può essere di notevole importanza, sia sull’efficienza del mercato del lavoro, in termini di aumento di occupazione e produttività, da realizzarsi con il miglioramento dei Cpi, la riqualificazione formativa dei lavoratori, e la batteria di incentivi inseriti, sia su alcuni aspetti macroeconomici che riguardano il moltiplicatore dei consumi, l’output gap e il recupero di spazio fiscale nel bilancio. Da una parte l’attuazione del Reddito di cittadinanza associata al potenziamento dei Cpi costituisce una vera e propria riforma strutturale del mercato del lavoro, nella misura in cui può aiutare a reimpiegare parte di quegli oltre tre milioni di scoraggiati (secondo i dati dell’ISTAT 2018) che da anni non cercano più attivamente lavoro, tra cui moltissimi giovani NEET. L’afflusso degli scoraggiati presso i Cpi permetterebbe di rivedere al rialzo il tasso di partecipazione alla forza lavoro, che nella metodologia europea contribuisce alla crescita del Pil potenziale. Si aprirebbe così uno spazio fiscale aggiuntivo che può essere utilizzato per aumentare l’occupazione evitando di far crescere in percentuale il deficit strutturale a livelli passibili di sanzioni comunitari. Dall’altra parte, le finalità sociali, di contrasto alla povertà e di sostegno al reddito sono necessari, in una economia avanzata come la nostra, per garantire la stabilità sociale e una maggiore coesione, soprattutto in periodi di dinamica lenta del Pil come quella che sembra profilarsi per via di una congiuntura internazionale sfavorevole. In questi periodi, azionare la leva anticiclica della politica economica, addirittura in anticipo, potrebbe rivelarsi fondamentale per garantire la stabilità dei consumi e della domanda aggregata, con la soddisfazione che per una volta almeno si potrà dire che si è iniziato dagli ultimi.

Grande gioia, ma non ci fermiamo

Ha ragione Beppe Grillo: stiamo facendo grandi passi a piccoli balzi. Anche se quello di ieri, per la verità, è stato un salto triplo: reddito di cittadinanza per aiutare i disoccupati a trovare lavoro, pensioni di cittadinanza per combattere la povertà, quota 100 per dare la possibilità a tutti di meritarsi la pensione dopo anni di sacrifici.

Una gioia immensa. Ma non ci fermiamo!

La Capigruppo ha stabilito un percorso fitto di impegni per il Parlamento: dalla settimana prossima, oltre alla conversione del decreto sul reddito di cittadinanza, iniziano i voti sulla proposta di legge costituzionale sul referendum; poi convertiremo in legge il decreto semplificazioni; e vogliamo approvare la proposta di legge sull’acqua pubblica, quella sulla legittima difesa e la legge sul voto di scambio politico-mafioso. Tutte già in calendario.

Ricordo anche che a fine mese voteremo l’istituzione della commissione d’inchiesta sulle banche. Perché le ingiustizie e gli errori delle vecchie forze politiche e dei banchieri che in questi anni hanno lasciato per strada migliaia di cittadini, si meritano una risposta dopo tanti anni di bugie.

Andiamo avanti ancora più convinti di prima, sempre dalla parte dei cittadini. Per dare a tutti la possibilità di partecipare e per far tornare gli italiani a fidarsi dei propri rappresentanti.